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Una battaglia per lo stato laico

 Ugo Della Seta
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Il pensiero di Ugo della Seta Giurista, politico e Costituente in difesa dello stato laico

 

 

- Ugo della Seta è stato un esponente della cultura repubblicana e mazziniana di altissimo livello , la sua opera per l' uguaglianza delle varie confessioni religiose di fronte alla legge ancora oggi rappresenta un punto fondamentale , purtroppo non ancora ben conosciuto

Facciamo seguire un sunto della sua opera di pensatore e politico nell' ottima voce delle biografie della Treccani

Nacque a Roma, il 18 luglio 1879, da genitori ebrei, Mosè e Palmira Piazza. Si laureò in giurisprudenza, nel 1901, a Napoli, dove fu allievo di Giovanni Bovio dal trasse l'adesione al repubblicanesimo, anche se l' impostazione mazziniana, con al centro i valori morali e religiosi differiva dal naturalismo di Bovio

Collaborò a vari periodici, fra cui la voce repubblicana e la Terza Italia , organo dei più intransigenti Mazziniani , scrisse nel mensile La Riforma laica, uscito a Roma nel 1910 col motto "Libere fedi nello Stato sovrano", e nella rivista teosofica Ultra (pure di Roma, dal 1907 al 1930), e si congiunse alla milizia nella massoneria, di cui sarà nel 1946 gran maestro aggiunto e dal 1950 gran maestro onorario a vita. Collaborò così a L'Idea democratica, un settimanale massonico rivolto al mondo esterno, pubblicato nella capitale dal 1913 al '19.

Del pensiero mazziniano cominciò ad indagare l'aspetto giuridico, particolarmente penalistico, nel saggio La filosofia penale di Giuseppe Mazzini (Roma 1903, con lettera di Bovio); nell'ambito degli studi condotti in occasione del centenario della nascita del Mazzini pubblicò a Roma, nel 1910, il volume Giuseppe Mazzini pensatore. Le idee madri.

Durante il fascismo subì conseguenze nella carriera universitaria e quando uscì il nuovo codice penale nel volume Le minoranze religiose nel nuovo codice penale (Roma 1931), non solo criticò la normativa sui reati contro la religione (titolo IV, capo I, artt. 402-406), ma anche la parte della relazione del ministro in cui si definiva la nazione come "unità etnica, legata da vincoli di razza", oltre che religiosi e culturali. Cogliendo il prodromo della futura legislazione razziale, chiedeva al governo fascista una risposta non ambigua alle apprensioni che la definizione poteva suscitare tra gli israeliti e in altri gruppi di diversa origine etnica.

Nel più ampio volume La legge fondamentale sui culti ammessi (valutazione etica), pubblicato a Modena nel '37, estendeva la contestazione alla confessionalità dell'insegnamento ed alla condizione degli ex sacerdoti cattolici.

Il D. tornò, con la Liberazione, alla vita politica, nel Partito d'azione, che rappresentò in un comitato per lo studio delle autonomie regionali. Rientrato, dall'esperienza azionista, nel Partito repubblicano, sostenne all'inizio del '46, ne La Voce repubblicana una polemica con L'Osservatore romano sull'obbligo del voto, cui era contrario.

Con la lista repubblicana, fu eletto, nel '46, consigliere comunale di Roma e deputato all'Assemblea costituente, dove riprese l'opposizione al concordato e l'istanza di parità tra i culti. Nella discussione dell'art. 5, poi divenuto il 7, della costituzione, propose una formula di indipendenza e sovranità, ciascuno nel proprio ordine, dello Stato e delle singole Chiese, con possibilità di mantenere le norme dei patti lateranensi non in contrasto con la carta italiana. Persa la battaglia, s'impegnò per contenere le conseguenze dell'inserimento dei patti nella costituzione, intervenendo sugli altri articoli di materia religiosa.

Tra le diverse questioni, su cui si pronunciò alla Costituente, si segnalano i diritti di riunione ed associazione, il diritto al lavoro e la disciplina giuridica dello sciopero, la giuria popolare e la pluralità delle corti di cassazione.

