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Buon nove febbraio con una riflessione di Mazzini per i giovani (1849)

 Le Nazioni non si rigenerano con la menzogna


 

Repubblica romana 01

Dopo le cocenti delusioni , con la caduta della repubblica romana , Mazzini lancia una lunga riflessione ai giOvani d' Italia , iniziando a chiedersi cosa non abbia funzionato, come sia possibile che dopo tante speranza l' Austriaco continui a camminare nelle strade Italiane ," Come avvenne ? come tornarono ad un tratto in nulla le quasi adempiute speranze" "  come sia risorta "la forza prepotente d'un esercito che la campana a stormo avea dato alla fuga - i gesuiti , cadavere galvanizzato d'una setta che, perduto , appoggio di credenza e tesori, affogherebbe sotto il disprezzo se gli uomini di oggi sapessero disprezzare ".

Formula varie ragioni , ma ce n'è una "superiore a tutte e sorgente prima di tutte " :"che  Le Nazioni non si rigenerano con la menzogna ; che un popolo schiavo da secoli di poteri guasti ,-  corruttori per indole e necessità, ligi dello straniero, avversi a tutte le sublimi credenze, sospettosi d'ogni sviluppo d'intelletto libero , incerti del presente e tremanti dell'avvenire - nonsorge a Nazione se non rovesciando quei Poteri Fantasma , traendo dall'ime viscere il segreto della propria vita , levandosi nell' orgoglio delle sue tradizioni  e nella potenza di una grande idea e dichiarando che non vuole riconoscere che un solo padrone nel Cielo, dio Padre ed Educatore, una sola norma di attività sulla terra , la Verità, che è l'ombra di Dio "

Sauro Mattarelli, dal 9/2 ricostruire una patria democratica

 

IL MESSAGGIO DELLA REPUBBLICA ROMANA

Pubblichiamo una sintesi della trascrizione dell’intervento svolto da Sauro Mattarelli il 7 febbraio scorso alla Casa Matha di Ravenna.

Questa relazione ha inaugurato il ciclo di conferenze sul tema “Ricordando la Repubblica Romana”, organizzate dalla Società Conservatrice Capanno Garibaldi e dall’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini. Sono previste relazioni di Fulvia Missiroli (14 febbraio), Sara Samorì (21 febbraio), Maria Pia Critelli (28 febbraio).

* * *

Vi ringrazio di essere accorsi numerosi a questo appuntamento. Molti dei presenti sanno bene che ogni anno ci si ritrova a celebrare, come in un rito, il 9 febbraio: una data che, ogni volta, accende gli animi e ogni volta sembra farci ripiombare nella consapevolezza della immensa distanza che separa quella “limpida utopia” che fu la Repubblica Romana da un realtà confusa e amara per tante, troppe, persone. Ogni anno, peraltro, si nota sempre qualche assenza in più: in alcuni casi per allontanamento triste, segno di speranze che si sono affievolite; in altri casi si tratta di assenze definitive, amici che se ne sono andati: come Pino Morgagni o Paolo Marchi. E in questi frangenti ci si accorge in modo particolare del vuoto e nello stesso tempo dell’immensa ricchezza che ci è giunta dall’incontro con uomini che hanno vissuto il mazzinianesimo o il repubblicanesimo non attraverso prediche, sermoni e litanie, ma sotto forma di comportamento quotidiano, di azione, di operosità nel territorio, all’insegna del dialogo scandito da una gentilezza che comunque non tradisce quell’intransigenza di fondo che gli ideali repubblicani e mazziniani esigono.

Questo incontro costituisce il preambolo della bella iniziativa che si terrà fra poco al Teatro Alighieri con l’attore Roberto Mercadini, che “darà voce” a personaggi storici che furono protagonisti della Repubblica Romana, come Mazzini e Garibaldi. Quindi il pensiero corre alla rappresentazione, alle musiche risorgimentali e, nelle prossime ore, nei prossimi giorni, ai cappelletti e alle piadine dei circoli, alla feste insomma; un po’ per commemorare e un po’, come aveva scritto Balzani in un lontano e profetico libretto, per mitridatizzare una sorta di angoscia profonda che negli ultimi anni attanaglia un po’ tutti e particolarmente il mondo repubblicano e mazziniano.

In passato era praticamente obbligatorio incentrare l’analisi su questo periodo storico partendo dalla Costituzione che venne varata negli ultimi giorni della Repubblica Romana e che ha rappresentato un riferimento formidabile per tutti i Paesi civili, tant’è che, come noto, i Costituenti che nel 1948 diedero vita alla nostra “Carta”, per quanto riguarda i principi base, trovarono sicura ispirazione da quella remota esperienza.

