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CONTRO LO SCONTRO DI CIVILTA'

Qualche giorno fa è apparso su Repubblica questo articolo di Gilles Kepel esperto dell' islamismo radicale e già consigliere di Chirac  , ove racconta dei suoi scontri con Hungington e suoi seguaci , riportiamo in calce anche il link ad un commento di Limes

 

Le profezie sbagliate sull'islamismo

di GILLES KEPEL

Mi ricordo una colazione al Club dei Professori di Harvard con Samuel Huntington, qualche anno dopo la pubblicazione del suo famoso articolo, poi del suo libro, sullo Scontro delle civiltà. Avevo voluto vederlo perché, per elaborare il suo argomento, aveva usato fra l'altro il mio libro La rivincita di Dio. In quelle pagine spiegavo come, negli Anni Settanta, si fossero sviluppati i movimenti politici religiosi all'interno del Cristianesimo, l'Ebraismo e l'Islam. Avevo voluto tracciare dei paralleli trans-religiosi fra quei fenomeni; dimostrare come, benché in modo diverso, ciascuno dei tre fosse nato in reazione alla crisi della modernità e del mondo industriale, all'indebolimento delle solidarietà sindacali e operaie dopo la scomparsa del lavoro in fabbrica, l'aumento della disoccupazione, e così via.

Paradossalmente, però, Huntington aveva attinto soltanto alla parte islamica del mio libro, usandola per argomentare il carattere eccezionale dell'Islam. Su questo aveva fondato una visione univoca dell'Islam senza capire che all'interno di quella fede si opponevano varie forze, si scontravano per controllarlo, o per imporre una divisione tra il riferimento laico e quello religioso nella lotta politica e nello spazio pubblico. La discussione con lui quel giorno fu cortese, ma affiorarono posizioni radicalmente diverse.

Qualche anno dopo arrivò l'11 settembre 2001. Huntington conobbe un secondo trionfo: gli attentati di Al Qaeda, agli occhi di gran parte dei commentatori, convalidavano le sue tesi e il carattere assolutista dell'Islam; trasformavano la gran massa dei fedeli in seguaci di Bin Laden.

Dal canto mio, nel libro "Jihad, ascesa e declino dell'islamismo", avevo cercato di spiegare che l'islamismo attraversava, appunto, un declino. Infatti, si era spaccato. Da un lato, vi erano i gruppi radicali destinati a usare sempre più la violenza, nella speranza che quella avrebbe svegliato le masse e innescato la rivoluzione islamica. Quei gruppi erano una versione musulmana delle Brigate rosse, o della Rote Armee Fraktion tedesca. Dall'altro lato, vi erano islamisti come l'Akp turco, pronti a partecipare al sistema politico, destinati poi a vedere la propria dottrina dissolversi nel pluralismo, e a riconoscere che la sovranità deriva dal popolo e non da Allah: la democrazia. Il 12 settembre, mentre Huntington trionfava nei media, certi giornalisti francesi chiesero la mia rimozione dalla cattedra, tanto i miei scritti parevano a loro privi di senso.

Eppure oggi, che sono trascorsi 10 anni, quell'analisi mi sembra giusta. L'estremismo islamico, di cui Bin Laden era l'emblema, non è riuscito a trascinare le masse del mondo musulmano. Al Qaeda è ridotto a una setta priva di fecondità politica. D'altro canto, i regimi autoritari e dittatoriali dei vari Mubarak e Ben Ali, ritenuti dagli occidentali "baluardi" contro l'estremismo islamico, sono anch'essi diventati obsoleti. Oggi i popoli arabi sono emersi da quel dilemma - stretti fra Ben Ali o Bin Laden. Hanno fatto di nuovo ingresso in una storia universale che ha visto cadere le dittature in America Latina, i regimi comunisti nell'Europa orientale, e anche i regimi militari nei Paesi musulmani non arabi, come l'Indonesia e la Turchia. Di conseguenza, gli islamisti che proponevano la partecipazione politica all'interno di un sistema pluralista sul modello turco, oggi prevalgono, anche se in Egitto non sono stati capaci di imporre il proprio vocabolario politico, e sono costretti - senza pregiudicare gli sviluppi futuri - a seguire le rivoluzioni democratiche arabe, anziché invocare la sovranità di Allah. Perciò, credo che il sociologo politico abbia avuto ragione rispetto a certi studi che riducevano la società a dei testi ideologici.

Molti, con grande ingenuità, ora scrivono che l'islamismo è scomparso, che gli arabi assomigliano agli europei o agli americani. La realtà, però, è più complessa. Gli arabi, infatti, stanno costruendo una modernità, esitante. Non è un caso che la prima rivoluzione araba sia avvenuta in Tunisia, e che lo slogan più celebre sia stato espresso in francese: "Ben Ali dégage", "vattene", ripreso fedelmente dagli egiziani in un Paese dove quasi nessuno parla più il francese. Gli egiziani l'hanno ascoltato su Al Jazeera ed è divenuto uno slogan rivoluzionario. In Tunisia vi è un vero pluralismo culturale franco-arabo. Questo ci fa capire la vera natura delle rivoluzioni in corso: radicate nelle culture locali, e al tempo stesso nelle aspirazioni universali, con tutte le difficoltà che ciò comporta.

