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CONTRO LO SCONTRO DI CIVILTA'

Qualche giorno fa è apparso su Repubblica questo articolo di Gilles Kepel esperto dell' islamismo radicale e già consigliere di Chirac  , ove racconta dei suoi scontri con Hungington e suoi seguaci , riportiamo in calce anche il link ad un commento di Limes

 

Le profezie sbagliate sull'islamismo

di GILLES KEPEL

Mi ricordo una colazione al Club dei Professori di Harvard con Samuel Huntington, qualche anno dopo la pubblicazione del suo famoso articolo, poi del suo libro, sullo Scontro delle civiltà. Avevo voluto vederlo perché, per elaborare il suo argomento, aveva usato fra l'altro il mio libro La rivincita di Dio. In quelle pagine spiegavo come, negli Anni Settanta, si fossero sviluppati i movimenti politici religiosi all'interno del Cristianesimo, l'Ebraismo e l'Islam. Avevo voluto tracciare dei paralleli trans-religiosi fra quei fenomeni; dimostrare come, benché in modo diverso, ciascuno dei tre fosse nato in reazione alla crisi della modernità e del mondo industriale, all'indebolimento delle solidarietà sindacali e operaie dopo la scomparsa del lavoro in fabbrica, l'aumento della disoccupazione, e così via.

Paradossalmente, però, Huntington aveva attinto soltanto alla parte islamica del mio libro, usandola per argomentare il carattere eccezionale dell'Islam. Su questo aveva fondato una visione univoca dell'Islam senza capire che all'interno di quella fede si opponevano varie forze, si scontravano per controllarlo, o per imporre una divisione tra il riferimento laico e quello religioso nella lotta politica e nello spazio pubblico. La discussione con lui quel giorno fu cortese, ma affiorarono posizioni radicalmente diverse.

Qualche anno dopo arrivò l'11 settembre 2001. Huntington conobbe un secondo trionfo: gli attentati di Al Qaeda, agli occhi di gran parte dei commentatori, convalidavano le sue tesi e il carattere assolutista dell'Islam; trasformavano la gran massa dei fedeli in seguaci di Bin Laden.

Dal canto mio, nel libro "Jihad, ascesa e declino dell'islamismo", avevo cercato di spiegare che l'islamismo attraversava, appunto, un declino. Infatti, si era spaccato. Da un lato, vi erano i gruppi radicali destinati a usare sempre più la violenza, nella speranza che quella avrebbe svegliato le masse e innescato la rivoluzione islamica. Quei gruppi erano una versione musulmana delle Brigate rosse, o della Rote Armee Fraktion tedesca. Dall'altro lato, vi erano islamisti come l'Akp turco, pronti a partecipare al sistema politico, destinati poi a vedere la propria dottrina dissolversi nel pluralismo, e a riconoscere che la sovranità deriva dal popolo e non da Allah: la democrazia. Il 12 settembre, mentre Huntington trionfava nei media, certi giornalisti francesi chiesero la mia rimozione dalla cattedra, tanto i miei scritti parevano a loro privi di senso.

Eppure oggi, che sono trascorsi 10 anni, quell'analisi mi sembra giusta. L'estremismo islamico, di cui Bin Laden era l'emblema, non è riuscito a trascinare le masse del mondo musulmano. Al Qaeda è ridotto a una setta priva di fecondità politica. D'altro canto, i regimi autoritari e dittatoriali dei vari Mubarak e Ben Ali, ritenuti dagli occidentali "baluardi" contro l'estremismo islamico, sono anch'essi diventati obsoleti. Oggi i popoli arabi sono emersi da quel dilemma - stretti fra Ben Ali o Bin Laden. Hanno fatto di nuovo ingresso in una storia universale che ha visto cadere le dittature in America Latina, i regimi comunisti nell'Europa orientale, e anche i regimi militari nei Paesi musulmani non arabi, come l'Indonesia e la Turchia. Di conseguenza, gli islamisti che proponevano la partecipazione politica all'interno di un sistema pluralista sul modello turco, oggi prevalgono, anche se in Egitto non sono stati capaci di imporre il proprio vocabolario politico, e sono costretti - senza pregiudicare gli sviluppi futuri - a seguire le rivoluzioni democratiche arabe, anziché invocare la sovranità di Allah. Perciò, credo che il sociologo politico abbia avuto ragione rispetto a certi studi che riducevano la società a dei testi ideologici.