Il tema è quindi di terribile attualità e saggezza vorrebbe che evitassimo di affrontare l’argomento in un momento in cui la Costituzione è indicata da più parti come una delle cause principali dei mali che ci affliggono. [...] Come se in questi anni difficili fosse stata la Costituzione a impedire l’attuazione di qualche riforma importante (a cominciare da una legge elettorale decente), o avesse provocato disoccupazione, o causato l’allontanamento di centinaia di aziende e di migliaia di professionisti e intellettuali dall’Italia; o, ancora, non avesse previsto la separazione dei poteri e quindi causato l’innesco dei paurosi conflitti di interesse che hanno inquinato la nostra politica. La forza degli argomenti portati, spesso con supponenza, dai nemici della Costituzione è talmente risibile che basterebbe un soffio per spazzarli via. Ma, misteriosamente, si registra solo un enorme sensazione di vuoto rassegnato. Occorrerebbe indagarne le cause.

In questa sede cercherò quindi di resistere alla tentazione di proporre qualche messaggio “vivo e attuale” della Carta del ’48 collegabile al testo che Mazzini, Filopanti, Saffi e altri [...] nel 1849 proposero al Mondo. Non riesco infatti ad allontanare la sensazione che si tratterebbe di un esercizio pleonastico e, dunque, almeno per chi vi parla, profondamente frustrante. Mi limiterò, invece, a individuare qualche preziosa “idea di sottofondo” ricevibile da quella lontana epopea, ancorché rara e sbiadita come gli ultimi “lumini votivi” che la sera del 9 febbraio costellano le campagne ravennati a ricordo di quel remoto evento.

La prima considerazione derivabile da quelle temperie riguarda la consapevolezza che nessuna riforma, possa essere varata con efficacia se, prima, non si prepara un contesto educativo, civile, di coinvolgimento popolare diffuso che possa accogliere le riforme stesse. La sensazione è che questa indispensabile premessa fosse più consistente, perseguita e rispettata nel 1849, e poi nel 1948, che non oggi. Ma forse il mio è solo pessimismo cronico.

Questo aspetto impone però una considerazione a latere, laddove per una democrazia repubblicana si deve porre in rilievo l’importanza fondamentale della partecipazione, della responsabilità, del coraggio civile individuale come atto “riformatore” indispensabile per formare un popolo e, in prospettiva, l’intera umanità.

Possiamo osservare che oggi questa “mission” da un lato è teoricamente a portata di mano, grazie alla rivoluzione delle tecnologie dell’informazione; dall’altro non possiamo non annotare come queste stesse tecniche, specie se abilmente manipolate, o gestite in regime di monopolio, in un mondo di neoanalfabetismo scientificamente coltivato, possano produrre nuove forme di schiavitù.Il succedersi di riforme elettoraliche di fatto escludono a priori vasti strati della popolazione non solo dal governo, ma dalla semplice rappresentanza, non è che la punta dell’ iceberg di un sistema che ha snaturato il concetto di democrazia partecipativa, di patria repubblicana e tutta la funzione educativa che vi sottende. Si tratta di stabilire se sia una sorta di “necessità contemporanea” o se non si tratti di un clamoroso sopruso perpetrato a danno dei più deboli.

 

La seconda considerazione che oggi possiamo prendere in esame, strettamente legata alla prima e anche questa chiaramente rintracciabile nel pensiero di Mazzini e di Garibaldi, riguarda il tema della paura e del coraggio civile.

Tutta la storia della Repubblica Romana: dal 9 febbraio, al varo della Costituzione in luglio, fino alla Trafila è storia di coraggio… che parte dalla consapevolezza che gli uomini probi fanno buone le istituzioni e che qualsiasi buona istituzione viene invece fatalmente incrinata se la occupano malvagi e malavitosi. In questi casi si legittima la ribellione ai soprusi e all’oppressione, all’insegna della speranza nel futuro, della ragione, della solidarietà, della democrazia (vera) come pratica repubblicana. Al contrario, la paura viene spesso “coltivata” dai regimi dispotici per favorire l’asservimento, l’apatia e, in una parola, per ridurre le persone nella condizione dei servi o degli schiavi.

Il collegamento con l’attualità sta nella sensazione che oggi la paura, per gli stessi motivi, sia diffusa attraverso nuove forme: con la solitudine, fatta di isolamenti artificiali o artificiosi; con le scelte “castali” anziché “selettive” della classe politica dirigente; con l’impraticabilità della gestione della cosa pubblica (pensiamo ai viluppi burocratici che ci avvolgono e ci assillano, trasformando le regole in contraddittorie grida manzoniane senza senso e in perenne conflitto l’una con l’altra). C’è poi, come allora, la povertà e la paura della povertà, imposta da un’economia in cui informazione, energia, e mezzi di produzione restano appannaggio di poche, lontanissime e invisibili persone. Ed così che la paura si trasforma in rassegnazione: allorquando ci si rende conto che il coraggio civile, ancorché espresso e manifestato, risulta impotente nell’era della “società liquida”; fino a diventare controproducente, pericoloso per la nostra incolumità di persona fisica e, ancor più, di “persona sociale”, di lavoratore (ad esempio), sicché molte delle espressioni “democratiche” scandite oggi in loco dagli individui vengono di fatto vanificate da invisibili, lontani, irraggiungibili poteri (finanziari, economici…). Traguardando allora quella storia lontana, con questa lettura attualissima, oggi incomberebbero alcune domande cruciali: è ancora possibile esprimere il coraggio “garibaldino”? E in che modo? Come e dove far valere l’affermazione dei diritti? Come espletare i doveri in queste condizioni? Si può recuperare la credibilità di un Paese a cui si attribuisce il cinquanta per cento dell’intera corruzione europea?