(Repubblica.it, 05 marzo 2011 )

http://www.wikio.it/article/gilles-kepel-profezie-sbagliate-islamismo-repubblica-251610651

ecco il commento di Limes

http://temi.repubblica.it/limes/una-civilta-ibrida-tra-europa-e-mondo-arabo/21042?com=21042#scrivicommenti

 

Una bella intervista del presidente dell' UCOII

Roberto Hamza Piccardo presidente dell' Unione della Comunità Islamiche in Italia (UCOII) , che in passato si era distinto per posizioni non  troppo moderate , ha rilasciato a Gad Lerner per Repubblica una bellissima intervista , sul dialogo e la tolleranza , in forte polemiche con le posizioni estremiste di alcuni suoi correligionari . I giornali hanno dato molto spazio, significativamente , alla proposta che i mussulmani facciano da scudi umani per difendere gli aderenti ad altre religioni , Ebrei e Cristiani, ma è molto interessante anche la chiave polemica con quelli che lui chiama letteralisti , cioè interpreti eltterali del Corano

Vede, il convertito spesso esordisce con lo zelo del neofita. Quanti di noi, al momento della conversione, hanno buttato via libri e dischi; poi siamo andati a riprenderceli. Recita un versetto del Corano: "Ci sono segni per coloro che hanno intelletto". Non basta imparare a memoria il Corano, bisogna comprenderlo e quindi anche interpretarlo. Il letteralismo tradisce lo spirito pretendendo di rispettare la lettera".

 

http://www.repubblica.it/esteri/2015/02/24/news/l_appello_di_piccardo_i_musulmani_si_offrano_come_scudi_umani_per_chiese_e_sinagoghe-108050619/

Fine dell' avventura afghana ?

Dal corriere della collera dell' amico Antonio de Martini una acuta osservazione sulla fine dell' avventura afghana

A CAPODANNO IN AFGANISTAN FINISCE L’AVVENTURA . SENZA RISULTATI E SENZA GLORIA. di Antonio de Martini

Dopo tredici anni di scontri e bombardamenti, 3.400 soldati NATO morti e oltre un miliardo di dollari spesi in loco, finisce ufficialmente l’avventura afgana.
Sul posto resteranno 12.500 militari – in maggioranza americani – con compiti di formazione e addestramento dei militari e poliziotti afgani.
Si tratta di un’altra forza armata alleata degli USA e concepita priva dell’ appoggio aereo che finora è stato il fattore deterrente a favore degli occidentali e dei loro alleati.
La situazione sicuritaria è lungi dall’essersi ridimensionata, visto che nel 2014 si è avuto un incremento di ” incidenti sicuritari” del 10,3% rispetto al 2013.

Il nuovo Presidente, il primo avvicendato pacificamente nella storia afgana, Ashraf Ghani, ( Ashraf = tigre) consapevole della posizione delicata del suo paese ha iniziato a contattare – con visite ufficiali – i veri protagonisti del conflitto: la Cina ( sponsor del nucleare pakistano) , il Pakistan sponsor dei Talibani e ospite del loro quartier generale sul proprio territorio e l’Arabia Saudita sponsor economico e ideologico principale delle rivolte sunnite.
È già una bella differenza rispetto al predecessore Hamid Karzai.
Una seconda importante differenza è rappresentata dalla signora Rula Ghani, moglie del presidente, libanese e cristiana,  che gira a volto scoperto e senza paura creando scompiglio tra i più tradizionalisti.

Questa signora di mezza età, ex giornalista, americana di vita e francese di cultura , in una intervista a “Le Monde” ha detto con franchezza che approva la legge francese recentemente promulgata che proibisce il niquab – una forma di copertura del volto più leggera che il burqua vigente in Afganistan –  e con il pretesto di scusarsi per la gaffe commessa ripete volentieri  di aver citato il suo vecchio prof di Sciences Po ( Georges) proposito dei partiti americani  : ” sono due bottiglie vuote con due differenti etichette”.

In un’altra intervista a L’Orient le Jour, quotidiano francofono libanese, è stata ancor piu dura e chiara.

Se ci sarà innovazione nei costumi afgani, lo si dovrà a lei e non ai tremila caduti o i  trentamila soldati che si ritirano ingloriosamente questa notte.

 http://corrieredellacollera.com/2014/12/28/a-capodanno-in-afganistan-finisce-lavventura-senza-risultati-e-senza-gloria-di-antonio-de-martini/#more-25895

Riflessioni in Israele contro l'istigazione all' odio

L' amico Paolo Sassetti ci segnala il resoconto di un convegno in Israele sul temaDall'odio per lo straniero all' accettazione dell'altro”

Questo il resoconto del Jerusalamen Post

 

È giunto il momento di ammettere che Israele è una società malata, con una malattia che richiede un trattamento, il presidente Reuven Rivlin ha detto alla sessione di apertura di Domenica di un convegno dal titolo “Dall'odio per lo straniero all' accettazione dell'altro”

Sia Rivlin che il Prof. Ruth Arnon, presidente dell'Accademia delle Scienze di Israele e Filosofia, che ha organizzato il convegno nei suoi locali Jabotinsky Street, nella Capitale hanno parlato dell'estate dolorosa e sanguinosa, e la conseguente rinascita di animosità tra arabi ed ebrei che ha raggiunto nuovi record.

Facendo riferimento alle espressioni reciproche di istigazione all' odio , Arnon ha detto che gli ebrei, che nella diaspora erano stati esposti a l'antisemitismo e la persecuzione, dovrebbero essere più sensibili ai pericoli dell' istigazione . "Ma siamo noi?" si è chiesta

Rivlin si è chiesto con forza se ebrei e arabi avevano abbandonato il segreto del dialogo.

Per quanto riguarda gli ebrei, ha detto: "Non sto chiedendo se hanno dimenticato come essere ebrei, ma se hanno dimenticato come essere esseri umani decenti. Hanno dimenticato come conversare? "Agli occhi di Rivlin, l'Accademia ha un compito vitale per ridurre la violenza nella società israeliana, incoraggiando il dialogo e lo studio delle culture e lingue diverse, con lo scopo di promuovere la comprensione reciproca, in modo che ci possono essere incontri civili tra i settori della società.

Egli ha esortato l'accademia di raccogliere questa sfida e per sradicare la violenza che minaccia di sfregiare l'immagine di Israele.

