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LA SINISTRA DEL TERZO MILLENNIO

 

Associazione Achille Ardigò

Roberto Balzani, cinque anni Sindaco di Forlì" - 2° incontro del ciclo "I protagonisti del Welfare in Emilia-Romagna"

 

Roberto Balzani
intervistato da
Luciano Nigro, la Repubblica Bologna

Introduce
Mauro Moruzzi, Presidente, Associazione "Achille Ardigò"

16 APRILE 2014 ore 18.00

Circolo Passepartout Bologna - via Galliera, 25/A - Bologna

Roberto Balzani

Nato a Forlì il 21 agosto 1961. È Sindaco della stessa città dal 2009.

Laureato in Scienze Politiche all'Università di Firenze, si forma alla scuola di storia contemporanea Cesare Alfieri guidata da Giovanni Spadolini e da Luigi Lotti, occupandosi in particolare di argomenti economici, sociali e amministrativi. Professore ordinario di storia contemporanea presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna e autore di diverse pubblicazioni sul pensiero risorgimentale e sulla vita delle comunità locali. L'attenzione alla politica come espressione del movimento di rinnovamento culturale e civile lo porta a candidarsi nel 2008 nella coalizione di centro sinistra alla guida della sua città.

L'esperienza di amministratore è raccolta nel pamphlet "Cinque anni di solitudine. Memorie inutili di un sindaco" (Il Mulino, Bologna, 2013).

La sua attività di Sindaco è caratterizzata da una visione moderna del welfare locale ispirato alla centralità del cittadino e da una politica non condizionata dagli interessi lobbistici e statalisti. Nel 2014, dopo un solo mandato amministrativo, come segnale di discontinuità dalla tradizione partitica della classe politica, dichiara di non ricandidarsi alle prossime elezioni promuovendo la presenza di giovani amministratori alla guida del Comune. Il suo obiettivo è quello di cercare forme innovative di collaborazione tra pubblico e privato basate sull'ideazione, organizzazione e finanziamento di servizi nel sistema di protezione sociale, con un attento sguardo di responsabilità verso le generazioni future.

 

Questa la scheda di presentazione del convegno , aggiungiamo che Roberto balzani è stato rpesidente nazionale dell' Associazione Mazziniana

 

La sinistra e le ragioni delle crisi

Gli amici di Democrazia pura propongono sulla pagina di Repubblica e progresso un tema molto delicato , sul ruolo della sinistra di fronte ai cambiamenti del terzo millennio , in particolare quello della immigrazione , citando , tra l' altro , un intellettuale francese come Jacques Julliard.Che riporta in chiave di analisi rigorosa la tesi tipica della destra nostrana (e non solo) in merito alla sinistra radical chic, o per dirla alla francese , la sinistra al caviale . Ovviamente l' articolo non è così becero e punta il dito sul distacco della sinistra dai problemi dei ceti all' ultimo posto della scala sociale , il che apre varchi enormi alla destra populista e xenofoba.

Vorremmo confrontare però questa analisi con una di Edoardo Crisafulli da la fondazione Nenni . Meno psicosociologica e più politico economica

Si chiede perchè non funziona più la formula di Olaf Palme "la socialdemocrazia deve limitarsi a tosare la pecora capitalista". Perchè la pecora non da più tanta e buona lana dice Crisafulli , anche perchè con la globalizzazione ci sono molti più greggi in giro per il mondo. Il problema ad avviso di chi scrive è assolutamente ben posto , però non solo perchè la diffusione di economie emergenti ha ridotto "la lana" occidentale, ma perchè è cambiato il rapporto di forza fra istituzioni pubbliche e potentati privati . La socialdemocrazia aveva puntato tutto sulla capacità di prendere le leve del potere ed utilizzarle per una miglior distribuzione del reddito nazionale . Ma con la globalizzazione qualsiasi Marchionne può dire anche esplicitamente ad un governo eletto che se la politica economica sociale e giudiziaria del paese non cambia può sempre andare a produrre auto o quel che sia in un altro paese tanto quel governo nulla può fare per impedirgli di vendere le auto nel territorio appena abbandonato . L' auspicio della fondazione Nenni che la sinistra agisca per incrementare l' importanza dell' economia sociale e cooperativa in ciascuna nazione è sicuramente positivo e condivisibile , ma si ha l' impressione che senza una riflessione profonda di cosa abbia comportato per l' occidente il fenomeno della globalizzazione , sulla fine del presupposto su cui si era sviluppato il mito del progresso lo scorso secolo (le prossime generazioni staranno meglio delle attuali) ,sul ritorno , e alla grande , delle disuguaglianze ... senza una riflessione dicevamo sulla rottura del nesso produzione, mercato e sovranità le discussioni sulla crisi della sinistra rimarranno sempre tronche .