Molti, con grande ingenuità, ora scrivono che l'islamismo è scomparso, che gli arabi assomigliano agli europei o agli americani. La realtà, però, è più complessa. Gli arabi, infatti, stanno costruendo una modernità, esitante. Non è un caso che la prima rivoluzione araba sia avvenuta in Tunisia, e che lo slogan più celebre sia stato espresso in francese: "Ben Ali dégage", "vattene", ripreso fedelmente dagli egiziani in un Paese dove quasi nessuno parla più il francese. Gli egiziani l'hanno ascoltato su Al Jazeera ed è divenuto uno slogan rivoluzionario. In Tunisia vi è un vero pluralismo culturale franco-arabo. Questo ci fa capire la vera natura delle rivoluzioni in corso: radicate nelle culture locali, e al tempo stesso nelle aspirazioni universali, con tutte le difficoltà che ciò comporta.

(Repubblica.it, 05 marzo 2011 )

http://www.wikio.it/article/gilles-kepel-profezie-sbagliate-islamismo-repubblica-251610651

ecco il commento di Limes

http://temi.repubblica.it/limes/una-civilta-ibrida-tra-europa-e-mondo-arabo/21042?com=21042#scrivicommenti

 

L' Europa di fronte alle "stagioni" Arabe

Si stanno diffondendo le analisi sull' "autunno" che starebbe seguendo alla "primavera araba", accanto ad analisi serie vi è il consueto coro dei fautori dello scontro di civiltà che tirano un sospiro di sollievo convinti dello scampato pericolo di veder sparire dopo il nemico comunista anche quello maomettano.

Tra la analisi serie segnialiamo questa del sito "nota politica", sito non certo progressista e spesso anche abbastanza ruvido. In questo caso l'analisi è però più che condivisibile

  

L' autunno della primavera araba

di Ennio Emanuele Piano

 

 

Dire che l'Unione Europea -così com'è- è sostanzialmente un elefante di carta (per parafrasare Mao), una mastodontica costruzione del tutto inutile ed internazionalmente irrilevante, è evidentemente poco originale. Epperò c'è un ambito preciso della vita politica mondiale in cui l'Ue non ha un ruolo piccolo, ma semplicemente non ne ha alcuno: la politica estera. Il che potrebbe pure starci: diverse decine di Stati sovrani non possono che coltivare ciascuno i propri interessi. Il problema sta nel fatto che ad essere in completo e perpetuo disaccordo siano i Paesi che contano davvero, come Francia, Germania e Gran Bretagna (dell'Italia, diremo poi). Questa realtà si era già palesata durante la crisi dei Balcani, e ci si ripropone ora in quella mediorientale, la "primavera araba".

Nessuno, in quel di Bruxelles (impegnati come sono a litigare su amenità quali il numero di lingue nelle quali un test, documento, paper deve essere stampato, oltre che naturalmente sui vari eurosalvataggi e su chi li dovrà pagare) deve aver compreso a fondo cosa stia accadendo sulla sponda meridionale del Mediterraneo. Non si capirebbe altrimenti l'immobilismo totale dell'Unione a proposito dei tumulti che agitano Maghreb e Vicino Oriente. L'eccezione c'é, ed è rappresentata dalla Guerra di Libia, cui Italia, Francia e Uk hanno preso parte (con meriti maggiori rispetto all'impegno effettivo, ché la guerra vera l'han fatta a Washington), mentre la Germania ha pensato bene (ottenendo uno smacco considerevole) di prendere le distanze dagli interventismi umanitari. Ma appunto, Odissey Dawn è stata una guerra americana, per di più sotto l'egida dell'Onu, e di europeo ha ben poco.