 

Il ministro dell'Istruzione Shai Piron si è detto sicura che le differenze possono essere superate e ha citato la sua famiglia come un esempio. E 'cresciuto in una casa in cui suo padre era sefardita e politicamente a destra, mentre sua madre era Ashkenazi e sinistra. E tuttavia, non ha mai rilevato alcun antagonismo. Non si rendeva conto fino all'età adulta e uscì nel mondo, la misura in cui le differenze possono provocare il caos, ha detto.


Il Ministero dell'Istruzione sta avviando un progetto sul patrimonio culturale in base al quale il ebraico e giovani ebrei ed arabi, sia religiosi che laici, studierà fianco a fianco ed imparare l'uno le tradizioni, dell' altro ha detto Piron.


Yehuda Bauer professore della Hebrew University di Studi sull'Olocausto, ha detto che il razzismo basato sul colore è marginale in Israele. Il razzismo in Israele - ha detto - è generalmente di natura nazionalista,. Era molto preoccupato per il razzismo religioso e incitamento che emana di solito da elementi estremisti marginali, perché queste persone sono spesso i più violenti e più pericolosi, ha dichiarato.

Secondi il prof Bauer il compito più difficile da affrontare da un punto di vista accademico , è come definire l'istigazione all' odio incitamento in relazione alla libertà di parola. Egli ha avvertito che la libertà di espressione non deve mai essere sacrificata sull'altare del incitamento. La sua definizione di istigazione è quando un individuo o un gruppo, tramite la parola o materiale scritto, danneggi ed umilia un altro individuo o gruppo, scatenando gli altri ad impegnarsi in violenza fisica o psicologica contro di loro e fino al punto di ucciderli.

 

http://www.jpost.com/Israel-News/Politics-And-Diplomacy/President-Rivlin-Time-to-admit-that-Israel-is-a-sick-society-that-needs-treatment-379223

 

Il neo presidente israeliano Riflin, è un personaggio controverso , sempre schierato a destraq , ammiratore di Jabotinsky, non ha mai mancato di esprimere opinioni contro corrente , coem quando presidente della Knesset si rifiutò di espellere una deputata arabo israeliana che aveva partecvipato alla "flottilla in favore di Gaza". Nemico della costituzione dello stato palestinese preferirebbe dare la cittadinanza ai Palestinesi Non si è smentito anche in questa occasione , non negando le ondate di odio presenti nel suo paese e evitando di darne semplicemente una giustificazione nell' operato dell"altra parte".

http://www.jpost.com/Diplomacy-and-Politics/President-elect-Rivlin-loves-Jerusalem-and-Jabotinsky-opposes-Palestinian-state-355902

MUSSULMANI CONTRO LA BARBARIE DELL'ISIS

La barbarie dell' ISIS , il cd Califfato Islamico , suscita giustamente orrore in tutto il mondo e , ovviamente viene usata da tutti i fondamentalisti dello scontro di civiltà per rinfocolare l' odio interreligioso . può essere quindi utile una piccola e incompleta antologlia delle prese di posizione di comunità islamiche piccole e grandi contro quella barbarie. Val anche la pena di ricordare che in questo momento contro l' esercito dell' ISIS  stanno combattendo dall' aria la determinante aviazione USA, a terra soldati e miliziani , curdi, Irakeni, milizie scite, miliziani dell' esercito di liberazione della Siria ... tutti mussulmani

Questo il gran Muftì dell' arabia saudita

(ANSAmed) - BEIRUT, 19 AGO - Il Gran Mufti dell'Arabia Saudita, Abdelaziz Shaykh, ha definito il gruppo jihadista lo Stato islamico (Isis) il nemico numero uno dell'Islam. In un comunicato citato da media libanesi e panarabi, Shaykh ha affermato che "le idee (dello Stato islamico) di estremismo, radicalismo e terrorismo... non hanno niente a che fare con l'Islam". Per il Gran Mufti lo Stato islamico "é il nemico numero uno dell'Islam" e ha ricordato che "i musulmani sono le vittime principali di questo estremismo". (ANSAmed).

Fatwa degli Iman Inglesi contro chi combatte per l' ISIS

Gli imam del Regno Unito scendono in campo per condannare i giovani musulmani che vanno a combattere in Siria e Iraq. Hanno emesso una 'fatwa' (editto religioso) contro i jihadisti britannici dell'Isis definendoli ''eretici''. Il documento proibisce ai musulmani di arruolarsi fra le fila dell'''oppressivo e tirannico'' Stato islamico e anzi chiede di opporsi alla sua ''ideologia velenosa''

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2014/09/01/fatwa-degli-imam-gb-contro-jihadisti-isiseretici_cfb65d33-1f5b-4df8-9ff2-9d17aef7cc6e.html

le due maggiori organizzazioni islamiche dell' indonesia (il più grande stato islamico del mondo) contro l' ISIS

Jakarta (AsiaNews) - La società civile e le due maggiori organizzazioni islamiche dell'Indonesia condannano "senza appello" l'operato dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis) e le azioni compiute dal suo leader, lo "sceicco" Abu Bakr al-Baghdadi. Kiai Hajj Malik Madani, funzionario al vertice della Nahdlatul Ulama (organizzazione musulmana indonesiana che conta 70 milioni di membri), dice: "Abbiamo bisogno di pace e di coesistenza armoniosa, non di un califfato. Il nostro insegnamento è chiaro: niente guerra fra di noi o con le altre religioni".

http://www.asianews.it/notizie-it/Musulmani-indonesiani-contro-il-Califfato-e-l%27Isis:-Serve-la-pace-e-la-coesistenza-31783.html

Per Mehemet Gormetz  vertice dei religiosi della Turchia Le azioni dell' ISIS non hanno posto nella fede dell' Islam

 http://www.hurriyetdailynews.com/isils-actions-have-no-place-in-islam-turkeys-top-cleric-mehmet-gormez-says.aspx?PageID=238&NID=70647&NewsCatID=393

 

Il gran Muftì d'Egitto

La massima autorità religiosa dell'Egitto, il Grand Mufti Shawqi Allam, ha condannato lo Stato islamico, che ''rappresenta un pericolo per l'Islam e i musulmani, danneggiando la sua immagine, uccidendo e diffondendo corruzione''. La posizione del Grand Mufti seguono l'appello lanciato dal Vaticano ai religiosi musulmani perché prendano una ''posizione chiara e coraggiosa'' e condannino i ''crimini indicibili'' commessi dallo Stato Islamico.