E invece ci ritroviamo piuttosto a tormentarci con oscuri sensi di colpa in veste di: disoccupati, esodati, sottopagati e schiavi di una macchina di cui non si vede né il conducente, né il costruttore, né la strada che si percorre.

La Repubblica, la patria, intesa come luogo riconoscibile, a questo punto perde la sua connotazione territoriale, italiana od europea che sia; ma soprattutto sembra aver perduto la base che ne sorregge il concetto stesso. Proviamo allora a rileggere insieme i notissimi i postulati di Mazzini riguardo questi argomenti:

finché uno solo tra i vostri fratelli non è rappresentato dal voto nello sviluppo della vita nazionale – finché uno solo vegeta ineducato fra gli educati – finché uno solo, capace e voglioso di lavoro, langue, per mancanza di lavoro, nella miseria – voi non avrete la Patria”.

Messaggi semplici e chiari.

Ora, qui non si tratta di far esercizio retorico di un “passatismo” dogmatico; né di inchiodarci su vecchi pregiudizi, dato che, peraltro, Mazzini stesso fu sempre molto aperto al nuovo e molto elastico sui “contenitori” (a cominciare dalla forma partito o dai movimenti: ne fondò e ne sciolse parecchi). Sarà invece bene ricordare che egli fu sempre intransigentemente coerente nel tempo sui principi di base che ci connotano come uomini, come cittadini e come repubblicani. E siccome ci siamo riproposti di scovare i messaggi “di lungo corso” di quella storia che riguardano i valori di fondo irrinunciabili ancor oggi, occorre guardarsi attorno: nel mondo di internet e delle comunicazioni in tempo reale, come dicevamo, la rappresentanza è dichiarata impraticabile, sacrificata sull’altare di una fantomatica governabilità. E’ un paradosso: dovrebbe accadere il contrario. Una democrazia repubblicana degna di questo nome userebbe le tecnologie per facilitare la pratica democratica invece di inventarsi la presunta incompatibilità fra rappresentanza e governabilità. […] Per un governo che possa contare su oltre il 50 % di voti sicuri in parlamento (monocamerale) il fatto che fra i banchi dell’opposizione siano rappresentate più voci anziché una sola dovrebbe essere visto come un arricchimento e non come un intoppo. Che cosa se ne deduce? Che è da segnali di degrado di questo tipo o attraverso simili mistificazioni, che nel mondo dell’isolamento istituzionalizzato viene ucciso quello che Mazzini chiamava il “senso di comunione”. Una cappa di oppressione non direttamente percepibile va a coniugarsi con i problemi di sopravvivenza quotidiana, il tema dell’insicurezza si unisce al dramma di chi non ha un lavoro e ne scaturisce una perversa divisione fra poveri; e poi, ancora, la corruzione, il sessismo dilagante, il razzismo e il connesso problema degli immigrati, che ci trova impreparati dal momento che vediamo i nostri giovani migliori costretti al nuovo esilio dell’ emigrazione.

Mazzinianamente, oggi appare dunque arduo poter affermare di avere una Patria vera, italiana, europea. Per questo il “coraggio garibaldino” appare impraticabile, vanificato, sepolto sotto un mare di meschinità, invidie, maldicenze, incapacità, opportunismo, ipocrisia, arroganza.. e in un contesto di avvilimento e decadenza le domande cruciali finisce che nessuno le pone neanche più. Ma attenzione: indietro non si torna. Da simili paludi si può uscire solo con un salto comportamentale, etico, comune, attraverso nuove forme di unioni e con un radicale cambio della classe dirigente: non solo e non tanto in termini di singoli uomini, ma proprio come modo di concepire l’attività politica e l’amministrazione della cosa pubblica. La posta in palio è se il concetto di democrazia, ormai snaturato e irriconoscibile, possa ancora considerarsi praticabile. Mazzini e Tocqueville del resto avevano in qualche modo previsto questi rischi denunciando il pericolo della “dittatura dei numeri”. A quelle analisi lungimiranti si aggiunga la constatazione, banale, che una qualsiasi decisione assunta in qualunque punto del pianeta oggi produce ripercussioni fino agli antipodi. […] Erano i temi che abbiamo affrontato, per quarant’anni, su “Argomenti”, “I Ciompi”, “The federalist” e sul “Pensiero mazziniano”, mettendo in guardia che questi nuovi scenari fanno dell’intero pianeta un enorme campo della pallacorda, mentre i monopoli su energia e informazione sono le nuove forme di conquiste coloniali. Con l’evaporazione del concetto di “repubblica democratica” nuovi “mostri” si affacciano però sullo scenario mondiale, dopo i totalitarismi tradizionali , in forme diverse, non facilmente riconoscibili. Da qui la necessità dell’impegno, della denuncia e le modalità d’azione hanno rappresentato la base delle nostre discussioni di questi ultimi decenni: con Maurizio Viroli, Paolo Sassetti, Giulio Cavazza, Antonluigi Aiazzi, Danilo Dolci, Andrea Chiti-Batelli, Norberto Bobbio, Carlo Cassola