Adesso che i ribelli sono entrati a Sirte, l'ultima roccaforte del regime, sarebbe bene che la  Ashton si occupasse anche del resto del mondo arabo in fiamme. Fin ora infatti, a parte le belle parole - "Le persone nelle strade di Tunisi, il Cairo, Bengasi e nei diversi Paesi Arabi protagonisti delle sollevazioni popolari, hanno voluto dare un potente segnale di democrazia e libertà" è il genere di ovvietà pronunciato da Van Roumpy - l'Alto Rappresentante per la politica estera dell'UE non è riuscito a indirizzare l'Europa su un binario preciso: non con la questione della Palestina alle Nazioni Unite; non con quella della suddetta guerra libica; non con azioni dure nei confronti di Assad in Siria. Eppure -dopo un decennio di crisi profonda nei rapporti tra Mondo Libero e opinione pubblica araba, a causa della disinformazione dei regimi locali (e di buona parte dei media europei, che dipingeva i tagliagole come novelli partigiani), dell'acceso nazionalismo arabo, dell'ignoranza coltivata per decenni- le rivolte partite lo scorso inverno rappresentano un'incredibile opportunità! Appoggiando chiaramente le istanze democratiche, l'Europa potrebbe finalmente guadagnarsi una nomea positiva tra i cittadini di Paesi come l'Egitto, la Tunisia, la Siria, l'Iran eccetera.

Naturalmente, e questo è il vero grave problema, tutto questo non succede. I motivi sono quelli suddetti: il più importante è la divisione in seno agli stati membri, per cui ad esempio la Francia ha interessi particolari ed esclusivi nelle ex colonie (e difatti Sarkozy uscì piuttosto male subito dopo la caduta di Ben Alì, tanto da divenire di colpo l'alfiere della democrazia araba nel giro di poche settimane, per ripulirsi l'immagine), mentre la Germania semplicemente guarda in altre direzioni e l'Italia coltiva secondari rapporti bilaterali con questo o quel dittatorello. Ora che la forza propulsiva della rivolta è andata scemando, il mondo nel suo insieme, e l'Europa in primis a causa della sua posizione geografica, corre però due grossi rischi che potrebbero far precipitare l'opportunità in grossi guai: il primo riguarda i Paesi che hanno visto la caduta dei dittatori (Egitto e Tunisia) e la probabile deriva "controrivoluzionaria" o integralista islamica. Non è difficile cogliere le prove di questo processo in Egitto, dove la giunta militare fa il bello ed il cattivo tempo assieme all'ala più influente della Fratellanza Musulmana, e dunque le ambasciate israeliane sono lasciate in balia di violenti manifestanti ed i copti sono trattati col pugno di ferro, massacrati e costretti all'esodo.

L'Europa, ancorché sollecitata dal Ministro Frattini, impiega un'infinità di tempo a condannare le violenze, che poi naturalmente non producono effetto alcuno, come l'hanno sortito in sei mesi di "venerdì di sangue" in Siria, dove dei comunicati di Bruxelles ne fanno carta straccia. Il secondo dei rischi sopra accennati riguarda proprio il caso Siria, assolutamente esemplare di una dinamica manifestatasi già due anni fa durante "l'onda verde" iraniana; dinamica questa che mette in luce la scarsa efficacia del soft power euro-americano: maggiore è la violenza esercitata dai regimi nello schiacciare (preferibilmente in maniera definitiva) ogni opposizione, minore è il rischio che le minacce di interventi esterni si concretizzino. Quanto questo sia, in prospettiva, tremendamente controproducente è abbastanza immaginabile: d'ora in poi ogni regime in difficoltà saprà per certo che tentennare è, di fronte ai Paesi occidentali, una sorta di via libera ad un facile "regime change", mentre il pugno di ferro è garanzia di lunga sopravvivenza, ché tanto le sanzioni finanziarie europee possono essere controbilanciate dagli investimenti di Cina e Russia (partner con più pelo sullo stomaco che non si lasciano impressionare da metodi un po' ruvidi nella lotta al dissenso).

