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Presidenzialismo e dintorni

 

Presidenzialismo e dintorni

Da il senso della repubblica , giugno 2013

 

Nel precedente editoriale avevamo posto l’accento sul ruolo e sui limiti dell’attuale “governo di unità nazionale”.  Era stato, tra l’altro, ben sottolineato che le attuali drammatiche difficoltà  imponevano l’individuazione di alcuni urgenti provvedimenti in materia economica e un limite di durata, perché una emergenza  straordinaria non può essere gestita a lungo senza un vero mandato elettorale.
Ora l’attenzione del mondo politico si sta invece spostando anche sulle cosiddette riforme istituzionali: tematiche di “lungo periodo” che, per essere affrontate, richiederebbero invece un ampio, meditato, mandato popolare.
Su questo fronte non vi è dubbio che alcune misure siano necessarie nell’epoca delle sfide globali: il superamento del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione delle province e, ovviamente, una nuova legge elettorale... Ma questo Parlamento è investito del “potere reale” per effettuare queste riforme? Ancora più difficile, per l’uomo della strada,  comprendere l’urgenza dell’introduzione del presidenzialismo, come se la crisi della politica fosse dovuta a una questione di forma e non di (mancata) sostanza.
 In tempi di grave emergenza  morale,  economica e, soprattutto, sociale pensare a una rinascita può certo implicare un ripensamento sulle forme della partecipazione democratica, ma il tutto non può risolversi con  un semplice, acritico, ritorno  verso modelli (oligarchici) che, di per sé,  oggi non garantiscono né la qualità, né l’efficienza, né uno sviluppo migliore. Resta invece a nostro parere  valido l’antico assioma mazziniano secondo cui sono gli uomini a rendere buone (o cattive) le istituzioni e non il contrario. In altri termini, rileggendo  la storia italiana, si può agevolmente constatare che la mancanza di grandi riforme strutturali della nostra economia e della società appare imputabile solo in minima parte alla Costituzione, che ha anzi costituito un sicuro riferimento contro derive antidemocratiche.
Sul piano della lotta politica  si è invece registrato il prevalere di una contrapposizione di interessi corporativi, spesso illeciti, che ha prodotto l’effetto di  “regalarci” un debito pubblico enorme, un’amministrazione pubblica poco efficiente, una burocrazia assurda, una pletora di conflitti di interesse, il malaffare diffuso. Ora, davvero arduo stabilire cosa c’entri la Costituzione di fronte a questi tumori che hanno minato la nostra società.   E’ colpa della Costituzione se è stata istituzionalizzata l’evasione fiscale? O se la corruzione e la mafia sono diventate prassi e metodo di gestione del potere? E ancora: come e perché il presidenzialismo dovrebbe contribuire a migliorare il rapporto tra debito e PIL? Capovolgendo la vulgata che ci viene somministrata da varie fonti viene piuttosto da chiedersi come mai negli ultimi decenni anziché una sequenza disordinata di richieste di revisione costituzionale non si sia costituita una commissione d’inchiesta capace di indagare i motivi per cui non è stato possibile applicare la Costituzione, darle attuazione.
 Se non rispondiamo con chiarezza e onestà  a queste domande nessun saggio,  nessuna riforma costituzionale, potrà salvarci.

Gianni Ferrara e i pasticci della riforma costituzionale

UN PROGETTO DI RIFORMA POCO "SAGGIO" Intervistato dal periodico Left, il decano dei costituzionalisti italiani Gianni Ferrara ha esaminato il lavoro dei “saggi” sulle possibili revisioni costituzionali, criticando la relazione finale. A suo avviso, anche se viene mantenuta la forma parlamentare di governo, sono affidati al presidente del consiglio poteri eccessivi, tali da delineare un parlamento che diventerebbe uno “strumento della legislazione”, a disposizione del primo ministro.