Candidato repubblicano, fu eletto, nel 1948, per la prima legislatura della Repubblica, ma dissentì dal partito sull'alleanza, centrista e in politica estera. Il contrasto, contenuto al XX congresso, del gennaio '48, in Napoli, si acuì per la sua opposizione al Patto atlantico (discorso in Senato del 27 marzo '49) fino alla rottura e all'uscita dal gruppo parlamentare repubblicano. Avvicinatosi allo schieramento socialcomunista come senatore indipendente, aderì nel '52 alla Lista cittadina, che raccolse, per le elezioni amministrative romane, le forze di estrema sinistra ed elementi indipendenti, intorno a F. S. Nitti. Nel 1953 fu eletto deputato, nel collegio del Lazio, come indipendente nella lista del Partito socialista italiano.

Membro della commissione per la Pubblica Istruzione nelle tre assemblee (Costituente, Camera dei deputati e Senato), chiese, tra l'altro, che si definisse la disciplina giuridica delle scuole private. Il 6 dic. 1950 intervenne in Senato sulla giuria popolare, pronunciandosi per l'ammissione degli avvocati e delle donne tra i giurati. Nel '52 fu relatore di minoranza, in Senato, del disegno di legge sull'esame di Stato. Alla Camera dei deputati, il 20 ott. '53, criticò l'impostazione confessionale dei libri di testo, mentre su vari problemi delle scuole secondarie e dell'università si soffermò nelle sedute del 16 luglio '56 e del 16 ott. '57.

Simpatie, in politica estera, per il blocco comunista, emergono nel discorso di chiusura al convegno Scienza e cultura nell'URSS (Firenze 24-25 novembre 1950), Roma 1950, pp. 285 s., nella presidenza dell'Associazione italo-polacca, nel discorso in Senato del 12 genn. '51 sulla guerra di Corea. Gli stava nel contempo a cuore il nascente Stato d'Israele (intervento in Senato del 15 ott. '48), nel quadro di una crescente identificazione con l'ebraismo, di cui si ha un segno nelle epigrafi dettate, sulla facciata della sinagoga di Roma, per i deportati e i martiri delle Ardeatine. Una lapide gli è stata, a sua volta, dedicata nell'aula magna della scuola israelitica "Vittorio Polacco".

Fu vicepresidente della commissione di Stato per l'edizione delle opere di Mazzini, nominata con decreto del 5 maggio 1948.

Il D. morì a Roma il 25 maggio 1958.

http://www.treccani.it/enciclopedia/ugo-della-seta_%28Dizionario-Biografico%29/

Il suo intervento sull' articolo 7 della costituzione rappresenta una sintesi eccellente del pensiero laico progressista sul tema

Questa la proposta di Della Seta :

«Lo Stato e le singole Chiese sono, ciascuno nel proprio ordine interno, indipendenti e sovrani.

«I rapporti tra lo Stato e ogni singola Chiesa sono disciplinati per legge.

«Per i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica potranno essere mantenute, in termini di concordato, quelle norme dei Patti lateranensi che, nello spirito e nella lettera, non contrastino con le norme fondamentali della Costituzione repubblicana».

Ed ecco l' intero intervento

Della Seta. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, l'emendamento a quello che fu l'articolo 5 e che oggi è divenuto l'articolo 7, l'emendamento, che, più che a nome del mio Gruppo, mi onoro di presentare a nome della scuola repubblicana italiana, non è certo un emendamento che, lasciando immutato il concetto, si limiti a sostituire una qualche parola ad un'altra, una qualche locuzione ad altra locuzione; ma è un emendamento — per chi voglia e sappia leggerlo senza prevenzioni — che, in fondo, non tende ad annullare radicalmente quanto è consacrato nell'articolo 5 del progetto di Costituzione.

