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Il jobs act e l'alba del XIX secolo

Due fortissime critiche ai decreti attuativi del Jobs act .

Michele Prospero , docente di filosofia del diritto alla Sapienza di Roma su "libertà e giustizia" affronta il tema dello smantellamento delle garanzia dello statuto dei lavoratori per i neo assunti 

E il diritto del lavoro, nato dallo scontro politico della società di massa, cercava di correggere con gli interventi della legislazione gli squilibri sociali più macroscopici conferendo poteri
correttivi al lavoro come potenza sociale collettiva. Ora il diritto muta di segno. E’ costruito il diritto del più forte, cioè è scolpito anche sulla norma il potere legale sanzionatorio del capitale sul lavoro.
Quando all’’impresa si concede il diritto di licenziare il dipendente anche per un solo giorno ingiustificato di assenza, le si consegna un’arma di coercizione sproporzionata rispetto all’’entità dell’’illecito. E’ la pura forza dell’’avere che succhia l’’essere della persona che lavora, nel silenzio della cornice pubblica. Ma Rousseau spiegava che il diritto del più forte non è mai diritto. E quello scritto da Renzi è infatti la pura e semplice sanzione ufficiale e formale del dominio di fatto dell’’impresa sulla forza lavoro ridotta a variabile inanimata.
Ad dominio del capitale, scritto già a chiare lettere nelle oggettive leggi dell’’economia e confermato
nelle anonime regolarità imposte dalla divisione sociale del lavoro, si aggiunge anche la norma di
stampo classista che annichilisce la relativa autonomia conquistata nel Novecento dalla legislazione
pubblica nel correggere le asimmetrie del rapporto sociale con norme dettate dal senso civile
e morale di un’’epoca democratica.

l'articolo completo http://www.libertaegiustizia.it/2015/02/22/un-premier-che-marcia-spedito-verso-l800/

Domenico Tambasco Avvocato Milanese affronta su MicroMega la "riforma" che permetterà il demansionamento dei lavoratori 

 

L’approvazione dell’art. 55 dello “Schema di decreto legislativo recante il testo organico delle tipologie contrattuali e la revisione della disciplina delle mansioni, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183” infatti, con l’introduzione nell’art. 2103 c.c. della possibilità di assegnare unilateralmente il lavoratore “a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore” nel vago e generico caso di “modifica degli assetti organizzativi aziendali”, addivenendo anche alla decurtazione degli “elementi retributivi collegati a particolari modalità di svolgimento della precedente prestazione lavorativa”, ha ufficialmente cancellato con un tratto di penna decenni di civiltà del lavoro, riportandolo a condizioni addirittura anteriori all’approvazione del codice civile del 1942. 

Partiamo proprio da questo punto, per capire la “modernità regressiva” dell’ultima riforma introdotta dal Jobs Act. 

Addirittura nella versione originaria dell’art. 2103 c.c.[4], approvata nel 1942 con il codice civile (siamo dunque ancora sotto l’egida di un ormai decadente regime fascista), il legislatore prevedeva la possibilità di demansionare unilateralmente il lavoratore, subordinata tuttavia ad un doppio limite rappresentato dalla “irriducibilità della retribuzione” e dalla necessità di mantenere la “posizione sostanziale”. Ne sono derivate, nella prassi giurisprudenziale, rigide interpretazioni che hanno spesso censurato i demansionamenti unilaterali che si sostanziavano non solo in un oggettivo mutamento del contenuto professionale dell’attività lavorativa, ma anche in alterazioni soggettive del prestigio sociale, del prestigio morale e della dignità professionale del lavoratore

L'articolo completo http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-jobs-act-e-i-lavoratori-%E2%80%9Ccarne-da-macello%E2%80%9D/