Professor Ferrara, nell’intervista lei si è detto preoccupato e in dissenso con l’operato della commissione, criticando i ‘poteri abnormi’ di cui sarebbe investito il presidente del Consiglio. Ha anche osservato che quella relazione poteva essere tranquillamente redatta dagli uffici giuridici di Camera e Senato…
Avrebbero fatto lo stesso lavoro in meno tempo, con minori spese e con maggior precisione: Nel documento non c’è nulla di più di quanto già si sapesse sulle possibili revisioni costituzionali. In particolare, penso che sia sostanzialmente una ‘furbata’ l’ipotesi di lavoro sulla forma di governo. Si tende a fare un semipresidenzialismo senza dirlo, camuffandolo da forma parlamentare. La formula che usano è ‘forma parlamentare di governo del primo ministro’: tradotto significa che il parlamento diventerebbe l’organo esecutivo delle decisioni del primo ministro, pronto a tradurre in legge le sue direttive.

Per questo lei parla di un ‘potere abnorme’ che sarebbe affidato al premier?
La verità è che, per conciliare le tendenze dei ‘parlamentaristi’ con quelle dei ‘presidenzialisti’, si arriva a ipotizzare un premier che diventa organo di direzione del parlamento. Una formula che non sta né in cielo né in terra.

Nemmeno in altri sistemi politici?
In Inghilterra il premier ha un grande potere. Ma questo gli deriva dal fatto di essere il leader del partito che vince le elezioni, e che quindi ha la maggioranza dei parlamentari. A riprova, se nel partito di maggioranza si decide di sostituire il leader, cambia automaticamente anche il premier. Non è una ipotesi di scuola, un fatto del genere è già accaduto, più di una volta. Del resto fin dal ‘700, dopo la rivoluzione di Cromwell, i tories e i whigs, progenitori dei laburisti, decisero assieme che non sarebbe stata più tollerata la personalizzazione del potere. Né da parte del monarca, né tanto meno da parte di altri. Anche il sistema politico tedesco è di forma parlamentare. Angela Merkel è cancelliera perché è la leader del Cdu-Csu, in quanto tale viene eletta dal Bundestag dove il suo partito è maggioranza, dopo aver ricevuto dal presidente della Repubblica l’incarico di formare il governo.

Poi ci sono anche i sistemi presidenziali, come gli Stati Uniti e la Francia.
Come vediamo anche in questi giorni, negli Stati Uniti i poteri del presidente, che pure è eletto dal popolo, trovano comunque dei limiti invalicabili nel potere delle assemblee legislative. Non controllando i due rami del Congresso, Obama deve venire a patti. In Francia invece i poteri del presidente sono assai più ampi, e va onestamente detto che anche questo sistema funziona. Ma questo deriva dal fatto che la Francia ha fatto una rivoluzione che ha portato alla nascita degli Stati costituzionali, basati sulla divisione dei poteri. Nell’anima e nel costume dei francesi resta sempre fortissima la concezione del bilanciamento dei poteri, anche in un sistema presidenziale.

Una consapevolezza che purtroppo non sembra ancora caratterizzare gli italiani, giusto?
Deve essere sempre ricordata la lezione di Solone. Quando gli chiesero quale fosse la forma migliore di governo fra monarchia, aristocrazia e democrazia, lui rispose chiedendo: ‘In quale città?’. Tornando all’odierno caso italiano, i saggi hanno voluto conciliare la visione di una gran parte dei costituzionalisti fedeli alla forma parlamentare, con una parte più piccola che propugna, da destra, il semipresidenzialismo. Di qui ne deriva il pasticcio che abbiamo di fronte. Dove per giunta si conferma l’obbrobrio dell’attuale legge elettorale di indicare nella scheda il capo della coalizione di governo. Con il risultato di avere un presidente del consiglio che risulta eletto direttamente dal corpo elettorale, e che quindi appare più forte della sua maggioranza. Tanto da insidiare perfino i poteri del presidente della Repubblica. Un vero pastrocchio. Per fortuna appare molto improbabile che in parlamento si raggiunga la maggioranza dei due terzi necessaria per approvare le modifiche costituzionali. Al momento credo non arriverebbero nemmeno a quella assoluta del 50% più uno….