Se a febbraio il quadro poteva parere incoraggiante, ora invece le tinte si sono fatte decisamente più fosche, e la colpa non è certo dei manifestanti, a digiuno di filosofia politica ed incapaci di costruire un nuovo sistema politico, né semplicemente degli islamisti o delle giunte militari. No, la colpa è soprattutto "nostra"; non potevamo pretendere che i Fratelli Musulmani non approfittassero della "primavera" per prendere il potere, stava a noi intervenire fortemente per controbilanciare, ad esempio sostenendo finanziariamente (non lo faceva forse l'America con gli anticomunisti italiani?) i gruppuscoli liberali e democratici, facendoci garanti del pluralismo politico ed intellettuale, favorendo l'apertura dei mercati locali all'economia mondiale tanto in entrata quanto in uscita, insomma coniugare i nostri legittimi interessi con l'espansione dei diritti universali.

Al contrario, per ignavia, lasciamo che Assad (ma vale anche per Saleh, Ahmadinejad ed i Sauditi) arrivi impunemente alle tremila vittime, ché se cadesse "sarebbe la guerra civile", come se questa non fosse cominciata mesi fa, e così facendo non solo indirettamente lo favoriamo, ma pure ci inimichiamo i siriani che rischiano la vita ogni settimana e lasciamo che gli unici ad agire siano i fanatici sunniti, cui andiamo a genio meno che al leader Baathista.

Quanto controproducente sia questa mancanza di politica, tra l'altro assolutamente incoerente, ce lo diranno gli avvenimenti. Per adesso possiamo solo prendere atto di quanto poco l'Europa abbia voglia di contare nel mondo. Con l'Europa, l'irrilevanza coinvolgerà pure l'Italia (che d'altronde vi ha abituata) che non s'è certo meritata qualcosa di più, vista la disastrosa gestione della guerra libica, vissuta con palese e dichiarato fastidio dal Premier, che ha persino rischiato di spaccare la maggioranza per i distinguo della Lega e di parte del Pdl. Solo "in corner" il Ministro degli Esteri è riuscito a portare a casa qualche risultato concreto facendosi garantire dal Cnt il rispetto dei patti bilaterali siglati con Gheddafi, salvando così gli affari, ma non la faccia del Paese.

http://www.notapolitica.it/2011/10/13/piano_esteri13-10.aspx

DUE INTELLETTUALI , UNO ISRAELIANO E UNO PALESTINESE

Sono apparsi oggi due interventi di due grandi intellettuali , fra i maggiori dei due popoli , l' israeliano Abraham Yehoshua e il palestinese Sari Nussaibeh, entrambi parlano delle prospettive di pace , evocando anche delle utopie : Yehoshua immaginando un' Europa in grado di intervenire nel "giardino di casa" rimediando alle speranza deluse suscitate da Obama, che egli critica fortemente.

Nussaibeh immaginando una sorta di federazione fra Israele e Palestina fondata sui diritti civile ed economici prima ancora che politici.

Personalità del genere sono ovviamente nel migliore dei casi derise dai "realisti" delle propria e dell' avversa parte e dai rispettivi sostenitori . L' articolo su Nussaibeh racconta dell' isolamento che lo ha colpito fra i palestinesi e le persecuzioni subite dagli israeliani  . A Yehoshua il sito di appoggio alla destra israeliana "informazione corretta" con parole apparentemente gentili riserva l' invito a occuparsi di romanzi, mentre il sito di fiancheggiamento  degli estremisti palestinesi indymedia lo definisce un "razzista immorale" .

Sta di fatto che sono 60 anni che realisti e falchi delle due parti ci regalano una guerra e una carneficina dietro l' altra .

 

 

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.as...

 

http://www.linkiesta.it/sari-nusseibeh

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=110&id=41756

http://piemonte.indymedia.org/article/4613

Sì, credo anch'io che...