Ma di tutto questo, oggi, resta una sensazione di fallimento, di vacuità. Non tanto perché quelle analisi fossero sbagliate, ma, più che altro, per mancanza di referenti; o, meglio, per l’impossibilità di poter tradurre queste considerazioni in politica spicciola, in un mondo in cui la politica si è ridotta a puro clientelismo, a conventicola. Fatto sta che il “nuovo Risorgimento” che si imponeva, sulla scia e sulla storia del vecchio, non si è realizzato e un poco di stanchezza, o disillusione, affiora. E’ tempo allora di guardare ai giovani di buona volontà rimasti, se vorranno continuare questa che sembra ormai essere solo una lunga, affascinante, corsa di testimonianza.

Guido Longobardi: un palcoscenico per la Repubblica Romana

L' amico Guido Longobardi, uno dei più prestigiosi esponenti del PRI Bolognese e Emiliano Romagnolo ,attivo  in particolare negli anni 70 , 80 e 90 rappresenta per molti amici che non hanno rinnegato i valori laici e progressisti della cultrua repubblicana e mazziniana un punto imprescindibile di confronto e riflessione culturale e politica

Ed ecco un suo contributo per il nostro sito : un atto unico , ancora inedito , sulla Repubblica Romana, dove alla piacevolezza dello stile si unisce , per chi sa leggere fra le righe , una profonda interpetazione dei valori e dell' attualità che accompagnarono quelle Gloriose giornate

 

La breve Repubblica

 

(Titolo provvisorio)

 

 

 

Scena prima

 

In una stanza del Quirinale. Sul fondo ritratti di Mazzini e Garibaldi. Si vede un grande tavolo rettangolare con attorno i maggiorenti della Repubblica.

 

 

Mazzini :

 

“…Sono sicuro che l’Inghilterra ci appoggerà”.

 

Armellimi:

 “Ti illudi. Come ti sei illuso con la sinistra francese. Dicevi che avrebbe vinto

 

all’Assemblea di Parigi e che avrebbe indotto Napoleone III a riconoscere la nostra Repubblica”.

 

 

Mazzini:

 “Ne ero più che certo. Deve esserci stata una manovra diplomatica che ha cambiato le carte in tavola. Il disegno della Francia è quello di schierarsi contro di noi, per poi trattare o meglio fare da paciere tra noi e il Papa. Questo sarebbe  il riconoscimento della Repubblica Romana e la Francia si accrediterebbe in Italia al posto dell’Austria”.

 

 

 

Serpieri:

 “Napoleone III legge tutti i giornali e i gazzettieri prezzolati che ci attaccano e ci discreditano ogni giorno di più. Eppoi non può alienarsi le forze cattoliche . Alla fine favorirà il Papa”.

 

 

 

Mazzini si alza e si fa consegnare alcuni giornali francesi Si sposta sotto una lampada e legge, a voce alta, alcuni titoli:”Mazzini l’anticristo”; “la Repubblica Romana nasce sul sangue di Pellegrino Rossi”; ”Roma ricettacolo di ladri e puttane”; “ a Roma coprifuoco e regime di polizia. E’ questa la repubblica democratica di Mazzini e dei suoi compari?”.

 

 

Saffi (rivolto a Mazzini) :

 

“Il discorso che hai fatto il 3 marzo all’Assemblea contro le sanzioni è stato infiammante. Ma dovresti aver capito che i bei discorsi non salvano una Repubblica”.

 

 

Garibaldi, intanto, alzando più volte il braccio chiede di poter intervenire:

 

 

Saffi:

 

“ Ha chiesto di parlare il generale Giuseppe Garibaldi”.

 

Mazzini:

 

“ Non generale, ma tenente- colonello “.

 

 

Garibaldi :

 

Ricordo a tutti che questo è un gabinetto di guerra e che prima dei discorsi politici occorrerebbe decretare l’arruolamento degli uomini e stabilire i punti della città dove innalzare le barricate e gli appostamenti”.

 

 

Filopanti:

 

I decreti dei triumviri sull’arruolamento sono già in copisteria; stanotte saranno stampati e affissi in tutta la città. Abbiamo arruolato gli uomini dai diciotto ai cinquantatre anni “.

 

 Serpieri:

 

I papalini dicono che abbiamo arruolato non solo i fuoriusciti, ma anche gli ergastolani e i condannati alla galera”.