Pericolo sventato dunque?
Aspettiamo e vediamo. Ma mi faccia fare un’ultima considerazione. Dal lavoro dei saggi emerge anche una proposta di riforma delle legge elettorale, basata su un vecchio lavoro di Roberto D’Alimonte. Si pensa a un sistema proporzionale, con un premio di maggioranza di circa il 10% per la lista più votata che supera il 40%. Se nessuno raggiunge quella quota, allora si va al ballottaggio fra le due prime liste. A questo punto mi chiedo: e gli altri? In Italia il bipartitismo non c’è, non c’è mai stato. Anche alle ultime elezioni le formazioni politiche prevalenti sono state tre. Con questa legge elettorale invece chi arriva terzo quasi scomparirebbe. Ci sarebbe l’esclusione di una forza anche di circa il 30%. La verità è che in tutti i politologi, tranne Giovanni Sartori, è dominante il problema del governo e non quello della rappresentatività. Fino a torcere a 360 gradi il principio della rappresentanza, arrecando un vulnus, una ferita, alla democrazia. Del resto fu Vittorio Emanuele Orlando, maestro dei costituzionalisti italiani, a coniare l’espressione ‘cupidigia di servilismo’. E si riferiva, appunto, ai costituzionalisti.

http://www.syloslabini.info/online/la-furbata-del-semipresidenzialismo-camuffato/

 

Antares le riforme costituzionali necessarie e no

In questi giorni si parla di rivedere la seconda parte della Costituzione. Il governo delle “Larghe Intese” (un tempo si sarebbe definito “connubio”) vorrebbe trasformare senza tanti veli l’Italia in una Repubblica Presidenziale. Prove generali seppur in maniera non inequivocabile le abbiamo avute nei mesi scorsi al momento di eleggere il Presidente della Repubblica.
Un Parlamento di nominati è apparso incapace di eleggere, anche per via delle candidature bruciate (Marini e Prodi), un nuovo Capo dello Stato, o meglio si è stati incapaci anche per via della composizione politica dei vari schieramenti in cui nessuno, numericamente sovrastava l’altro.
La Costituzione andrebbe rivista ma non in senso presidenzialista ma apportando le giuste modifiche a delle storture che sono lampanti in questi giorni e che hanno creato qualche mal di pancia.
Ad esempio il potere da parte del capo dello Stato di firmare provvedimenti di Grazia per detenuti su proposta del Ministro della Giustizia. In questi giorni, all’indomani della condanna in via definitiva di Berlusconi, il suo entourage ha proposto al Cavaliere (la cui nomina a tale carica andrebbe abolita per manifesta indegnità morale e politica) anche di chiedere la Grazia al Presidente, accettando implicitamente la sua colpevolezza, e in tal caso, se lo scoglio “orgoglio” fosse superato da Berlusconi, Napolitano sarebbe messo in seria difficoltà.
Non tanto per il sopracitato pericolo che serve una modifica costituzionale quanto per un semplice fatto della classica “separazione dei poteri”. Un capo di Stato repubblicano non può essere come un monarca medievale qualsiasi che esprime la sua bontà nei confronti dei sudditi graziando questo e quel condannato, modificando una sentenza di un altro potere, la Magistratura.
Il Presidente della Repubblica è garante dello Stato e simbolo di Unità nazionale non certo un uomo che per capriccio o buona fede modifica sentenze passate in giudicato. Dunque sarebbe giusto abolire questo potere ereditato dal passato regime monarchico e che non si è mai pensato di eliminare subito dopo il referendum per ragioni di “pacificazione nazionale”. La magistratura non interviene modificando le leggi approvate con voto parlamentare o firmate dal capo dello Stato.
Un altra modifica sarebbe quello dell’abolizione dei senatori a vita, nomina che nei giorni scorsi ha alimentato non poche polemiche, un senatore nominato per meriti speciali può avere le sue idee in materia politica e dunque andare a sbilanciare in un verso o nell’altro la composizione politica del Senato anche non volendo. Dunque anche questa carica ereditata dalla vecchia monarchia sabauda andrebbe soppressa, sostituita magari con un riconoscimento ufficiale a chi si è particolarmente distinto in campo scientifico e letterario.