È superfluo che io faccia una personale dichiarazione. Non parlo né come apologeta di questa o di quella confessione religiosa, né come difensore di questa o di quella Chiesa; parlo per rivendicare la bellezza morale di un principio, che io, per il primo, rivendicherei in difesa degli stessi cattolici, se ai cattolici, qualora fossero in minoranza, venisse fatto quel trattamento che ancora oggi, in Italia, è fatto alle minoranze religiose. Conforme ai principî della pura democrazia, conforme a quelli che sono i pronunciati ultimi della scienza giuridica e politica, conforme soprattutto al dettato della coscienza morale, di quella coscienza, che moralmente, giuridicamente e politicamente, rivendica, come sua conquista immarcescibile, il risultato di tutto il processo storico, io intendo solamente riportare sopra un piano spirituale più alto, sopra un piano più squisitamente etico — più alto che non sia quello unilateralmente ed egoisticamente confessionale — il fondamento della soluzione del formidabile e secolare problema dei rapporti fra la Chiesa e lo Stato.

In verità, un popolo che, nel pieno esercizio della sua sovranità, si accinge a dare a se stesso la propria Costituzione repubblicana, non dovrebbe sentire alcun bisogno di consacrare nella Costituzione la sovranità dello Stato; al modo stesso che una più alta educazione morale e civile e un più alto grado di maturità politica dovrebbero non far sentire alcuna necessità di consacrare nella Costituzione la indipendenza e la sovranità della Chiesa.

Verrà un tempo nel quale i tardi nepoti — salvo l'interessamento che potranno avere come documento storico — si meraviglieranno di queste nostre discussioni, come noi oggi ci meravigliamo che vi sia stato un tempo nel quale spiriti illuminati abbiano potuto seriamente discutere se l'uomo per natura nasca libero o schiavo.

Ma una Costituzione è una Costituzione. Non può non riflettere il momento storico nel quale viene elaborata; e troppe, in Europa, in ogni paese civile, e, per ragioni particolari, in questa nostra Italia, troppe sono state e sono le preoccupazioni da parte dello Stato di una possibile invadenza della Chiesa e da parte della Chiesa di una possibile invadenza dello Stato, perché non siasi potuto ritenere naturale e legittima la necessità di consacrare nella Costituzione l'indipendenza e la sovranità dello Stato, nonché l'indipendenza e la sovranità della Chiesa.

Ora, poiché il problema specifico, che con l'articolo 5 del progetto si è posto, non è quello generico della libertà religiosa, ma bensì il problema dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa, mi sia permesso di fare talune dichiarazioni che non rispondono ad espedienti tattici suggeriti dalla contingenza del momento, ma si riferiscono a principî fondamentali che fanno parte della dottrina di tutta la scuola repubblicana.

La critica religiosa, in sede teologica e filosofica, può discutere tutti i dogmi; ma la Chiesa — ogni Chiesa — è libera, liberissima di considerare quei dogmi di cui essa si ritiene depositaria come l'assoluta verità religiosa; col conseguente diritto — un diritto però pericoloso perché radice di tutte le intolleranze — di condannare quelle opinioni, quelle dottrine che, a suo insindacabile giudizio, essa ritiene eterodosse, ereticali.

In sede morale e giuridica si può discutere l'ordinamento istituzionale di una data Chiesa; si può valutare se, con spirito più o meno democratico o aristocratico, un dato ordinamento ecclesiastico sia più o meno conforme al codice religioso di cui essa, la Chiesa, si dichiara depositaria. Ma la Chiesa — ogni Chiesa — è libera, liberissima di dare a sé stessa quell'ordinamento istituzionale che ritiene il migliore.

Si potrà, al modo stesso, valutare quanto una data liturgia abbia, più o meno, di materialismo o di spiritualismo; ma la Chiesa — ogni Chiesa — è libera, liberissima di disciplinare, come crede, l'esercizio del culto.

Dico di più. La Chiesa, ogni Chiesa, dovrebbe essere spiritualmente così gelosa della propria indipendenza da non volere essere sussidiata dallo Stato, da dovere essere solo sorretta dal contributo spontaneo, generoso e davvero religioso, dei suoi fedeli.

In tutto questo campo, piena indipendenza dunque della Chiesa, di ogni Chiesa. Lo Stato non ha qui nessun titolo per nessuna ingerenza. Esso non ha che il dovere di vigilare onde, sotto la maschera della religione, non si professino principî e non si celebrino riti contrari all'ordine pubblico e al buon costume.

Tutto questo, salvo errore, sancisce l'articolo 5 del progetto nei riguardi della Chiesa cattolica. E noi ce ne compiacciamo; noi teniamo che sia riconosciuta per la Chiesa cattolica questa indipendenza, questa sovranità; se fosse disconosciuta saremmo noi i primi a rivendicarla.