Nell' articolo si  riporta per l' ennesima volta un passaggio di un film francese del 1992, “La crisi”, di Coline Serreau, nel quale un deputato socialista si rivolgeva scandalizzato ad un poveraccio che si definiva profondamente razzista e che asseriva di odiare gli arabi. Solo che il deputato socialista viveva isolato al’interno di una splendida villa posta in collina mentre il razzista convinto abitava in una banlieu ed aveva pure sposato un’egiziana.

Il problema non è ( o non è solo) che dalla villa non si sentono gli immigrati che puzzano , il problema è che il deputato socialista non può proporre al poveraccio delle politiche pubbliche che aiutino sia lui che l' immigrato puzzolente , non sa cosa dire di fronte al datore di lavoro del poveraccio che lo vuol licenziare perchè va a produrre da un altra parte o che gli propone condizioni di lavoro che presto lo porranno allo stesso livello dell' immigrato che puzza. Ma se anche il deputato socialista vivesse nella puzza non è per questo che potrebbe proporre poltiche pubbliche efficaci. Potrebbe anche lui inverire contro gli arabi , ma la situazione del poveraccio razzista rimarebbe uguale

 

http://www.democraziapura.altervista.org/?page_id=6620

https://fondazionenenni.wordpress.com/2012/05/17/la-pecora-capitalistica-e-la-lana/

 

Le insidie del quoziente familiare

Una acuta osservazione dal sito dell' UAAR sulla proposta di inserire il quoziente familiare nella riforma dell' IRPEF : come è noto è una proposta che parte dall' osservazione che in uan stessa famiglia se vi è unasola persona che lavora e quindi  un solo reddito , ad esempio di 50.000 euro lordi , su quel reddito pesano molte più tasse delal famiglia nella quale vi siano due redditi di 25.000 euro . Lo scopo apapre nobile , ma coem dice l' UAAR si nascande il epricolo di favorire le famiglie in cui lavora solo il marito e la moglie è destinata alle cure domestiche. C'è da aggingere che nelle famiglie del nostro esempio in cui c'è un adulto che non lavora i possibili risparmi , si pagano più tasse , ma sicuramente ci sono molto più occasioni di risparmio di quella in cui, per lo stesso redito si lavora in due .

QUOZIENTE FAMILIARE O QUOZIENTE CLERICALE

Graziano Delrio, il potente sottosegretario Pd alla presidenza del Consiglio, intervistato da Panorama ha annunciato che il governo sta lavorando al quoziente familiare. Un lavoro già in fase avanzata, sembrerebbe, in quanto l’esecutivo valuta di inserirlo nella delega fiscale. I fini non sono per ora molto chiari. Tanto da pensare che siano sin troppo chiari.

L’intento, scrive Roberto Petrini su Repubblica, sarebbe di cambiare il bonus Irpef (i famosi 80 euro) in modo che chi guadagna oltre la soglia, ma ha moglie e diversi figli a carico, sia favorito rispetto a chi non la supera ma magari è single. Il principio in sé può anche essere nobile, ma è fondamentale capire quali possono essere le ricadute pratiche in un sistema che già prevede gli assegni familiari (che gravano sulle casse pubbliche per circa sette miliardi). Il rischio è che si torni a favorire la famiglia monoreddito anziché quella plurireddito. Detto altrimenti, che si continui a privilegiare una visione della famiglia arcaica, con la donna ingabbiata nel ruolo di “angelo del focolare”. Una visione che, a quanto risulta, continuerà a discriminare le famiglie dimenticate dalla legge, come le coppie di fatto (sia etero che omosessuali).

Non è un caso che la proposta sia piaciuta al mondo cattolico, che del quoziente familiare è da tempo uno zelante sostenitore: i primi a proporlo furono infatti le Acli. Il quotidiano dei vescovi italiani Avvenire riporta, oltre alle dichiarazioni del ministro Maurizio Lupi (ciellino in quota Ncd), che confermano le intenzioni del governo, anche la soddisfazione di Francesco Belletti, presidente del Forum delle famiglie. Ha inoltre già espresso apprezzamento anche Gian Luigi Gigli, deputato dei Popolari per l’Italia (la corrente cattolica che si è scissa da Scelta Civica, guidata dall’ex ministro ciellino Mauro), fresco vincitore dell’ultima clericalata della settimana. Gigli non ha mancato di osservare come il provvedimento sia “l’unico modo per correggere una condizione di iniquità che è causa non ultima dell’inverno demografico che pesa sul futuro economico, educativo e previdenziale del Paese”. Nientepopodimenoche.