...il blocco navale israeliano abbia oramai una valenza prevalentemente politico-simbolica, ma anche il suo tentativo di forzamento da parte della (famigerata) "Freedom flottilla" lo ha, poichè le autorità israeliane mai hanno bloccato l'afflusso dei rifornimenti umanitari, riservandosi semplicemente il diritto di verificare che, mescolati tra di essi, non vi siano anche equipaggiamenti militari destinati alle varie fazioni terroristiche palestinesi. Sarebbe facile far passare il convoglio umanitario ad es. per el-Arish, ma si preferisce (tentare di) forzare ad ogni costo il blocco israeliano...

Cordiali saluti

Haaretz invita il governo israeliano a non bloccare la flottilla

Haaretz , il più noto giornale progressista israeliano, invita in un editoriale  il governo di Tel Aviv a  bloccare la flottiglia di attivisti filo palestinesi che sta cecando di portare aiuti umanitari alla striscia di Gaza.

Il giornale ovviamente parte dalla considerazione che ormai il blocco di Gaza, specialmente dopo l' apertura della frontiera con l' Egitto , è molto più permeabile dello scorso anno, e d'altronde israele si era offerto di trasportare a propria cura gli aiuti se si fosse  rinunciato all' attracco diretto nei porti di Gaza. Il senso dell' operazione è quindi essenzialmente politico

D'altra parte Haaretz critica il parossismo del governo Netaniau che sta affrontando la questione come se sis trattasse di una squadra navale armata pronta ad invadere Israele.    

Sia per riprendere il processo di avvicinamento con la Turchia,(molti attivisti sono turchi)  sia per non ingigantire l' iniziativa agli occhi dell' opinione pubblica mondiale (che è l' obbiettivo degli attivisti) secondo Haaretz la flottiglia dovrebbe essere lasciata passare , addirittura scorata dalla marina israeliana

 http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/let-the-flotilla-go-1.369774

Con le donne saudite per la difesa dei minimi diritti

Hanno risposto agli appelli lanciati dalle loro sorelle attraverso i social network: le saudite si mettono oggi al volante per la prima manifestazione ufficiale dal 1991, quando un gruppo di pioniere velate lanciò il guanto di sfida all'unico paese al mondo che proibisce ancora alle donne di guidare.

«Stiamo tornando dal supermercato. Mia moglie ha deciso di cominciare la giornata mettendosi alla guida sia all'andata che al ritorno» ha scritto sulla sua pagina Twitter Tawfiq Alsaif, editorialista.

«Mia moglie Maha ed io siamo appena rientrati da un giro in auto di 45 minuti. Ha guidato per le vie di Riad» ha annotato fiero in un altro tweet Mohammed al-Qahatani, presidente dell'Associazione saudita dei diritti civili e politici.

Decine di donne saudite si sono autodenunciate con migliaia di post su una pagina Facebook dedicata alla protesta contro il divieto di guida per le donne nel Regno wahabita. La campagna 'io guidò, lanciata due mesi fa sui social network, andrà avanti «fino alla pubblicazione di un decreto reale che autorizzerà le donne a guidare» secondo la pagina Facebook degli organizzatori.

Diverse famiglie saudite hanno almeno un autista con uno stipedio medio di circa 2mila riyal (circa 370 euro), chi non può permetterselo è costretto ad accompagnare fisicamente mogli, sorelle o figlie.

«Permettere a una donna di guidare significherebbe provocare un miscuglio di generi che metterebbe la donna in serio pericolo, e porterebbe al caos sociale» recita una fatwa (precetto religioso) in materia, che risale al 1991.

Negli ultimi tempi le cose sono però cambiate: la 26enne Manal Sharif è stata arrestata alle tre del mattino del 22 maggio scorso per aver caricato su YouTube un filmato che la ritraeva alla guida, ed è stata rilasciata ben nove giorni dopo grazie a una ritrattazione che aveva tutta l'aria di essere stata estorta con la forza dalle autorità. È dal suo e altri casi simili che è nata la campagna 'io guidò, che invita le donne, soprattutto quelle che hanno una patente rilasciata da un paese estero a muoversi per conto proprio.