Il Grand Mufti, la cui posizione rispecchia quella della massima istituzione dell'Islam sunnita Al Azhar, ha quindi affermato che lo Stato islamico ''dà a chi ci vuole male l'opportunità di distruggerci e di interferire nei nostri affari con (il pretesto di, ndr) un appello a combattere il terrorismo''.

http://www.adnkronos.com/aki-it/politica/2014/08/12/grand-mufti-egitto-condanna-azioni-stato-islamico-danneggia-islam-musulmani_NtbpxkwvPHxolObm8o7O6H.html

In italia si è espressa anche l' UCOII, che non è certo un organizzazione moderata

l rispetto e la protezione della Gente del Libro (i cristiani e gli ebrei) e, in generale di tutte le popolazioni che vivono in un Paese o territorio governato dai musulmani é un dovere ineludibile di qualunque potere che si richiami all’Islam.

Quando poi una forza che affigge insegne islamiche viola tutte le regole sharaitiche e morali del conflitto, nessuna referenza religiosa potrà essere avanzata per giustificarli o sostenerli. Si tratta di forze mercenarie, in gran parte extra irachene, che sono attualmente vivamente contrastate sul territorio da forze islamiche nazionaliste e dai peshmerga curdi.

I musulmani iracheni contrastano le aberrazioni del ISIL e sono in prima linea nella difesa e la protezione dei Cristiani non solo militarmente: sedici Ulema (dotti di scienze religiose) musulmani sunniti, che appartengono a confraternite sufi di Mosul, lo scorso mese, sono stati uccisi da quei criminali per aver difeso i cristiani della città. Tra loro ci sono gli imam della Grande moschea della città, Muhammad al-Mansuri, e quello della moschea del Profeta Giona (as), Abdel-Salam Muhamma.

Per tutte queste ragioni attinenti alla nostra lettura islamica, etica e cultura, siamo solidali con i cristiani dell’Iraq e con le altre minoranze perseguitate.

http://www.ucoii.org/tag/isis/

ma si diffondono anche inizaitive di Base

Don Angelo Piccinelli dalle colonne del periodico della parrocchia di San Siro vescovo. ha chiesto agli islamici soresinesi di prendere posizione contro le violenze perpetrate in Iraq e Siria dai terroristi del califfato dell’Isis. ’appello di don Piccinelli è stato immediatamente raccolto: domenica 31 agosto, in piazza, le due associazioni musulmane La Fratellanza soresinese e al Manar hanno organizzato altrettanti gazebo per raccogliere le firme (una raccolta che proseguirà porta a porta e se necessario nei paese limitrofi) al fine di manifestare, in maniera tangibile, la propria condanna verso le brutalità di cui nelle ultime settimane si è reso protagonista il gruppo jihadista. Una condanna pubblica, “severa”. “Riprovazione totale verso questi atti e questi uomini, dannosi prima per noi che per voi cristiani – osserva Adnani Kadmiri Moulay Ameur, presidente della Fratellanza – Sono persone che sporcano la nostra reputazione di musulmani, di ospiti di questa terra

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/02/isis-parroco-raccoglie-firme-contro-i-jihadisti-i-musulmani-siamo-con-lui/1105383/

 

 

Medio oriente chi cerca la comprensione dell' altro

L' anno scorso un gruppo di militanti pacifisti Palestinesi visitò lo Yad Vashem , quest' anno è stato un gruppo di universitari che ha visitato Auschwitz. Ovviamente sollevando polemiche e accuse .

Mi sono venute in mente le polemiche e minacce che subisce Amira Hass , giornalista israeliana da decenni impegnata a far conoscere la realtà palestinese ad ambienti israeliani ed ebraici  ,

Ovviamente  Shoà e Naqba (la perdita della patria per i Palestinesi ) sono incommensurabili nella genesi e nella dimensione , come riconosceva l' anno scorso uno dei visitatori palestinesi  allo Yad Vashem . Il nesso c'è invece nello sforzo di piccoli gruppi di minoranza per diffondere presso il proprio popolo, spesso mettendosi a rischio, la comprensione dell' altro 

 

(ANSAmed) - TEL AVIV, 21 APR - Una visita forse senza precedenti di 30 universitari palestinesi condotta il mese scorso nel campo di sterminio di Auschwitz (Polonia) e' adesso al centro di accese polemiche in Cisgiordania. Il suo ideatore, il professore di studi americani Muhammed Dajani, un membro di una famiglia palestinese di chiara fama cresciuto nel braccio armato di al-Fatah, viene adesso accusato da piu' parti di aver praticato ''il lavaggio del cervello'' nei suoi studenti, col rischio - questo almeno il timore - di ''indebolire il loro fervore nazionalistico'' avendo discusso con loro le sofferenze patite dal popolo ebraico. Ma Dajani replica di essere stato spinto dalla volonta' di emanciparli allargando i loro orizzonti culturali; di indurli a ''rompere le mura del silenzio, a demolire i recinti dei tabu', a nuotare contro la marea nella ricerca della verita' ''. Le minacce, ha aggiunto su Facebook, non lo intimidiscono. ''Non mi nascondo.

Alla prossima occasione, ripetero' quella visita''.