Quale la differenza allora tra l'articolo 5 ed il primo comma del nostro emendamento?

Noi affermiamo che quella indipendenza e quella sovranità che sono riconosciute per la Chiesa cattolica, debbono del pari essere riconosciute per tutte le altre Chiese, per le Chiese cui appartengono le minoranze religiose. Questo il punto.

Anche le altre Chiese, cui appartengono le minoranze religiose, noi consideriamo istituti originari e non derivati. Il loro essere non deriva dal riconoscimento dello Stato; sono in quanto anche esse sentono il loro fondamento mistico in Dio; sono per la stessa libera volontà dei credenti di associarsi.

La Chiesa valdese, ad esempio, ha un suo statuto, che non può non essere riconosciuto e rispettato.

Anche le comunità israelitiche hanno norme istituzionali e disciplinari che hanno sfidato i secoli attraverso tutte le persecuzioni; anche queste debbono essere riconosciute e rispettate.

Se poi, sottilizzando, si vuol fare la distinzione tra una questione di fatto ed una questione di principio, rispondo che questi statuti, quando nel fatto esistono, debbono essere riconosciuti come già consacranti la indipendenza e la sovranità di queste Chiese; quando non esistono, rimane il principio, che non può non essere consacrato nella Costituzione, come diritto potenziale per ogni comunità religiosa costituita o costituenda.

Questo, dunque, e non altro, il significato del primo comma del mio emendamento: «Lo Stato e le singole Chiese sono, ciascuno nel proprio ordine interno, indipendenti e sovrani».

Nessun disconoscimento, teniamo a ripeterlo, della indipendenza e della sovranità della Chiesa cattolica; ma come attuazione, anche in questo campo, del principio democratico della eguaglianza, riconoscimento della indipendenza e della sovranità delle altre Chiese, delle Chiese cui appartengono le minoranze religiose.

Il secondo comma si ispira ad una constatazione di fatto di ordine etico e sociologico; ad una constatazione per cui, a meno di non peccare di astrazione, non possono i due attributi della indipendenza e della sovranità essere considerati come un qualcosa di assoluto.

Voi, democristiani, avete, nella discussione, troppo accentuato la esigenza della separazione e della distinzione. Voi dovreste essere con me nel riconoscere che la nota seducente formula cavouriana: «libera Chiesa in libero Stato», con la successiva immagine delle due parallele che si prolungano senza incontrarsi mai, sono formule e immagini contingenti, esprimenti un periodo di transizione e di transazione, per cui la separazione poteva presentarsi come la soluzione più prudente e più pratica, nel momento nel quale i due istituti, la Chiesa e lo Stato, erano in aperto e forte contrasto.

Ma ben altra è la realtà etica e sociologica. V'è una interdipendenza insopprimibile tra i due istituti, non solo esplicabile col fatto che la loro attività si esplica, simultaneamente, sullo stesso territorio. La interdipendenza è spirituale. Al modo stesso che non è dato all'individuo, se ha una fede, di operare in sé uno sdoppiamento della personalità, onde se si conforta in una visione religiosa della vita non può non trasfondere questa sua religiosità in ogni campo della sua attività, onde non riuscirete mai a disgiungere, ad esempio, il credente dal legislatore e dall'educatore, così, quando una Chiesa sia una vera Chiesa, cioè una Chiesa docente e non politicante, così lo Stato non può non avvantaggiarsi del magistero spirituale della Chiesa, la di cui funzione pedagogica si risolve, dovrebbe risolversi, in un maggiore potenziamento del senso etico, al modo stesso che una Chiesa si avvantaggia nel compimento del suo magistero spirituale, se questo può svolgersi in uno Stato rettamente ordinato, in una società non turbata da continui mutamenti e sconvolgimenti.

Tra i due istituti, lo Stato e la Chiesa, non possono quindi non stabilirsi continui contatti e rapporti. E se rapporti vi sono, non possono non essere disciplinati. E poiché una tale disciplina non può trovare la sua particolare formulazione nella Costituzione, essa non può non essere disciplinata per legge.

