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Alfredo Reichlin e Mazzini

Nel Marzo dello scorso anno Alfredo Reichlin ha pubblicato sull' Unità un lucido articolo sulla crisi politica Italiana , alla fine del quale  dovendo dare un nome al suo invito al partito democratico di ritrovare la capacità di essere un "partito della nazione", il nome che da è Giuseppe Mazzini  PS il grassetto dell' ultima frase è nostro

La democrazia appesa al filo

 Alfredo Reichlin

 

Alfredo Reichlin - L'Unità

di Alfredo Reichlin,  pubblicato il 12 marzo 2013

Le spiegazioni che cerchiamo di dare del terremoto elettorale sono tante, e vanno approfondite. Io, almeno come metodo, cercherei di partire, prima ancora che dalle nuove soggettività (la Rete, Casaleggio, e simili) da un abbozzo di analisi della realtà italiana, cioè da quella che a me sembra la questione veramente nuova, storicamente inedita che interroga la politica. La crisi della nazione italiana. È vero, di crisi si parla molto. Ma fino a che punto si ha coscienza e si dà coscienza alla gente che essa non riguarda questo o quel settore, né soltanto l`economia, ma le basi stesse su cui finora si è retta l`unità del Paese e la sua cultura identitaria?

Va benissimo prendersela col populismo ma il populismo, dopotutto, è l`epifenomeno, il fenomeno è la crisi della politica la quale è venuta meno al suo compito il quale consiste nel permettere alle persone di uscire dal proprio «particolare» per pervenire a una qualche idea dell`interesse generale.

 

Qual è oggi l`interesse generale? Questo è il punto. Io credo che sia la nostra partecipazione al processo di unificazione dell`Europa. Essendo questa la sola alternativa possibile a un drastico impoverimento, che altrimenti - parliamoci chiaro - sarebbe inevitabile dato l`avvento di nuovi mondi e nuove potenze che pretendono una redistribuzione del potere e della ricchezza mondiale. L`illusione «mercatista» e il potere finanziario hanno aggravato le cose. Ma la ex ricca Italia sarebbe nei guai comunque se non si misura con le sfide di un mondo che è cambiato. La nostra crisi sta esattamente in ciò, ed è veramente triste la stupidità e l`autolesionismo di certi intellettuali che votano Grillo e si pretendono guide intellettuali e morali.

 

Quale meravigliosa prova di moralità è impoverire quelli che verranno dopo di noi? La mia moralità mi impone invece di guardare in faccia la realtà e di capire che il Paese così com`è non regge. Non si va in Europa con i costi non solo materiali ma morali di questa divisione tra Nord e Mezzogiorno e con questa somma di ingiustizie, inefficienze, illegalità che dividono il popolo italiano in caste e consorterie. Si sono rotti troppi legami sociali e si sono appannate le ragioni e il sentimento dello stare insieme. È venuto in discussione quel rapporto tra dirigenti e diretti che è la base del consenso e della legittimità di uno Stato.

 

Non serve a nulla piangersi addosso. Ciò che conta è capire. Capire perché abbiamo perso e capire quale orizzonte si apre per un riformismo italiano che voglia conquistare l`egemonia in questo radicale cambiamento della storia d`Italia. Tutto sarà molto difficile e non mi nascondo affatto la botta che abbiamo preso. Però ho la convinzione che le ragioni della sconfitta sono, a ben vedere, le stesse che ripropongono la grande questione del ruolo e della funzione nazionale che almeno in teoria cadano sulle nostre spalle dato che le classi dirigenti italiane non sembrano in grado di pensare il Paese. Mi ha veramente impressionato l`esultanza del Corriere della Sera per la vittoria di Maroni (il peggio di Formigoni) in Lombardia. Qui sta lo spazio oggettivo per un partito serio come il nostro. Però la condizione, sia molto chiaro è che noi non ci sfasciamo.

 

Non mi nascondo affatto la realtà. Interi territori e vecchi blocchi sociali sono allo sbando. Ma sola la stupidità di un certo giornalismo pensa che questa è solo una crisi dei vecchi partiti. È una crisi più complessiva di rappresentanza. Riguarda i partiti come i sindacati, come l`associazionismo, come i mestieri e le professioni. Condivido il giudizio di chi osserva che la disgregazione sociale sta creando milioni di individui soli e separati tra loro: senza più i vecchi legami e il vecchio immaginario collettivo, senza un loro «campo» dove stare.

 

Perciò la democrazia italiana è veramente a rischio. Il Pd perde tre milioni di voti, ma la destra sei ed è tenuta insieme solo da un personaggio come Berlusconi, il quale può uscire di scena da un momento all`altro per ragioni di incompatibilità morale prima che politica. Il centro di Monti è ridotto al 10 per cento; la Lombardia è diretta, insieme con il Veneto e il Piemonte da un partitino del 4 per cento, che gioca irresponsabilmente a fare del Nord uno Stato indipendente. Il voto del Mezzogiorno è ormai quasi tutto clientelare. E a tutto questo si aggiunge il fatto che il 25 per cento degli italiani vota per un ex attore comico, manovrato da un pazzoide che ha una visione apocalittica delle cose.

 

Ecco perché non mi nascondo il fatto che la democrazia repubblicana è appesa a un filo. Mi sembra giusta la tattica che stiamo seguendo ma vorrei essere sicuro che ci è chiara la grandezza del problema, e quindi la necessità di imporre un salto di qualità al nostro discorso politico di fondo. Non disprezzo affatto la tattica. Penso invece che qualche compromesso lo dovremo fare. Ma questi sono tanto più gestibili quanto più è chiaro dove andiamo e cosa vogliamo.

 

Sono più che mai convinto che una linea di responsabilità «nazionale» e di larga apertura verso tutti i mondi vitali del Paese è giusta. Ma è proprio questa linea nazionale, non Grillo, che richiede grandi riforme es- sendo ineludibile lo sforzo di portare in una Europa rinnovata la nazione italiana la quale senza questo passaggio decade. Perché non parliamo così alla gente? Noi non siamo apparsi come il partito del rinnovamento perché rinnovare non significa solo piccole cose, ma guidare il popolo italiano in una nuova storia. Siamo distanti dal popolo perché il popolo non è solo una massa di individui, è la nuova idea di sé che bisogna offrire agli italiani investiti da sfide così grandi e difficili. Occorre ricostruire le basi del consenso.

Berlinguer non aveva paura di proporre una cosa enorme come un «compromesso storico» perché esso corrispondeva alle necessità per l`Italia di compiere una nuova rivoluzione democratica. È di questo che parlava con Moro. Noi oggi di una cosa come questa dobbiamo parlare. Noi non siamo «tecnici», siamo capi politici. Io, sedicente marxista, avevo un certo disprezzo per Mazzini. Sbagliavo. Oggi mi colpisce molto il suo discorso quasi religioso sulla rivoluzione italiana come «rivoluzione civile» e il fatto che concepiva il patriottismo repubblicano italiano come un pezzo fondamentale dell`Europa. Parlava di un mito. Ma i miti sono necessari. Che cos`è il Pd se non è percepito come un partito necessario perché «partito della nazione»?

http://www.partitodemocratico.it/doc/251834/la-democrazia-appesa-al-filo.htm

questa la biografia di Reichlin

http://www.partitodemocratico.it/utenti/profilo.htm?id=3056