Nel sistema scolastico palestinese, il tema della Shoah viene in genere evitato. In anni passati Hamas ha apertamente chiesto all'Unrwa (l'agenzia dell'Onu per i profughi) di non includerla nei propri programmi di studio. Ma negli anni trascorsi negli Stati Uniti il professor Dajani ha invece maturato la convinzione che la societa' palestinese puo' meglio progredire se basata sul pluralismo, stimolando un pensiero critico. E che per misurarsi con gli israeliani, occorre anche comprendere i loro timori. In un'intervista al New York Times il prof. Dajani ha spiegato di aver cominciato a vedere gli israeliani sotto una luce diversa quando medici israeliani si prodigarono per alleviare le sofferenze dei suoi genitori in punto di morte. Data la sensibilita', la visita accademica ad Auschwitz e' stata organizzata in segreto, nel contesto di un programma di studi sulla soluzione di conflitti dell'Universita' Friedrich Schiller di Jena (Germania) e dell'Universita' Ben Gurion di Beer Sheva (Israele). In parallelo, 30 studenti israeliani si sono recati nel campo profughi di Deheishe (Betlemme) per comprendere meglio il dramma della dispersione del popolo palestinese. In una fase successiva, studenti tedeschi di psicologia valuteranno l'impatto ottenuto con queste esperienze.

Non appena la notizia della visita ad Auschwitz e' trapelata sulla stampa le due universita' frequentate dagli studenti di Dajani - la 'al-Quds' di Gerusalemme e la 'Bir Zeit' di Ramallah - hanno precisato di essere estranee alla iniziativa, in cui - hanno sottolineato - non si riconoscono. Uno dei partecipanti, Salim Sweidan, l'ha invece difesa negando che essa abbia avuto alcuna ''dimensione politica o ideologica'' e negando pure che essa abbia rappresentato alcuna ''normalizzazione con Israele''.

''La visita e' andata bene'', ha commentato il prof. Dajani al ritorno. ''E servita ad instillare l'impegno ad alleviare la miseria umana, non tenendosi da parte''. Gli studenti ''hanno appreso molto, hanno adesso risposte verso quanti negano l'Olocausto''. Le critiche non lo faranno deflettere. ''Era mio dovere - ha spiegato - aprire nuovi orizzonti ai miei allievi, guidarli fuori dalla caverna delle percezioni errate, per vedere i fatti e la realta' sul terreno''. ''Se mi si ripresentera' la occasione - ha assicurato - non mi nascondero', non mi faro' da parte. Anche se le vittime di quelle sofferenze, verso le quali provo empatia, sono oggi occupanti della mia terra''. (ANSAmed).

 

 

 

Da Internazionale nr 1046.   Aprile 2014

La settimana scorsa, durante uno dei miei interventi a Washington, ho incontrato un uomo dall’aspetto familiare. Era

uno statunitense, ebreo, che avevo conosciuto mentre partecipava a una missione governativa in Israele e Palestina.

Gli americani ignorano che i palestinesi vivevano in quelle terre già nell’ottocento, prima dell’inizio dell’immigrazione

sionista, e non sanno niente dei villaggi distrutti nel 1948”, ha spiegato a me e agli altri partecipanti all’incontro.

A un certo punto ha addirittura usato la parola “coloniale” per descrivere la politica israeliana.

Considerando che i funzionari statunitensi non possono neanche usare il termine “occupazione”, sono rimasta sbalordita. Gli ho chiesto se aveva già questa opinione prima di venire in Medio Oriente. Mi ha risposto

di no: “Quando mi hanno coinvolto nella missione ero convinto che tutti i palestinesi fossero terroristi”.

Negli stessi giorni ho ricevuto un’email di una studentessa ebrea di New York, che si è scusata per non aver potuto

partecipare a un mio incontro. Mi ha raccontato una storia simile a quella del funzionario. All’inizio non riusciva a capire come io, figlia di sopravvissuti dell’olocausto, potessi essere così sfacciatamente filopalestinese.

Ma poi aveva visitato i Territori occupati e aveva aperto gli occhi.

Questi due episodi mi hanno messo di buonumore. Solo chi non ha visto le cose di persona può pensare che il dominio

israeliano sia benevolo e legittimo. Amira Hass

 

 

I valori dell'illuminismo e l'estremismo identitario

 

 

Il vero scontro di civiltà è fra i valori dell'illuminismo e l'estremismo identitario

E' apparso tempo fa su Haaretz un articolo di Leon Hadar dal titolo “lo scontro di civiltà che non vi è mai stato” .L’articolo prende le mosse dal credito che alcune élite intellettuali occidentali hanno dato alla tesi su "scontro di civiltà ", “fra la civiltà occidentale e Islam previsto dal politologo Samuel Huntington nel 1992 e che sembrava avvalorato dall'attacco alle Torri Gemelle di New York , la lotta contro il terrorismo islamico e le guerre in Iraq e in Afghanistan .

Continua l’ articolo : “L' ascesa della Cina come potenza in competizione con gli Stati Uniti , economicamente e militarmente , si adatta alla tesi di Huntington di una futura lotta globale tra un Occidente in declino e la civiltà orientale , con la Cina al centro “ ma Hadar fa notare che se vero le identità etniche , religiose e culturali possono alimentare il risveglio di nuovi conflitti politici , al contrario di quello che diceva il professore di Haward queste lotte ora si svolgono all’ interno delle grandi culture mondiali e non fra queste

Non sembra che i Paesi del Medio Oriente si stiano per unificare sotto il dominio di un unico califfato islamico in un futuro prossimo o lontano . Se fosse possibile definire una caratteristica centrale della civiltà musulmana oggi , è la lotta tenace tra sunniti e musulmani sciiti - con l'Arabia Saudita e l'Iran , rispettivamente , nei due campi rivali .
Questa lotta sta creando spaccature politiche in Iraq , Siria e Bahrain , nonché contrapposizioni fra forze laiche e fondamentalisti in Turchia e in Egitto . In Libia e Yemen , i vecchi conflitti etnici e tribali tornano a rivivere .
La Cina non è diventata lo stato guida dell'Asia orientale unificando i paesi circostanti sotto la bandiera anti-occidentale . Al contrario , i suoi sforzi per diventare la potenza regionale dominante hanno generato una reazione da paesi come il Giappone , la Corea del Sud e Indonesia , che premono sugli Stati Uniti perchè continui a giocare un ruolo chiave come freno alle ambizioni strategiche della Cina nel regione.
Il conflitto più probabile di una grande guerra regionale in Asia orientale non è quella tra Washington e Pechino , ma tra Pechino e Tokyo . Cina e Giappone sono guidati da programmi nazionalisti e lotte territoriali.