Il governo Renzi torna dunque a flirtare con il natalismo. Se ne era già avuta un’avvisaglia con le dichiarazioni che la ministra della salute Beatrice Lorenzin (Ncd) aveva rilasciato proprio ad Avvenire. Non è del resto un caso che la proposta venga da Delrio, un fervente neocatecumenale padre di nove figli. Ma è proprio ai figli che dovrebbe essere rivolta una diversa attenzione. Il favore nei confronti di chi fa tanti figli va purtroppo di pari passo con la mancanza di rispetto per l’auto­nomia delle donne e l’assenza di servizi per i piccoli cittadini (asili nido, parchi gioco, progetti didattici nelle scuole dell’infanzia e primarie, interventi di prevenzione dell’emarginazione e del bullismo alle medie, ma anche pannolini e alimenti per i casi sociali). Creando in tal modo ulteriori margini di intervento per il sussidiarismo cattolico, sempre più finanziato dallo Stato.

http://www.uaar.it/news/2014/05/09/quoziente-familiare-quoziente-clericale/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=quoziente-familiare-quoziente-clericale

articolo Lanfranco Turci

Si tratta indubbiamente di un bell'articolo e, come si usava dire una volta di una bella analisi.

Bella tanto quanto lo sono alcune epigrafi tombali.  E come quelle sono ex post che poi tradotto per i semplici significa chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. E' interessante l'analisi laddove fa chiaramente capire che l'errore non fu la Bolognina ma gran parte di quello che la precedette ed in particolare una certa politica migliorista portata avanti proprio da quel Napolitano che oggi fa il presidente della Repubblica. Come dire che il raffreddore non comincia con il primo starnuto ma ha alle aspalle storia vecchia.

Comunque, tutto ciò posrto, resta la vecchia leniniana domanda, che poi è di semplice buon senso: che fare? Che a constatare le morti son buoni (quasi) tutti ma a suggerire come non morire è buono (quasi) nessuno.

Lanfranco Turci e il riformismo in Emilia Romagna

E' apparso su Micromega un lungo articolo dell' ex presidnete dell' Emilia Romagna e della lega coop della stessa regione Lanfranco Turci. Ricordiamo che Turci fu un  importante esponente migliorista del PCI e dei DS , sul tema dei diritti civili consumò la rottura con il suo partito e partecipò all' avventura della Rosa del Pugno con Socialisti e radicali. Ora si ritiene un battitore libero e come tale propone questa riflessione sull' evoluzione della sinistra in una regione che è sempre stata un laboratorio, con luci ed ombre , come l'appassimento della spinta riformatrice di cui parla l' articolo.

Consigliamo la lettura integrale , qui sotto proponiamo una definzione dell' odierno concetto delle "riforme " che ci pare particolarmente azzeccato

 E’ estremamente difficile parlare oggi di riformismo per via dello slittamento semantico delle parole riformismo e riforme. Oggi per riforme di struttura nel linguaggio politico corrente, istituzionalizzato anche a livello europeo, si intendono quelle del Washington Consensus, quelle tese a liberare il mercato da lacci e lacciuoli, a destrutturare i diritti e le difese del lavoro, a ridurre e a privatizzare il Welfare , a privatizzare le aziende pubbliche e a ridurre lo spazio del pubblico e dello Stato. Insomma i ”compiti a casa” che ci ricordano costantemente Bruxelles e la BCE. Sono quelle riforme che in questi decenni di egemonia neoliberista hanno aggravato le condizioni di vita delle masse popolari e allargato in modo drammatico il fossato delle disuguaglianze economiche e sociali. L’opposto degli anni del dopoguerra, quando, in continuità con il linguaggio storico del movimento operaio, le riforme, anche quando sostenute contro coloro che volevano fare la ”rivoluzione”, erano comunque intese come politiche mirate a ridurre il potere del capitale e a migliorare le condizioni di vita e i diritti dei lavoratori e dei ceti popolari. Si parlava infatti, anche se non sempre con una chiara perspicuità teorica (se si escludono in Italia alcuni politici come Lombardi, Basso e Trentin) di riforme verso il socialismo, come passaggi sulla via italiana al socialismo.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/c%E2%80%99era-una-volta-il-riformismo-emiliano-un-bilancio-critico/?printpage=undefined