Una modifica andrebbe effettuata anche sulla carica del Presidente del Consiglio trasformandolo in un Primo Ministro che ha facoltà di nominare ma soprattutto destituire i suoi Ministri in caso di evidente e accertata responsabilità per negligenza, aperture di processi a carico, responsabilità gravi e irrimediabili. In caso invece di destituzioni per rimpasti servirebbe il voto parlamentare come servirebbe il voto parlamentare per l’accettazione della composizione dei titolari di dicastero che, ovviamente sarebbe composto da Ministri che, per Costituzione, non debbano avere condanne in via definitiva o processi a carico.

Ovviamente per queste modifiche servono premesse che attualmente non esistono, che sarebbero:

1) Le modifiche sopra citate dovrebbero essere effettuate da una ASSEMBLEA COSTITUENTE eletta dal popolo senza l’attuale legge elettorale (magari l’assemblea composta da soli giuristi, potrebbe essere una soluzione proponibile) e in senso proporzionale. L’assemblea costituente avrebbe innanzitutto vincolo di mandato e di operatività senza che questa modifichi altri articoli costituzionali se non quelli precedentemente stabiliti, sarebbe sciolta immediatamente se nei tempi stabiliti non avesse effettuato le modifiche richieste e nei modi stabiliti e in caso di modifiche non in programma.
2) Le modifiche costituzionali avrebbero validità solo e soltanto in caso in cui ci sia voto favorevole parlamentare per 2/3 del parlamento riunito in seduta comune e soprattutto dell’esito referendario, in caso di mancanza di uno dei due voti, le modifiche verrebbero immediatamente annullate.

Dunque una revisione della Carta non in senso presidenzialista come vorrebbe questo governo ma per riparare a storture venute al pettine in questi anni, lasciando l’Italia come una Repubblica parlamentare perché rivoltandola in senso presidenzialista ci troveremmo a capo non un Presidente ma un Monarca settennale a cui manca solo la Corona in testa, anzi sul Capo.

ANTARES.

Sempre sul presidenzialismo

GRAZIE ALL' AMICO SAURO MATTARELLI POSSIAMO RIPRENDERE LA DISCUSSIONE SUL SEMI PRESIDENZIALISMO , Claudio Celletti , giornalista e pubblicista ravennate , ha risposto al precedente intervento si Sauro che a sua volta replica (da il Senso della repubblica di Luglio 2013)

 

Perché la Repubblica semipresidenziale

 

Mi accomuna a Sauro Mattarelli una formazione culturale decisamente “influenzata” da Mazzini e da Cattaneo e “modernizzata” dal primo La Malfa, geniale filosofo di economia sociale. Per questo faccio senz’altro mio, in premessa, l’assioma mazziniano secondo il quale “sono gli uomini a rendere buone (o cattive) le istituzioni”.

Questa “ammissione” potrebbe rendere discutibile la mia antica preferenza per la Repubblica semipresidenziale della Francia, che ha espresso con il suo “inventore”, Charles De Gaulle, i migliori risultati politici possibili, “solo” perché il Generale è stato, decisamente, il più credibile personaggio pubblico del secolo scorso. Potrei dire, però, che il metodo elettorale con cui a Oltralpe si sceglie il Presidente – a parte l’infortunio del penultimo, Sarkozy – è di per sé una selezione qualitativa, oltre che partitica.