Legge, teniamo a ripeterlo, che non è il titolo legittimante la ragion d'essere delle diverse Chiese, delle diverse comunità religiose. Ma legge che esprime la necessità di precisare e di garantire, in termini giuridici, in norme di diritto pubblico interno, quei rapporti tra i due istituti che ritrovano il loro fondamento in più alte esigenze di ordine etico e spirituale.

Non è in contrasto col principio democratico il ritenere che questa disciplina dei rapporti per mezzo della legge non è una facoltà lasciata all'arbitrio delle parti, ma è una necessità di ordine morale, giuridico e politico, nella quale i due istituti ritrovano, ciascuno, una maggiore garanzia di vita e di un più sereno e sano svolgimento.

Tutto questo e nulla più, vuol significare il secondo comma del mio emendamento: i rapporti tra lo Stato e ogni singola Chiesa sono disciplinati per legge.

Ma questo principio di eguaglianza che, di fronte allo Stato, recisamente rivendichiamo per tutte le Chiese, non ci porta, come politici e come legislatori, a chiudere gli occhi alla realtà.

[...]

Noi siamo contro la confessionalità dello Stato. Siamo per la libertà di coscienza sancita, nella Costituzione, come la prima, la fondamentale tra le pubbliche libertà. La libertà di coscienza è più ampia della semplice libertà religiosa. Questa ci fa pensare più ai credenti di date religioni storiche, tradizionali, più agli appartenenti ad una data Chiesa; la libertà di coscienza, nello stesso campo religioso, rivendica un diritto che non può non essere riconosciuto anche a favore dei liberi credenti, cioè di quelli che, al di fuori di ogni Chiesa costituita, celebrano la loro religiosità nel mistico immediato rapporto della loro anima con Dio.

Noi siamo contro la confessionalità dello Stato. Ed esserlo non è rivelare sentimenti ostili alla religione, tanto meno è mostrarsi ostili alla Chiesa cattolica. Stato laico, quello che noi rivendichiamo, non significa affatto, come una certa interpretazione tendenziosa vorrebbe far credere, non significa Stato ateo, irreligioso o antireligioso. Noi, per un alto sentimento di educazione civile, non ci siamo mai macchiati di certe forme volgari di anticlericalismo. Più di una volta, con la parola e con la penna, nella stessa Voce repubblicana, abbiamo richiamato al rispetto verso i sacerdoti. Stato laico, per noi è quello nel quale, in piena libertà e nel rispetto reciproco, tutti i credenti, senza mortificanti discriminazioni confessionali, possono, individualmente e collettivamente, privatamente e pubblicamente, testimoniare la loro fede.

[...]

C'è di più ancora. Noi abbiamo un Codice penale — dedico queste mie parole a lei, onorevole Ministro della giustizia — noi abbiamo un Codice penale che costituisce questa mostruosità morale: un Codice che si fa istigatore del reato che si prefigge di reprimere; un Codice che, pel reato di offesa al sentimento religioso, commina una pena diversa, secondo la confessione religiosa dell'offeso. Pena più grave, se l'offesa ferisce il sentimento religioso della maggioranza, meno grave se ferisce il sentimento religioso delle minoranze. Anzi vi è un'azione, il pubblico vilipendio, che viene punita solo se va ad offendere la religione dello Stato, cioè il sentimento religioso della maggioranza.

Tutto questo — come già si è fatto per la pena di morte — tutto questo, non solo a rispetto delle minoranze, ma a difesa del buon nome della patria, deve essere dalla legge abolito.

Noi non conosciamo che una norma. Lo Stato, quale istituto giuridico e politico, rappresenta tutti i cittadini. I cittadini riconoscono se stessi nello Stato; lo Stato riconosce se stesso nei cittadini. Se volete ricercare un motivo etico-religioso nello Stato, questo lo ritroverete nel principio della giustizia. Giustizia che, come sua prima attuazione, reclama il rispetto del principio della eguaglianza. Eguaglianza intesa non come utopistico egalitarismo livellatore, ma come negazione di ogni privilegio. In vera democrazia, come non si ammettono privilegi di casta, di classe, di partito o di censo, così non si possono ammettere privilegi confessionali.