Allo stesso modo - e in contrasto con le previsioni di Huntington - La Cina non forma alleanze con i radicali , i paesi islamici anti-occidentali . Piuttosto , Pechino sta lavorando aggressivamente per sopprimere il risveglio nazionale e religioso della sua grande minoranza musulmana .
A volte , sembra che uno dei seguaci più fedeli alle tesi di Huntington sia il presidente russo Vladimir Putin , che cerca di presentare la sua politica estera , come parte di una lotta culturale globale .
La Russia ha due ruoli in questa lotta . Il primo è quello di rappresentare l'eredità ortodosso - cristiano di Bisanzio e le sue filiali nei Balcani ( Serbia) e il Medio Oriente ( le minoranze cristiane ortodosse in Siria ) a fronte dei suoi rivali storici - Turchia e dei suoi alleati occidentali - per il controllo del regione .
Nel suo secondo ruolo , rappresenta una visione del mondo conservatrice contro i valori laici liberali rappresentati dalla Unione europea e gli Stati Uniti, con la sua opposizione ai diritti dei gay che servono come simbolo di quei valori conservatori e tradizionali.
La vera guerra culturale si svolge in Russia , con le élite conservatrici rappresentate da Putin e la Chiesa ortodossa russa , e l'intellighenzia occidentale orientata concentrata nelle grandi città .

 

Una tale dicotomia basata sui valori fa rilevare uno scontro di civiltà anche in altri parti del mondo. Negli Stati Uniti , i sostenitori del movimento conservatore Tea Party si oppongono alla coalizione liberal- democratico. In Turchia , islamici sostenitori del primo ministro Recep Tayyip Erdogan sono schierati contro i suoi avversari secolari . Nell'Unione europea , coloro che sostengono una forte unione centralizzato sono impegnati in lotta con quelli che vi si oppongono .
In Israele pure, i sostenitori , dei valori cosmopoliti liberali che si trovano in maggioranza a Tel Aviv si oppongono agli ultra- ortodossi e al campo nazionalista .
Il successo di Putin nell'usare la cultura come strumento per rafforzare il suo dominio e promuovere gli interessi strategici della Russia mette in evidenza il dilemma di coloro che marciano sotto la bandiera della riforma liberale : La ricerca dell' appoggio del grosso pubblico è molto più efficace quando ti presenti come qualcuno che cerca di difendere i membri della comunità da coloro che cercano di danneggiare l' identità collettiva , se si tratti di quella Pan- slava russo , islamista o messianica sionista .
Questo spiega la difficile sfida di chi cerca di difendere valori universali illuministici in uno scontro di civiltà locale

http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.568139

 

ClaudioC il coraggio di una giornalista egiziana

L' amico ClaudioC ci segnala la notizia di una coraggiosa giornalista Egiziana che in un duro scontro con un Iman conservatore  prima gli ricorda il lauto compenso che ha preteso per parteciapare alla trasmissione , poidi fronte alla intransigenza del regligioso si toglie il velo come provocazione , come sottonea Claudio "è particolarmente significativo poi il fuori onda, con la intervistatrice che ribadiva la sua fedeltà al velo ed all'Islam in genere, e quindi ad Allah, e non certo ai diktat ipocriti e perentori del fanatico imam di turno. Una musulmana moderna che desidera restare fedele alle proprie tradizioni, senza però consentire a chicchessia di appropriarsene per rielabolarle e farne una sorta di gabbia repressiva conculcatrice delle libertà femminili."

http://video.repubblica.it/dossier/egitto-caos/egitto-giornalista-si-toglie-il-velo-davanti-all-imam/129441/127944

I Palestinesi e l'olocausto

Finamente una buona notizia , fra i tanti che non mancano mai di segnalare i difetti del nemico ( alternativamente l'arabo fanatico o l'ebreo rapace) c'è chi prova a comprendere l' altro

La commozione dei profughi palestinesi al museo dell’Olocausto di Gerusalemme

giovedì, 4 aprile 2013

L’associazione “Combatants for Peace”, “Combattenti per la pace”, ha organizzato una visita dall’alto valore simbolico. Otto palestinesi, tra cui alcune persone che vivono nei campi profughi, si sono recati al museo dell’Olocausto di Gerusalemme, Yad Vashem. “Combatants for Peace” è un’associazione che riunisce israeliani e palestinesi che in passato si sono combattuti tra di loro, ma che da tempo hanno deposto le armi scegliendo la via del dialogo. La visita a Yad Vashem, “un memoriale e un nome” in ebraico, è stata raccontata dal sito Ynetnews, il portale in inglese del più diffuso quotidiano israeliano, Yedioth Ahronoth.

Gli otto partecipanti alla visita al museo dell’Olocausto hanno tutti espresso grande commozione per il percorso che mostra il dramma del genocidio ebraico perpetrato dal nazismo e dai suoi alleati. Ahmed al-Jaafari, un 43enne residente in un campo profughi, rimarca come “questa sia stata una esperienza che mi ha scosso. Ne avevo letto e sentito parlare, ma niente assomiglia ad una visita nella quale posso vedere i fatti con i miei occhi. Non riesco a capacitarmi come il mondo abbia architettato un simile crimine”. Al-Jaafari esprime un sentimento che, come rimarca il quotidiano online Ynetnews, non è sicuramente condiviso da molti israeliani, ma che incendierebbe anche tanti palestinesi. ” Se si guarda alla storia della nazione ebraica, si possono capire le vostre paure. Una nazione che ha attraversato una simile esperienza non può vivere senza cicatrici. Non condivido inoltre il paragone tra l’Olocausto e la situazione che si vive nei territori, chi lo fa è motivato dalla paura e dalla rabbia”.