 

 Garibaldi:

 

Lasciateli dire. In galera dovrebbero andarci Pio IX e il suo Nunzio Apostolico. Noi, piuttosto, abbiamo assoluto bisogno di armi e di munizioni.

 

Perché non provate a trattare segretamente con il Piemonte?”.

 

Mazzini:

 

Non so cosa pensino i Savoia di Roma e della nostra Repubblica. So che comunque noi sempre contrapporremo a quella monarchica una soluzione democratica e repubblicana. Poiché Casa Savoia sa delle nostre idee, dubito che ritenga di trarre convenienza da un nostro successo. I Savoia capiscono poco di politica, ma hanno un raffinato e geniale consigliere”.

 

 

 

Armellini (rivolto a Garibaldi):

 “ A proposito di armi, non so se sai che i francesi dispongono di un nuovo fucile che non ha bisogno di ricarica dopo ogni sparo.”

 

 Garibaldi:

 “ Ne sono informato. Quell’arma potrebbe essere decisiva per le nostre sorti”.

 

 Mazzurelli:

 “ Di quel fucile abbiamo alcuni disegni con i particolari forniti dal nostro controspionaggio. Se vuoi vederli.”.

 

 Garibaldi:

 

“ Con quei disegni posso far vento alla mia barba”.

 

 Alcuni, non Mazzini, ridono a quella battuta mentre Mazzurelli abbassa lo sguardo, con aria un po’ sgomenta.

 

Garibaldi:

 

Entro due – tre giorni vi presenterò il piano che sto preparando con Manara e Dandolo. Non voglio discuterlo però con Roselli. Noi intendiamo portare lo scontro con i francesi fuori dalla città. Oudinot e De Lesseps il 30 aprile li ho  già presi d’infilata a Porta Cavalleggeri e a Porta San Pancrazio ma poi sono stato fermato. Stavolta, per Dio, caro Mazzini, non mi fermerà nemmeno il diavolo. Dillo al tuo generale Roselli”.

 

 

La discussione si arresta perché da una vicina stanza giungono accenni di canto e di accordi musicali. Mazzini chiede chi siano. Un giovane si affaccia. E’ Goffredo Mameli.

 

 

Mazzini:

 

“ Goffredo, sei tu?. Da dove arrivi?.

 

 

Mameli:

 

“ Ho portato con me una poesia che qualche tempo fa ho scritto di getto a Genova e che è stata messa in musica a Torino da Michele Novaro”.

 

 

I presenti (tranne Garibaldi):

 

“ Vuoi farne un inno?”.

 

 

Mameli:

 “ Si, sentite l’inizio: “ Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta – dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa”. Non è uno sprone?”.

 

 Garibaldi ( fra sè e sé a mezza voce):

 

Di là stanno a scrivere la Costituzione, di qua l’inno patriottico, senza rendersi conto che dovremo affrontare non uno ma quattro eserciti: I francesi, gli spagnoli, gli austriaci e i borboni. Neanche in Uruguay ho trovato tanta incoscienza”.

 

 Fine prima scena

 

 

 

Scena seconda

 

Primo quadro

 

 

 

E’ notte al Quirinale . Mazzini è solo nella sua stanza, seduto ad uno scrittoio e sta scrivendo alcune lettere di risposta a cittadini e patrioti di tutt’Italia.

 

Sullo schermo appaiono le figure dei destinatari e in particolare di una giovane popolana che gli aveva chiesto, con parole semplici, perché la Repubblica fosse meglio della Monarchia.

 

Eugenia ( la popolana giovane e bruna molto accattivante):

 

Caro maestro, voi dite che la Repubblica è preferibile e superiore alla monarchia. L’avete scritto tante volte sui giornali ed anche i miei fratelli ne sono convinti e sono d’ accordo con voi. Quando però chiedo loro il “perché”, non mi sanno rispondere. L’ ultima volta mi hanno detto “perché non lo chiedi a Mazzini? “. E così mi sono decisa a rivolgermi a voi se aveste tempo e voglia di rispondermi.

 

Le vostre parole, se convincenti, le manderò a memoria e le insegnerò ai miei figli quando in futuro mi sposerò.

 

Intanto buona fortuna alla vostra Repubblica Romana.”