Mi sembra giusto rilevare che in Italia su nove presidenti della Repubblica finora eletti soltanto il Primo, Einaudi, e l’ultimo, Napolitano, hanno riscosso il pieno assenso della maggioranza dei cittadini. Sull’operato dello stesso Ciampi, da qualcuno portato agli altari, gravano alcune ombre, quella soprattutto legata al mancato rinvio alla Camera del famigerato Porcellum, la legge elettorale ancora in vigore con cui rischiamo di andare nuovamente al voto! Tutti, comunque – Einaudi va escluso perché ai suoi tempi le “Proprietà” gestite dalla Presidenza erano in via di formazione – hanno accettato che il costo di detta Presidenza della Repubblica sia parecchie volte superiore a quello della monarchia di Gran Bretagna.    

Ma procediamo con ordine. Ho già avuto occasione di definire la nostra Carta costituzionale obsoleta e, essendo terminate da tempo le motivazioni cautelative che potevano giustificare i tanti interventi sui comportamenti dei cittadini, oggi troppo presuntuosa. E’ travisato, poi, il dovere al lavoro, che appare più ispirato al diritto di percepire una qualche remunerazione: il concetto della carità indiscriminata, tanto caro a Dossetti e a La Pira, è divenuto cultura italiana e, in massima parte, mi sembra corretto addebitare a questo fenomeno la nostra crisi economica. Non credo, infatti, che, a parte un ristretto gruppo di politici rappresentato (sic) – a lauti compensi - dal comico Benigni, siano in molti a essere convinti che la Nostra Costituzione sia “la più bella del mondo”.

Stabiliamo, dunque, come modificarla, e decidiamo se vogliamo continuare a far eleggere il Presidente della Repubblica ai “grandi elettori” oppure vogliamo essere noi “comuni elettori” a farlo. Non è evidentemente solo una questione di forma, perché, in questo secondo caso, il Presidente eletto ha poteri esecutivi maggiori: il suo operato, comunque, è sempre assoggettato all’approvazione del Parlamento (si spera un solo ramo).

Ma ne vedo non pochi vantaggi, soprattutto se fra le riforme sarà prevista chiarezza sul ruolo dei Partiti e dei Sindacati. Francia docet, comunque: un Presidente della Repubblica eletto dal popolo permetterebbe la governabilità continua e attenuerebbe il potere e il costo, non di poco, della pachidermica burocrazia, prima causa, forse, di questo esiziale immobilismo.

 

Io credo che le motivazioni di certa Sinistra, avversa all’elezione del Presidente direttamente dal Popolo, siano collegate al timore che il primo Presidente sia Berlusconi. E questo mi ricorda, purtroppo, una spiacevole (ora) “campagna” denigratoria, fine anni Cinquanta, nei confronti di De Gaulle, accusato insistentemente – e i fatti, oltre che tutta la sua storia di democratico eccellente, smentiranno la gratuita infamia - da La Malfa di aver “costretto” i Francesi a votare sì al Referendum per la Repubblica presidenziale, per sue presunte mire dittatoriali. Fu uno strattagemma di cattiva politica per minacciare Pacciardi, allora propugnatore di un cambiamento costituzionale sulla falsa riga di quello fatto approvare dal Generale francese, a cui va anche accreditato di essere riuscito a far considerare il suo popolo, con Pétain in verità abbastanza timido avversario, fra gli oppositori del nazismo, e far annoverare la Francia fra i cinque Paesi vincitori del conflitto mondiale, che all’Onu hanno diritto di veto. Va detto che il Partito d’azione, di cui La Malfa faceva parte, all’Assemblea costituente del ’46 – lo precisa molto chiaramente Leo Valiani – era favorevole alla Repubblica presidenziale.             

Si è resa necessaria questa digressione per rilevare che la Storia a volte si ripete, certamente in un contesto modificato, tanto… da non essere riconosciuta da tutti, soprattutto dopo oltre mezzo secolo!

Non è il caso di perdersi in fantasticherie: se… la Storia, bene o male, ha avuto il suo corso, ma se la ragione di dire no alla Repubblica presidenziale è Berlusconi, penso che oramai neppure l’età sostenga lo spremuto leader di Forza Italia, a parte tutto il resto, compreso quello che si è creduto di inventare!     