Al momento non ci sono arabi “giusti tra la nazioni”, coloro i quali hanno messo a rischio la loro vita durante l’Olocausto per aiutare gli ebrei, ma la guida israeliana ha raccontato come il comitato che decide questa titolo sta esaminando i casi di alcune famiglie nordafricane che hanno compiuto gesti eroici per aiutare le persone perseguitate dai nazisti. Bassam Aramin è un palestinese che vive nei Terrotori Occupati. Cinque anni fa sua figlia è caduta vittima delle pallottole sparate dai soldati israeliani. Quando però sente il paragone tra l’Olocausto e la realtà vissuta nella sua terra, si indigna. “E’ un grande errore. Sono cose completamente diverse. Come persona che vive sotto un’occupazione, riesco ad identificarmi con i profughi. Siamo come loro, umiliati, deboli e persi. La tragedia dell’Olocausto è però molto differente. Non si può descrivere con le parole un simile dramma. Quando visiti un posto come questo museo, ti dimentichi chi sei tanta è la commozione.”

MO dialogo tra sindaci e football

PICCOLI TENTATIVI PER FAR RINASCERE IL DIALOGO mentre le diplomazie dimostrano tutta la loro incapacità di far riprendere in dialogo in medio oriente entra in campo la diplomazia dal basso (quella che la cialtroneria giornalistica italiana considera spreco di soldi)

ANSAmed) - ROMA, 22 FEB - Dodici sindaci israeliani e palestinesi si incontrano a Torino per riaprire un difficile dialogo. Perche' per costruire una pace che pare davvero impossibile, sono soprattutto le societa' civili a dovere entrare in gioco. E' questo lo spirito con cui mercoledi' 6 marzo 2013, alle ore 18.00, si incontreranno i primi cittadini di alcune citta' simbolo dei due Paesi.

L'incontro - che sara' ospietato al Circolo dei Lettori di Torino - e' organizzato dal Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente. Per costruire davvero la pace, scrivono i promotori dell'iniziativa, serve una partecipazione dal basso. Non basta la diplomazia. ''Dopo il riconoscimento della Palestina come Stato osservatore non membro da parte dell'Assemblea Generale dell'ONU - ricordano - a poche settimane dalle elezioni israeliane, e dopo l'annuncio della visita del presidente Obama volta a riaprire i canali del negoziato tra le parti'', il processo deve andare oltre. ''A dovere entrare in gioco - sostengono - sono le societa' civili''.

All'incontro prenderanno parte Ilda Curti, assessore all'Urbanistica e alle Politiche di integrazione dei ''nuovi cittadini'' del Comune di Torino, Paolo Ricci, portavoce degli Enti Regionali e Locali italiani nel Palestinian Municipalities Support Program del ministero degli Affari esteri, Guido Bolatto, segretario generale della Camera di commercio di Torino, Janiki Cingoli, direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, Geneva Initiative - Italia, Shlomo Brom, membro dello Steering Commitee di Geneva Initiative Israel, Nidal Foqah, direttore generale di Geneva Initiative Palestine; Ghassan Al Shak'a, sindaco di Nablus (Palestina) e membro del Comitato Esecutivo dell'Olp e Moshe Sinai, sindaco di Rosh HaAyin (Israele). (ANSAmed).

http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/stati/palestina/2013/02/22/Mo-Torino-conferenza-sindaci-israeliani-palestinesi_8291481.html

 

(ANSAmed) - ROMA - Il Barcellona dovrebbe giocare la prossima estate una 'partita della pace' contro una selezione dei migliori calciatori israeliani e palestinesi. L'idea e' emersa ieri sera a Tel Aviv dove il presidente del Barcellona Sandro Rosell ha incontrato il presidente israeliano Shimon Peres. La ''partita della pace'' dovrebbe essere giocata il prossimo 31 luglio, ''nella speranza - ha detto Rosell, in dichiarazioni riportate dal sito web del Barcellona - che questa partita serva a costruire un ponte di dialogo tra le due comunita' e che possa aiutare la riconciliazione tra le parti''.

L'iniziativa e' stata apprezzata dal presidente Shimon Peres: ''E' un piacere - ha detto, sempre secondo il sito della squadra - poter partecipare alla organizzazione di questo progetto.

Lavoreremo insieme al presidente Rosell e al presidente dell'Autorita' Palestinese per una partita che, speriamo, non sia un evento isolato ma parte di un percorso di cooperazione''.

La partita dovrebbe essere disputata a Tel Aviv e l'incasso sara' usato per sostenere progetti che coinvolgano i giovani israeliani e palestinesi. ''Ovviamente - ha detto il vicepresidente del Barcellona Javier Faus - non abbiamo interessi economici in questa gara, anche se ci rimettiamo l'importante e' sostenere certi valori''. Anche i calciatori del Barcellona. ha confermato Rosell, sono pronti a sostenere il progetto: ''Abbiamo il sostegno di tutte le parti in causa - ha concluso Rosell - ora dobbiamo solo lavorare per i dettagli della partita''.

Il presidente del Barcellona ha poi visitato il memoriale di Isaac Rabin e incontrato Yair Lapid, leader del partito Yesh Atid. Il viaggio del presidente del Barcellona nella regione proseguira' domani con una tappa a Gerusalemme e poi a Ramallah, dove il numero uno dei catalani incontrera' il presidente dell'Autorita' Palestinese Mahmud Abbas e il governo palestinese alla Mouqata.