In un comunicato, Amnesty International ha rivolto un appello alle autorità perché «smettano di trattare le donne come cittadini di seconda classe e aprano le strade del regno alle donne al volante». «Le donne mediamente sono molto più coraggiose degli uomini e da tempo stanno dimostrando questo coraggio sfidando i divieti imposti dai vertici sauditi» ha commentato l'attivista Mohammed al Qahtani, citato da Arab News.

«Non mi sorprenderebbe se avessero un ruolo determinante nella nostra battaglia per le riforme» ha aggiunto, lasciando intendere che proprio le donne potrebbero essere per l'Arabia Saudita, come lo sono già state in Tunisia e in Egitto, l'elemento trainante del cambiamento.
 

Tahar Ben Jelloun sul futuro della primavera araba

 

Proseguono le testimoninanze raccolte dal Linkiesta sulla primavera araba

 

Nato in Marocco nel 1944, Tahar Ben Jelloun vive in Francia dagli anni settanta, ed è considerato uno dei maggiori scrittori francofoni: fra i suoi best-seller si contano titoli come “Il libro del buio”, “Il razzismo spiegato a mia figlia”, “L’Islam spiegato ai nostri figli”, “Non capisco il mondo arabo”, “Creatura di sabbia”.

Linkiestra lo incontra a Vicenza, in occasione della rassegna “Dire Poesia”. A detta del curatore, il professor Stefano Strazzabosco, Ben Jelloun è un intellettuale a cavallo tra due culture, capace di «un’intensità di scrittura altissima». Senza dubbio è anche un uomo coraggioso. Persuaso che compito dello scrittore sia «essere testimone della propria epoca», da anni Ben Jelloun denuncia, con i suoi romanzi e i suoi articoli, il terrorismo islamico e le dittature arabe “moderate”, l’ipocrisia della società occidentale e le meschinità dei suoi leader politici. 

Con noi lo scrittore francomarocchino ha parlato della Primavera araba, oggetto del suo ultimo libro: “La Rivoluzione dei gelsomini” (Bompiani). Primavera che lui trova “commovente”, perché non si può rimanere indifferenti di fronte alla ribellione dei popoli arabi contro i loro oppressori.

Oggi, in un’epoca dominata da tv e internet, pensa che i libri possano ancora spingere le masse ad agire? In fondo dietro la Primavera araba non ci sono grandi intellettuali, ma giovani armati di cellulare…

Credo che nessun libro possa scuotere le masse.

Nessun libro ?

No. Né libri, né film, nulla. Ciò che scuote le masse è il bisogno vitale che avvertono. Un giorno si dicono “Non possiamo più vivere nell’indegnità, non possiamo più sopportare”, e scendono in piazza. Ma i libri, le poesie, i film, e anche la musica, contribuiscono al clima che prepara la rivolta. Un libro, però, non riuscirà mai a cambiare nulla. Lei può scrivere il più grande libro, non cambierà la società. Ma parecchi libri, parecchie opere pittoriche, parecchie opere musicali e parecchi film, nell’insieme, finiranno per influenzare la gente in modo inconsapevole.

Degno di nota, per molti esperti, è che in Egitto e Tunisia le rivolte siano state non-violente.

Non-violente… insomma, ci sono stati dei morti. Chi manifestava non era violento, ma la repressione della polizia lo era. La novità, dunque, è stata che la gente ha manifestato in modo pacifico. Non aveva armi, aveva solo degli slogan.

Lei non teme che l’Egitto, dopo un breve interludio d’euforia democratica, passi dalla dittatura di Mubarak a quella dei generali ?

Non penso.

Perché ?

Per una ragione, non perché sia ottimista. Penso che attualmente il popolo egiziano sia molto vigile: si riunisce ogni venerdì, discute di tutto… Chiunque arriverà al potere sa che non potrà fare quello che vuole, e che bisognerà andare nella direzione indicata dalla rivolta, e non in quella del passato. Questo è sicuro.