Quel problema che convinse il Partito d’azione a non insistere sulla richiesta di Repubblica presidenziale, non esiste più: in Italia non c’è nessun pericolo di “golpe”, la democrazia, malgrado la evidente degenerazione dei partiti, è da tempo consolidata!

 

Gianni Celletti

 

Democrazia “consolidata”?

(lettera aperta a Gianni Celletti)

Caro Gianni, i nostri dialoghi risalgono ai tempi “gloriosi” di “Argomenti”, la prestigiosa rivista che dirigevi e che per alcuni anni scandì le attività del circolo culturale ravennate “Carlo Cattaneo”. Eravamo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Le nostre erano, in realtà, discussioni, spesso aspre, nonostante le comune radici “ideali”, a testimonianza che i princìpi possono essere letti e interpretati da angolature molto diverse. Non è però mai stata scalfita la stima (credo ricambiata) verso il manager capace di andare controcorrente; né gli scontri hanno mai fiaccato il gusto per il confronto basato sulle idee, sulla razionalità, sulle argomentazioni.

 

***

Nella fattispecie, la premessa (sacrosanta) con cui apri questo tuo intervento, secondo cui “sono gli uomini a rendere buone (o cattive) le istituzioni” mi pare smentisca, o almeno indebolisca, il resto della costruzione. Per quanto mi riguarda, rimango convinto che non sia stata la Costituzione a frenare lo sviluppo italiano ma, semmai, la sua mancata (o solo parziale) attuazione. Lo so, forse ti appaio ancora avviluppato nel mito del “Risorgimento tradito”, ma, onestamente, non vedo leggi o riforme che storicamente siano state “impedite” dal dettato costituzionale. La burocrazia asfissiante? La mancata certezza del diritto? L’eccesso di debito pubblico? Potremmo, certo, ragionare sul bicameralismo o sul tema del’assistenzialismo istituzionalizzato, partendo dall’art. 7, senza però dover gettare la croce sull’umanesimo di La Pira, anziché sulle conventicole che ne traevano benefici elettorali e vantaggi economici. Ma, in generale,siamo certi che il presidenzialismo (o il semipresidenzialismo) avrebbe migliorato le cose? Su quali basi possiamo affermarlo?

Nel mosaico europeo convivono monarchie, repubbliche parlamentari e repubbliche presidenziali: il presidenzialismo italiano avrebbe spostato equilibri o non avrebbe piuttosto accentuato sospetti? Il cancellierato della Merkel o di Kohl è stato meno “efficiente” del presidenzialismo francese? La Repubblica presidenziale tutela meglio il liberismo o il liberalismo nell’epoca delle sfide globali? Da una prospettiva neorepubblicana e in dialogo con i movimenti liberali e socialisti (chissà perché questa parola è sparita proprio ora dai dizionari dei politologi!) la risposta è ovviamente no e rinvia sempre all’assioma iniziale: le strutture sono fatte dagli uomini e se non ci sono persone capaci e oneste nessuna riforma istituzionale potrà salvarle. Non credo, inoltre, che si possa parlare di conservatorismo annotando che molti interventi di modifica costituzionale hanno finito per complicare le cose anziché snellirle e che il contesto europeo, invece di opere di strana ingegneria istituzionale, richiederebbe piuttosto una classe politica almeno normale sul piano etico e delle competenze. Quale addebito sostanziale (e non tanto estetico) possiamo muovere al dettato costituzionale se il meccanismo di selezione della classe dirigente è, oggi, confinato nel “Porcellum”? Non mi deprime, da questa prospettiva, essere affiancato a un “comico” come Benigni (un eccellente artista peraltro): di fronte agli scenari degli ultimi anni credo di poterlo considerare un onore.