 

Eugenia Parodi

 

Genova 12 marzo 1849”

 

 

 

Mazzini:

 

Carissima Eugenia, il poco tempo che gli impegni bellici e politici mi concedono, in questo difficile momento della vita della nostra Repubblica, non mi consentono di rispondere con l’ ampiezza, che vorrei, alla domanda che mi hai posto nella tua dolcissima lettera. Rimedierei, inviandoti alcuni miei scritti di anni lontani nei quali potrai trovare tutte le riflessioni e i miei approfondimenti, non solo teorici, su quella istituzione democratica e popolare che io chiamo “ Repubblica” e che considero la massima forma di governo. Aggiungo solo una breve annotazione che va alla radice del dilemma e che deriva da questa semplice domanda : “ Cosa dunque succede se una Repubblica o una Monarchia non funzionano ? “. Ti prego di non dimenticare la risposta che mi permetto di scriverti: “ Se un presidente della repubblica fosse o divenisse stupido o corrotto, il popolo che lo ha eletto direttamente o attraverso i propri rappresentanti, potrebbe, in ogni tempo, rimuoverlo o cacciarlo. Se invece, lo fosse o lo diventasse un monarca, il popolo nulla potrebbe perché i poteri del re sono ereditari ed egli li detiene per tutta la vita tramandandoli, poi,ai propri successori.” Già in questa differenza dunque puoi cogliere la superiorità dell’una rispetto all’altra.

 

A te e ai tuoi fratelli il mio affetto e la mia vicinanza.

 

Giuseppe Mazzini

 

Roma 14 Aprile 1849

 

 

 

 

 

Secondo quadro

 

 

 

Garibaldi cena con Anita e con il suo attendente Aguyar. E’ una chiara notte di luna. Anita nell’intimità gli rivela di essere incinta di lui.

 

Garibaldi :

 

Anita, amore mio, devi trovare rifugio fuori da Roma. Ti voglio salva e con te il figlio che nascerà. L’assedio che stiamo subendo non è foriero di una buona sorte per noi. Andrai lontano, in Romagna con Aguyar che ti proteggerà come ha fatto in Sudamerica”.

 

 

 

Anita :

 

“ José, yo quiero vivir contigo y nada màs”.

 

Garibaldi :

 

Anita ascoltami. L’attacco che ci verrà portato dai francesi non ci darà scampo. Molti di noi moriranno. Io non voglio che tu abbia a patire per me”.

 

 

 

Anita : (mormorando tra sè e sè)

 

“ Il nostro domani è oggi. La vita che mi è data non mi appartiene . …A questa sorte non mi sottrarrò….”.

 

Garibaldi :

 

“ Devi andare a Rimini o a Ravenna. Troverai riparo e conforto. Io ti raggiungerò se la fortuna mi arriderà: Laggiù ci sono uomini che non tradiscono e che, nel mio nome, non ti abbandoneranno mai. Dopo Nizza la Romagna è la terra che amo di più e che anche tu amerai”.

 

 

 

Intanto Aguyar dopo quella cena frugale, lo sorregge e l’aiuta a sdraiarsi su una piccola branda da campo. Garibaldi si muove a fatica sofferente com’è per i reumatismi e le artriti che lo affliggono in tutto il corpo. Anita si siede ai suoi piedi e l’aiuta a sfilare gli stivali. Garibaldi non si sveste perché deve essere pronto alla bisogna ed anche perché ha una ferita al petto e non vuole che Anita la veda. La ferita l’ ha riportata in uno dei tanti assalti alla baionetta alla testa dei suoi legionari. Fuori , da un accampamento, sale un canto dolcissimo che commuove Anita fino alle lacrime.

 

La canzone dice: “Stasera voglio cantare – voglio abbracciare tutta la gente – perché il cielo sembra d’argento – e perché oggi – non hanno ucciso nessuno”.

 

Anita ( abbracciando Garibaldi) :

 

“ Josè lo senti questo canto? Ti ricordi che anche in Uruguay i tuoi soldati cantavano nelle veglie della notte e che alla fine, tutti insieme gridavano: “ Arriba Josè”. “ Arriba Garibaldi”. “Arriba el libertador”.

 

Garibaldi:

 

Si me lo ricordo. Per me allora e adesso quel grido era ed è come un giuramento di sangue”.

 

 

 

Poi come d’incanto s’odono da lontano le note del Nabucco che Giuseppe Verdi aveva composto qualche anno prima e che immediatamente era divenuto il canto dei patrioti italiani. Quel coro sommesso, accompagnato dalle chitarre e dalle armoniche, va avanti e non si interrompe nonostante il rombo possente e intervallato dei cannoni che i Francesi stanno puntando verso il Gianicolo. Nella notte fonda si sentono i richiami delle sentinelle, le une di rimando alle altre e incitanti alla lotta e alla resistenza.

 

 

 

Fine seconda scena

 

 

Scena terza

 

I° quadro

 

Assieme a Filopanti, Mazzini si avvia, di buon’ora, all’aula dove i padri costituenti stanno scrivendo la Costituzione della Repubblica. Egli ha voluto fortemente quel documento per far conoscere al mondo gli ideali e i valori che devono stare alla base di una Repubblica democratica e di alta civiltà come quella di Roma.

 

 

 

 

 

Mazzini (camminando adagio lungo le stanze intercomunicanti e accennando alla Costituzione :

 

Quirico, sai a che punto sono arrivati i lavori? Te lo chiedo perché temo che non avremo molto tempo, davanti a noi”.