E l’Algeria ? Lei ha scritto che «l’Algeria è il suo esercito». Quindi è molto improbabile che in Algeria le cose cambino.

No, in Algeria è molto difficile, perché l'esercito ha il potere dal 1965. E come in Siria, non ha intenzione di lasciarlo.

Secondo quanto riferito dal Guardian, Mubarak e la sua famiglia potrebbero aver accumulato un patrimonio di 70 miliardi di dollari, quasi quanto il PIL della Libia. Com’è stato possibile che Mubarak abbia potuto derubare l’Egitto di così tanto per così tanti anni ?

Com’era possibile... Semplice: quando il denaro entrava, Mubarak lo rubava, e lo metteva altrove. Non c’era alcun controllo. Come in Tunisia. Quello che succedeva in Tunisia era incredibile. Il presidente Ben Ali era veramente un ladro. Diciamo un piccolo ladro: rubava molto, ma era un piccolo, stupido ladro. Nel suo palazzo hanno trovato armadi pieni di denaro, di gioielli. Ben Ali si comportava come i re del Medioevo, che raccoglievano il denaro dei sudditi, l’oro, e lo mettevano nei forzieri.

Non a caso la corruzione è il peggior flagello del mondo arabo…

La corruzione è come la mafia. Non si può lottare contro di essa senza un’educazione che parta dalla scuola elementare. Bisogna che i bambini imparino fin da piccoli l’odio verso la corruzione, l'odio verso la mafia. Sono stessa cosa. Perché il denaro fa marcire la gente. Su sette miliardi di uomini ci sono forse due, tre persone che non sono sensibili al denaro. Quando lei offre centomila euro a qualcuno, anche se questo qualcuno è molto, molto virtuoso, e va in moschea o in chiesa o in sinagoga ogni giorno, non sputerà sui soldi, li prenderà e da quel momento perderà la sua dignità. Ma di uomini così ce ne sono miliardi, non milioni. Miliardi.

Nel 2004 lei si è recato la Libia. Che impressioni ricavò da quella visita ?

A me la Libia sembrò un Paese completamente fermo, in anestesia generale. Nessuno parlava, nessuno diceva nulla. Mi ha stupito che qualcosa si sia mosso, perché era una vera dittatura militare, e lo si vede ora. Molti libici sono morti, è una rivolta assolutamente tragica: nonostante l’intervento del Consiglio di sicurezza, della Nato e di tutto il resto, non si riesce a scacciare Gheddafi.

Il Nobel francese Claude Cohen - Tannoud nato in Algeria nel 1933, sogna un Maghreb unito e pacifico. Che cosa pensa al riguardo ?

Che non è il solo. Tutti noi sogniamo un Maghreb così, ma in mezzo c’è l’Algeria, che ha molti problemi con tutti: con il Marocco, con la Tunisia, con la Libia, con tutti. Dunque finché l'Algeria non risolverà i problemi con se stessa, non si potrà fare niente.

Pensa che la Primavera araba riuscirà ad attraversare il Mediterraneo?

È già in Spagna, a Puerta del Sol… Il problema con la Spagna è che questa gioventù non ha lavoro. Si ribella contro il partito al potere, che è il partito socialista, e tutti adesso voteranno per il partito popolare, che è una destra abbastanza stupida. La destra non potrà creare occupazione. Non bisogna credere che la destra abbia soluzioni miracolose.

Passando dalla Spagna all’Italia, cosa pensa della situazione politica italiana ?

La situazione politica italiana è strana. Non la comprendo molto, come d’altronde molti italiani. È una situazione che sfida ogni morale, e ciò che mi affligge di più è che la sinistra italiana è, come la sinistra francese, molto divisa.

Torniamo al Maghreb. Come sarà, secondo lei, il Nordafrica nel 2012?

Non sono un veggente [ride] Non si può dire che cosa succederà, ma una cosa è sicura: non si tornerà indietro.

http://www.linkiesta.it/ma-il-maghreb-unito-e-pacifico-restera-un-sogno