Quanto alla democrazia, sappiamo bene entrambi che non è mai consolidata o acquisita una volta per tutte. La nostra men che meno. Dai tempi di “Argomenti” abbiamo scritto e letto tante pagine su questo tema e sull’ipotesi (allora sì precorritrice dei tempi) che il concetto tradizionale di democrazia sia praticamente “saltato” nella nuova società tecnologica: con la presa d’atto dell’inadeguatezza dei confini statali, ormai validi solo per le persone ma non più per le economie; con le forti venature neopopuliste; con le formidabili e inedite possibilità di condizionamento delle masse e dell’opinione pubblica. Il fatto stesso che tu riconosca implicitamente che una repubblica presidenziale può innestarsi senza “pericoli” solo in una democrazia consolidata la dice lunga. A riprova e a conclusione di queste affermazioni due fatti di cronaca quotidiana: un partito della coalizione governativa, peraltro convinto fautore del presidenzialismo, è impegnato, a torto o a ragione, in un conflitto pluridecennale con un organo dello stato: la Magistratura. Non esprimiamo, in questa sede, valutazioni sulla anomalia che paralizza da tempo il nostro Paese, sul clima drammatico di assuefazione su cui è trascinata buona parte dell’opinione pubblica. Sull’isolamento internazionale che ne è seguito. Ma, in relazione al nostro ragionamento, dobbiamo pur chiederci se esista un nesso tra presidenzialismo e i conflitti tra organi dello stato in corso. Viene la tentazione di rispondere affermativamente. Il Presidenzialismo come risolverebbe questo conflitto?

Il secondo fatto riguarda una notizia passata praticamente sotto silenzio, finché il caso non è poi clamorosamente esploso dopo l’intervento del governo, misteriosamente e incredibilmente latitante fino a ieri: la signora Alma Salabayeva, moglie di Mukhtar Ablyazov, un importante oppositore del regime del Kazakistan che ha ottenuto asilo politico in Inghilterra, e la figlioletta Alua riescono, dopo varie peripezie e pericoli, a fuggire. Sono a Roma. Circa un mese fa un gruppo di agenti italiani fa irruzione nella villa che le ospita e, con una rapidità insospettabile, rispedisce le malcapitate in Kazakystan, dove ora sono agli arresti domiciliari. Londra, per aver offerto rifugio al marito si era, naturalmente, esposta alle minacce del regime kazako; la vile Italia ha evidentemente ritenuto di non poter reggere nemmeno l’ospitalità di due donne indifese. Una mistura insopportabile di indifferenza, cinismo, superficialità su cui una nazione degna di essere accolta nel consesso delle democrazie internazionali dovrebbe indagare a fondo e senza riguardi nei confronti di funzionari e ministri. Qui, invece, non si riceve il Dalai Lama per timore di irritare la potentissima Cina e ora si ha perfino paura di un periferico regime. Il silenzio della stampa e della TV, che invece indulge compiaciuta su gossip di varia natura, è stato rotto solo dopo l’intervento di Letta: testimonianza tangibile di un degrado che non è solo economico, ma descrive l’ormai definitivo smarrimento del “il senso della repubblica” di cui abbiamo avuto numerose riprove: dall’occupazione di tribunali, a un parlamento che, gettandoci nel ridicolo, ha “certificato” a suo tempo che una prostituta minorenne sarebbe stata “in realtà” la nipote dell’allora presidente egiziano Mubarak... Democrazia consolidata?

 

Spero che il nostro dialogo continui, proficuo e schietto, come sempre.

 

Sauro Mattarelli

 

 

Viroli: La Folle riforma della carta

 

LA FOLLE RIFORMA DELLA CARTA di Maurizio Viroli

 

da “il Fatto Quotidiano” del 25 giugno 2013

 

 

Pur consapevole del pericolo di essere giudicato nemico della trionfante pacificazione nazionale, ritengo che la riforma della Costituzione alla quale lavora il comitato dei saggi del Presidente del Consiglio avrà conseguenze nefaste sulla vita repubblicana. Per quattro motivi:

1) non esiste alcuna valida ragione per procedere a una radicale modifica della nostra Carta fondamentale;

2) il rimedio ventilato –presidenzialismo o semipresidenzialismo –è peggiore del male;

3) il metodo adottato è incongruo;

4) non è questo il tempo per riformare la Costituzione.