 

 

 

Filopanti:

 

“Il presidente Galletti ha appena finito di raccogliere i testi preparati dalle sottocommissioni e, d’accordo con i relatori, ha già fissato, per i prossimi giorni, la discussione generale”.

 

.

 

 

 

Mazzini:

 

Questo documento resterà nella storia d’Italia, qualunque sia la nostra sorte personale ed anche se dovessimo capitolare”.

 

 

 

 

 

Filopanti:

 

I centocinquanta costituenti, se non per intelletto, ma almeno per cuore, sono stati fino ad oggi in seduta permanente e hanno prodotto un testo che neppure i costituzionalisti più illuminati avrebbero potuto”

 

.

 

Mazzini::

 

“Questo è frutto del comune orientamento sui principi fondamentali di uguaglianza e di libertà”.

 

 

 

Filopanti:

 

“ La spinta vitale l’hanno ricevuta da te, Giuseppe. Le Tue idee, le tue lotte hanno portato ad una convinta identità nazionale. Soprattutto i giovani sono con noi.”.

 

 

 

Mazzini:

 

“I francesi la smetteranno, una volta per tutte, di definire gli italiani come uomini che non si battono. Oudinot ha trovato in Garibaldi pane per i suoi denti”.

 

 

 

Filopanti :

 

La carta costituzionale sarà un’arma più forte dei loro nuovi fucili…”.

 

 

 

Mazzini:

 

A coloro che disprezzano la nostra Repubblica, negando che sia nata dalla volontà popolare, io dico “attenetevi ai fatti generali” e comparatela agli altri sistemi che sempre, fin qui, si sono appoggiati sulla forza e sulla violenza.

 

I nostri censori, durante questi cinque mesi di governo repubblicano, possono citare “una” solo condanna a morte per ragioni politiche? “un” solo esilio intimato ad un oppositore per un semplice sospetto? “un solo tribunale speciale istituito a Roma per giudicare e condannare colpe politiche? “un” solo giornale sospeso per ordine del governo?”.

 

 

 

Filopanti:

 

Nessuno può dire questo, se non mentendo. Tu hai scritto una cosa fondamentale per tutti noi quando hai scritto che “non possiamo essere repubblicani senza essere e dimostrarci migliori di coloro contro i quali siamo insorti”.

 

 

 

 

Mentre camminano, Galletti gli si fa incontro, quasi festevole. Abbraccia Mazzini e lo invita a trattenersi e a prendere posto. Poi gli consegna la bozza di un primo testo elencandogli gli otto principi fondamentali e gli articoli del Titolo I° sui diritti e doveri dei cittadini

 

Mazzini:

 

Presidente Galletti, ringrazi a nome mio tutti i nostri rappresentanti e dica loro che le mie aspettative sul loro lavoro non sono andate deluse.

 

Mi piace che abbiate sancito, come leggo nel testo, che le persone e le proprietà sono inviolabili; che nessuno possa essere arrestato se non in flagranza di delitto; che nessuno possa essere carcerato per debiti; che la pena di morte e la confisca siano prescritte.

 

Dico che è sommamente giusto affermare la libertà di ogni manifestazione di pensiero. Su questo principio, però, debbo osservare che, pur senza alcuna censura preventiva, il suo abuso andrebbe punito per legge”.

 

 

 

 

 

I segretari della Commissione, Pennacchi e Zambianchi, prendono nota di questa notazione e Galletti assicura Mazzini che essa sarà oggetto di approfondimento.

 

Mazzini ringrazia ancora, mentre un usciere gli porta un dispaccio urgente che lo costringe a lasciare l’aula e a convocare, seduta stante, il consiglio di guerra.

 

 

 

Scena quarta

 

 

 

Il dispaccio che gli perviene è del plenipotenziario Ferdinando De Lesseps. Mazzini lo riceve da solo, così come gli aveva chiesto, per un colloquio riservatissimo.

 

 

 

De Lesseps:

 

Presidente Mazzini, vengo a Voi per conto e nel nome del governo del mio paese. Le mie credenziali sono state consegnate al Vostro ambasciatore a Parigi, non appena ho saputo che mi avreste concesso questo colloquio”.

 

 

 

Mazzini:

 

“ Voi sapete del nostro amore per la Francia. Con questo spirito, dunque, oggi Vi accolgo e ascolterò le Vostre parole. Se siete qui per un onesto negoziato, io sono pronto a discutere e a trattare. Ma , permettetemi di dire, che prima di tutto io ricordo a me stesso il preambolo della Vostra Costituzione che all’ art. 5 dichiara che la Francia non solo rispetta le nazionalità straniere, ma che non impiegherà mai le sue forze contro la libertà dei popoli”.

 

 

 

De Lesseps:

 

Questo principio è vivo in me. Della lealtà dei nostri intenti Vi prego di non dubitare.”

 

 

 

Mazzini:

 

Signor De Lesseps, se ciò che cercate è un armistizio, sappiate che noi lo considereremmo un mero espediente militare per prendere tempo e poi sferrare l’attacco finale. In guerra gli inganni e gli agguati si pagano col sangue”.