Nel 2005 una partita della pace venne giocata al Camp Nou di Barcellona, organizzata dal Peres Center for Peace e dall'allora presidente del Barcellona Joan Laporta e venne disputata in occasione del summit Euro-Med summit a Barcellona. (ANSAmed).

http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/stati/israele/2013/02/22/Calcio-Barca-progetta-match-squadra-israelo-palestinese_8291569.html

Ofir e Malala , due adolescenti contro due integralismi

Continua la testimonianza dell'amico Castruccio sull' integralismo , in questo caso islamico e ebraico , e come sia riperquota, sia pure in forme  diverse sui giovani. Dell'ntegralismo vorremmo sottolineare la particolarmente riuscita definizione di Castruccio "integralismo, malattia senile di ogni religione"

Ofir (israelita) e Malala (mussulmana) due ragazzine contro due integralismi.

 

 

I più pensano che tra giudaismo ed islamismo non ci siano punti di contatto, anzi che tutto li divida. Non è vero. Le due religioni hanno in comune il peggio: l'integralismo.
 
Ofir Ben-Shetreet, giovane israeliana non può cantare. Male. Malissimo. Anzi peccato.
Ofir ha una bella voce. Anzi una gran bella voce. Così bella che chi l'ha sentita si è spinto a definirla «angelica». Addirittura.
Dio le ha dato un grande dono e tutti ne devono godere” sarebbe portato a dire qualcuno dotato di sentimento religioso. E invece no.
Dio le ha dato qualcosa - dicono gli integralisti - che non deve usare e di cui gli altri tutti non possono beneficiare”. Che oggettivamente è un controsenso e a ben vedere pure un tantinello blasfemo.
Ofir non può cantare in pubblico, specialmente davanti a uomini perché è donna, anche se ha solo diciassette anni. Questo è vietato. Così pensano anche i rabbini che dirigono la sua scuola. E poiché in Israele, come in ogni altra parte del mondo Italia inclusa, l'ortodossia è sacra e non si ferma neppure davanti al ridicolo, ecco arrivare la punizione. Esemplare, come giusto che sia: l'hanno sospesa per due settimane dalle lezioni. Che attenzione non è una pena da poco, perché significa l'esclusione dalla comunità e la messa all'indice. E la cosa non è bella specialmente se si vive, come Ofir vive, in un piccolo villaggio religioso.
Una volta, ai tempi di Miriam e di Davide, giusto per dirne due, c'era molta più libertà di canto e di espressione di quanto i rabbini ortodossi non ne prevedano oggi.
 
Nell'Esodo (XV-20) si racconta che Miriam, sorella di Aronne, non solo cantò (scandalo, oggi) ma pure danzò (doppio scandalo, sempre oggi) e lo fece incitando anche tutte le altre donne a farlo. Davanti a tutti. Svenimenti a ripetizione tra il clero giudaico. Così come nel secondo libro di Samuele (VI-14,15) si racconta delle sfrenate danze di Davide che “saltava di tutta forza e con grida d'allegrezza” Orrore. Doppio orrore. Si dirà , a discolpa, che Miriam era una profetessa e Davide era pure un re oltre, naturalmente, ad essere maschio mentre Ofir, oggettivamente, non è nessuna delle tre cose: non è una profetessa, non è un re e tanto meno un uomo. Almeno ad oggi.
Si giustificherà Miriam perché cantava sulle rive del Rosso dopo aver salvato la pelle dall'esercito del faraone mentre la ragazzina si è esibita più semplicemente in uno studio televisivo, nella trasmissione XFactor. I tempi, ahinoi, sono quello che sono, e la tecnologia impazza. D'altra parte mica si può organizzare un esodo biblico con successiva quarantennale permanenza nel deserto ogni volta che una donna vuol cantare. 
 
Oltre a tutto Ofir era vestita quasi come una suora: gonna oltre al ginocchio, braccia coperte e vestito chiuso al collo. Le mancava giusto il velo in testa. Ma, se l'avesse avuto, sarebbe stata scambiata per una mussulmana. E mussulmana è invece Malala Yousafzai che ha avuto l'insano desiderio di voler studiare e di farsi una cultura in quel del Pakistan. Anche lì gli integralisti si sono opposti. E poiché Malala sembra un tipino tosto, capace di organizzare un movimento di massa e che magari studiare è più pericoloso che cantare questi hanno pensato bene di andare per le spicce e le hanno sparato. Certo c'è una grande differenza tra le due reazioni, pure se a Gerusalemme e dintorni quando gli ultraortodossi haredim si mobilitano non c'è da stare allegri. In quanto a violenza anche loro hanno qualcosa da dire. Il fatto è che il principio risulta sempre lo stesso: l'ottusa applicazione di una cattiva lettura dei testi detti sacri. Come se il contenuto di quei libri non fosse antropologicamente funzionale al contesto storico e culturale del momento in cui fu scritto. E che con questa lente vadano letti perché da allora di tempo ne è passato parecchio. Perché pensare di rendere pratiche certe metafore è assai pericoloso. E poi, molte cose sono cambiate. Per esempio si sono inventate le forchette e i rotoli di carta hanno cambiato di funzione.
 
Ofir e Malala non sono solo due fenomeni di contestazione all'integralismo, malattia senile di ogni religione e ai suoi acidi sistemi di gestione, quanto due importanti risorse per la crescita sia dei loro paesi sia, parrà strano, anche per le loro due religioni.
Nessuna delle due ragazze contesta i rispettivi libri sacri ed i principi fondamentali in essi scritti. Tuttavia danno la dimostrazione di volerne fornire una lettura più aggiornata, magari più moderna, addirittura più laica. Il moderato rabbino Aaron Leibowitz parlando di Ofir ha dichiarato che questa è:«la voce di una generazione che sta cambiando. Non ha rinunciato alla religione, sta cercando la sua strada attraverso le definizioni classiche di giudaismo». Allo stesso concetto si può accomunare Malala, basta sostituire l'ultima parola: islamismo a giudaismo.
E per gli amanti delle belle voci e della cultura questo non può essere che un bene.
E anche per la laicità. Naturalmente.