Una riforma costituzionale, o una nuova Costituzione, sono necessarie se la vecchia ostacola o impedisce il buon governo. Orbene, sarà certo un mio limite, ma non ho ancora letto o ascoltato un ragionamento che spieghi in modo convincente perché non si potrebbe governare bene con l’attuale Costituzione, ove ci fosse una maggioranza parlamentare composta di uomini e donne probi e competenti, ministri dediti al bene comune e un presidente del Consiglio all’altezza del suo delicato ufficio. Se questo non esiste il problema sono i partiti, i candidati, gli elettori e soprattutto la legge elettorale, non la Costituzione.

Il semipresidenzialismo o il presidenzialismo non sono la cura al male dei cattivi e dei mediocri governi perché l’uno e l’altro sistema assegnano all’esecutivo poteri più ampi di quelli oggi assegnati al presidente del Consiglio.

L’esperienza storica insegna che le buone leggi sono frutto della saggezza, dell’autorevolezza di chi le propone e delle disponibilità al dialogo con l’opposizione (se questa ha i requisiti minimi di lealtà repubblicana), più che del potere di imporre la propria volontà. Maggiore il potere, e minori i vincoli, più alta la probabilità di avere cattive leggi.

PREVEDO L’OBIEZIONE : ma l’evoluzione dalla Repubblica parlamentare alla Repubblica presidenziale è già in atto, e dunque bisogna adeguare le norme.

Rispondo che sarebbe più saggio procedere nella direzione esattamente contraria, vale a dire fare rientrare la Presidenza della Repubblica nel suo alveo e invertire la tendenza che ha conosciuto una forte accelerazione con la rielezione di Giorgio Napolitano. E non è fuori luogo ricordare quanto ebbe a dichiarare il Presidente Emerito Carlo Azeglio Ciampi, quando da più parti gli chiesero di restare al suo posto :

Confermo la mia non disponibilità a candidarmi per un secondo mandato. Nessuno dei precedenti nove presidenti della Repubblica è stato rieletto. Ritengo che questa sia divenuta una consuetudine significativa. È bene non infrangerla. A mio avviso, il rinnovo di un mandato lungo, qual è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato”.

Circa il metodo, mi pare evidente che una riforma costituzionale della portata di quella ventilata dovrebbe essere varata soltanto da un’Assemblea costituente con le medesime prerogative di quella del 1946.

Il cambiamento annunciato non è una modifica di qualche articolo, ma la fondazione di un ordinamento repubblicano di tipo nuovo, e dunque non rientra nei caratteri della revisione descritta dall’art. 138. Non è saggio, inoltre, affidare ai parlamentari in carica, e soprattutto a parlamentari eletti con il vergognoso sistema elettorale in vigore, il compito di definire le regole entro le quali dovranno legiferare. Le Costituzioni devono essere scritte da persone scelte per svolgere soltanto quel compito e che non traggono alcun beneficio o danno immediato dalle norme approvate.

Se proprio volete scrivere e approvare una nuova Costituzione, fatelo almeno come si deve.

Infine, è da irresponsabili creare un forte potere esecutivo fino a quando esiste la possibilità che alla nuova carica salga, per voto popolare libero e democratico, un uomo come Silvio Berlusconi. Se ciò avvenisse avremmo al vertice dello Stato un presidente con un immenso potere personale.

Chi gli impedirebbe di farsi signore di fatto della Repubblica?

Gli scrittori politici repubblicani chiamano questa situazione tirannide. E i liberali nostrani? Mai come in questo caso vale l’antico adagio : medice cura te ipsum: invece di dedicare tempo e risorse a riformare la nostra ottima Costituzione, pensate piuttosto a riformare voi stessi.

http://salviamolacostituzione.racine.ra.it/wordpress/?p=1149