A parità di doveri, parità di diritti. Quando lo Stato, senza discriminazioni confessionali, chiama ogni cittadino ad alimentare con le proprie ricchezze il pubblico erario; quando, per testimonianza inoppugnabile, vi sono stati appartenenti alle minoranze religiose che, col loro nome, nelle arti, nelle scienze, nelle lettere, hanno tenuto alto il nome della patria all'estero; quando lo Stato, senza discriminazioni confessionali, chiama ogni cittadino a difendere la patria, a versare il suo sangue per essa — e quanti e quanti, nella prima guerra mondiale, accorsero volontari e caddero sul campo dell'onore e si distinsero in fulgidi episodi di eroismo! — quando tanti e tanti degli appartenenti alle minoranze religiose caddero in quelle Fosse Ardeatine, che Ella, ieri, onorevole Presidente, con sì nobili parole ha rievocate, in quelle fosse ove, nella comunanza del martirio, fu celebrata la comunione della fede in un sacro ideale di giustizia e di libertà, quando tutto questo avviene, allora, lasciatemelo dire, non è umana, non è cristiana, non è giusta una legge la quale basa il privilegio e il prestigio di una Chiesa sulla mortificazione morale e sulle menomazioni giuridiche delle minoranze religiose.

Se voi cattolici mi obiettate che giusto è il privilegio della vostra Chiesa, perché la vostra fede rappresenta la verità religiosa e quella degli altri è l'errore, allora non risponderò che l'argomento si potrebbe facilmente ritorcere, ma dirò che in voi, senza condividerlo, rispetto il dogma come un punto della vostra fede, ma che non v'invidio questo atto di presunzione spirituale.

Se poi mi obiettate che democrazia è rispetto della maggioranza, che voi nel paese siete la maggioranza e che perciò, rivendicando il privilegio della Chiesa, siete dei perfetti democratici, vi risponderò che certi problemi dello spirito non si risolvono a colpi di maggioranza o di minoranza; e che c'è una logica più logica della logica ed è quella che, come premessa maggiore del sillogismo, ha il principio supremo del giusto e dell'onesto.

Questi i principî che hanno indotto a formulare il terzo comma del mio emendamento, nel quale si afferma che, nel nuovo Concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica potranno essere conservate dei Patti lateranensi quelle norme che non contrastino con le norme fondamentali della Costituzione repubblicana.

Presidente Terracini. La prego di concludere, onorevole Della Seta.

Della Seta. Concludo rilevando che la pace religiosa, che in quest'aula dai vari settori è stata tante volte invocata e in nome della quale si son volute legittimare le prese di posizione le più antitetiche, non è quella che, incuneando un elemento disgregatore, divide la nazione in reprobi ed in eletti, ma quella che trova la sua garanzia in quel sentimento così mirabilmente espresso nel Nathan il Savio, nel capolavoro di Ephraim Lessing. Esso dice ai credenti: ricordatevi che siete tutti figli dello stesso Dio e che primo articolo di ogni fede sinceramente e onestamente professata è il rispetto della fede altrui. Esso dice ai cittadini: ricordatevi — e quanto alla educazione di questo sentimento deve contribuire la scuola! — ricordatevi che, al di sopra di tutte le divergenze confessionali, siete tutti figli della stessa Madre, della Patria comune, cui avete il dovere, con spirito di dedizione, di offrire il contributo della vostra opera.

Onorevoli colleghi, questa discussione non si svolge esclusivamente entro il recinto di quest'aula e neppure entro la cerchia tra le nostre Alpi e il nostro mare. Il mondo ci guarda. Esso attende dal risultato della nostra votazione un criterio per giudicare se la nostra sia o non sia una vera democrazia, e quale il grado della nostra educazione civile, della nostra maturità politica.

Cancellando dalle leggi una qualsiasi discriminazione giuridica tra le varie confessioni religiose, consacrando nella Costituzione il grande principio della libertà di coscienza, non solo contribuiremo ancor più a cementare la unità spirituale e morale della patria, ma saremo ancor più stimati e rispettati nel consesso delle nazioni. (Applausi a sinistra).

http://www.nascitacostituzione.it/01principi/008/index.htm