 

 

 

De Lesseps:

 

Ciò che la Francia vuole è impedire che sotto la pressione diretta dell’Austria la spinta controrivoluzionaria conquisti Roma e vi travolga”.

 

 

 

Mazzini:

 

Vi proponete, dunque, come nostri protettori? Se è così perché al generale Oudinot è stato dato l’ordine di attaccare la città e perché egli ha intimato al governo romano di abbandonare il potere?”.

 

 

 

De Lesseps:

 

Vi garantisco che tutto ciò non è vero, e che comunque non corrisponde alla volontà del governo francese. Io non sto conducendo con Voi alcun doppio gioco, né sono un gesuita che cerca di conseguire i propri fini senza suscitare sospetti”.

 

 

 

 

 

Abilmente, dunque, Mazzini ottiene così un concordato per cui i romani si sarebbero impegnati ad accogliere da fratelli i francesi ( come già avevano fatto a Civitavecchia, dove Oudinot era sbarcato) e i francesi avrebbero rinunciato ad entrare in città, proteggendola dagli altri eserciti.

 

Ma dopo 10 giorni, Oudinot straccia quell’accordo e invia a Roselli una lettera datata 1° giugno con la quale gli comunica che il 4 avrebbe proceduto all’occupazione “ de la place”. ( Seulement…je diffère l’attaque “ de la place” juisq’a’ lundi matin au moins.).

 

Mazzini non sa capacitarsi, né sa quale significato dare alla parola “ place”. Voleva dire piazza o piazzaforte? Cioè il centro oppure tutta la città? Poiché questa seconda interpretazione apparve a tutti la più probabile, vennero preparate le operazioni di difesa per il giorno 4, come minacciato da Oudinot.

 

 

 

Garibaldi :

 

Io chiedo che mi vengano dati i pieni poteri militari, in luogo del generale Roselli.”.

 

 

 

Mazzini:

 

Ti prego, Giuseppe, di non crearmi altre difficoltà, in queste ore così tremende e decisive.”.

 

 

 

Garibaldi :

 

Non rinuncio alla mia richiesta. Pensaci e domani mi risponderai”.

 

 

 

Mazzini :

 

“ Sì , domani lo saprai “.

 

 

 

Ma prima dell’ alba del giorno 2, Oudinot attaccò, facendo sparare i cannoni e occupando di sorpresa gli avamposti tra il Gianicolo, Villa Pamphili e Villa Corsini. Quest’ultima fu presa e persa tre volte. Negli aspri combattimenti caddero i migliori dei garibaldini: Dandalo, Masina, Daverio e Mameli.

 

Dopo un ennesimo attacco di Oudinot, Garibaldi fu convocato in Campidoglio, dove era riunita l’Assemblea.

 

 

 

Mazzini :

 

Fratelli repubblicani. La Francia ci ha sconfitto non con le armi, ma con l’inganno e la menzogna. Essa ha tradito tutti gli impegni presi con noi e ha disatteso a tutte le promesse. E ciò solo per l’imperativo del potere per il potere. Non lo dimenticheremo perché verrà il momento della nostra rivincita e della vendetta di Roma. Ma ora questo non è il momento dei risentimenti. Dobbiamo invece esaminare con lucidità e intelligenza le possibili soluzioni. Esse sono tre: la capitolazione, la resistenza fino all’estremo sacrificio di tutti noi o il ritiro e la salvezza dell’esercito per continuare la lotta altrove e in altre condizioni.”.

 

 

 

L’Assemblea (alcuni rappresentanti a voce alta) :

 

“ Tu quale di queste tre soluzioni proponi?”.

 

 

 

Mazzini:

 

Io propongo il ritiro e la salvezza del nostro esercito per essere in grado, al momento opportuno e alle nuove condizioni di riprendere la lotta per l’indipendenza dell’Italia. Il grido di libertà cui ha dato voce la Repubblica Romana non potrà più essere soffocato”.

 

L’Assemblea (altri rappresentanti a voce alta) :

 

“E tu, Garibaldi, come ti pronunci? “.

 

 

 

Garibaldi :

 

Anch’io sono d’accordo con Mazzini, di salvare il nostro esercito. La lotta, oggi, qui, in Roma, non ha alcuna possibilità di successo.”.

 

 

 

 

 

L’Assemblea, però, vota per la capitolazione. Mazzini sdegnato rassegna le dimissioni, mentre Garibaldi, dopo aver radunato i suoi a piazza S .Pietro, con a fianco Anita e Ugo Bassi, dichiara:

 

 

 

Io esco da Roma. Chi vuole continuare la guerra venga con me. Raggiungeremo Venezia e la difenderemo con le unghie e con i denti. Non vi offro né paga, né quartiere, né provvigioni, ma fame, sete e marce forzate. Sarà, però, il nostro, un cammino verso la libertà della gente d’Italia.”.

 

 

 

 

 

 

 

Fine