Salta navigazione.
Home
sito repubblicano nella sinistra

La Vittoria di Renzi

Ora Renzi è condannato a fare una politica di sinistra. Difficile.

 
Il 41% sono un sacco di voti, anche troppi ed hanno il grande difetto di togliere ogni alibi. Se si parte così alti la volta prossima non si potrà che peggiorare. Da adesso però soluzioni strutturali a tutti i problemi.
 
da Vicario imperiale di Castruccio
 
Risultati trionfali per Matteo Renzi, anche se lui si schernisce e dice che ha vinto il Pd. Più per astuzia che per modestia lascia volentieri il merito di tanta grazia al partito piuttosto che intestarlo a sé stesso. E gli conviene. Gli conviene fare il modesto poiché ha perfettamente capito che da ora in avanti la situazione per lui si fa grama. E per i numeri e per la qualità della proposta politica prossima ventura. Specialmente per lui. Infatti con un risultato così eclatante il futuro si fa grigio: il fatto vero è che questo risultato non può che peggiorare. E il simpatico ispiratore di Crozza lo sa bene. Giusto i giuggioli e le giuggiole (queste inserite solo per parità di genere) ieri sera erano così sinceramente garuli e garule, mentre lui non c’era. Ovvio.
 
Infatti pensare di doppiare lo stesso risultato in elezioni politiche va al di là di ogni più ragionevole ottimismo. Oddio, non che sia impossibile: gli italici insegnano che per loro, nel segreto dell’urna, nulla è impossibile. D’altra parte per vent’anni sono corsi come le mosche al profumato richiamo di tal Berlusconi Silvio che di serio non aveva nulla: neanche i capelli.
 
Comunque ora per Renzi Matteo iniziano i problemi. Perché non sarà facile per uno che, elettivamente un po’ di destra, deve  mettersi a fare cose sostanzialmente di sinistra. Che un conto è dichiararle nei comizi e un altro è renderle concrete. E tra le prime cose di sinistra a cui dovrà mettere senz’altro mano c’è il far uscire il Pd ed organizzazioni correlate, dalla viscosa melassa dell’affarismo modernista. Che se non si metter ordine in casa propria vien difficile chiederlo agli altri Operazione ardimentosa visto che, i fili che compongono il viluppo degli affari sono così assai ben ramificati e pochi o forse nessuno dei potentati economici, che stanno al di là ed al di qua degli schieramenti, ne è indenne. D’altra parte certe recenti nomine han lasciato l’amaro in bocca a più d’uno e a taluni son parse dei pedaggi ben pagati.  Poi c’è la questione della moralità istituzionale, che passa non soltanto da un deputato arrestato ma anche e più intensamente dalle questioni dei doppi e tripli incarichi e poi dai vergognosi costi della politica. Poiché dire che la politica e la democrazia abbiano un costo in denaro ha sempre suonato più come una giustificazione all’esistente che non ragione vera. E la storia delle società di mutuo soccorso e delle prime cooperative di braccianti questo insegna. Peraltro è lunga la lista di quelli che sono arrivati alla politica con vestiti sdruciti e poi, mandato dopo mandato, si son fatti esperti di gran moda alla costante ricerca del “fatto a mano e su misura”. Ormai diventati signori abituati alle terrazze e agli autisti.
 
E poi ci sarà anche da dar soluzione alle questioni del lavoro e delle pensioni  e della abnorme tassazione che riguarda chi i denari non ce li ha e delle ricche rendite finanziarie che magari dovrebbero essere sommate al reddito (che tali sono) e quindi tassate e delle scuole e dell’ambiente e  dei beni comuni. E per tutte queste questioni dovranno esserci soluzioni strutturali, così come le si chiama adesso, cioè a dire che non risiedono nella filosofia di “una botta e via”. Questa esperienza già è stata fatta e non ha lasciato buoni segni. Anzi, l’Aquila è ancora là che aspetta e le new town ad alto costo e a qualità relativa sono lì a dimostrarlo.
 
Tutto ciò posto Renzi sa bene che quanto è dentro il M5S non è solo urla, battutaccie e vaffa, ma soprattutto sintomo di un radicato malessere che esce dal confronto di che scialacqua (anche soldi non suoi) ed ha il problema della fine della settimana mentre i più lesinano ed hanno il problema della fine del mese. E, dalle prossime analisi (segrete perché non divulgate) dei flussi elettorali si capirà che una certa parte di quel 41% l’ha votato per gli stessi motivi per i quali alle ultime politiche aveva votato per Grillo. Al quale per alcuni temi di contorno in campagna elettorale si è sovrapposto.
 

Magari Renzi avrebbe preferito qualche punto in meno per poter gestire con più tranquillità e pure con qualche scusa,  quello che sarà difficile fare. E che magari non si riuscirà proprio a fare.

 

Riforme, leggi e decreti attuativi

 

Il Governo Renzi continua ad annunciare un calendario di riforme , spesso con obbiettivi assai condivisibili , coem ilc aso della riforma della giustizia , ma con contenuti abbastanza indetrminati e , come è noto visto che nei dettagli si nasconde il diavolo , quando si passa a precisare  incominciano i problemi oppure gli obbiettivi condivisibili appaiono contornati di altri elemeniti decisamente meno seducenti, coem per le riforme istituzionali.

Il sole 24 ore di oggi però si occupa di un ulteriore aspetto ,  tutte le riforme o pretese tali dei governi Monti Letta e Renzi hanno comportato un carico di decreti attuativi pari a circa 900, 511 mancano all' appello e l' arretrato cresce . Molti decreti ormai sono fuori tempo massimo rispetto alle date originarimente previste in legge

http://www.giornalettismo.com/archives/1545509/riforme-mancano-511-decreti-attuativi/

La vittoria dei partiti monocratici

L'amico Paolo Sassetti segnala questa riflessione dal sito minima e moralia , sulla trasformazione della poltica italiana in un sistema in cui alla discussione si è sostituito il carisma del leader .

 

http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-democrazia-da-videogioco/

Civati su "vecchio e nuovo nel PD"

 

Del nuovo e del vecchio

Casi giudiziari e risultati elettorali ripropongono la dialettica giovane (e nuovo) versus vecchio (e passato).

Le cose sono molto più complicate di così (ovviamente). E dovremmo cercare di essere tutti un po’ meno superficiali.

Alle Europee, oltre ai volti nuovi (che avevano già incarichi e visibilità nazionali), tutti gli altri preferenziati, anche all’interno della maggioranza renzianissima (tipo Bettini o Toia o Pittella) non erano proprio di primo pelo.

In Parlamento l’area più entusiasta del renzismo è rappresentata da Franceschini. Il più importante e renziano tra i sindaci è Fassino.

Genovese ha partecipato all’ultimo congresso, portando il nuovo a risultati straordinari a Messina.

Orsoni quando è diventato sindaco di Venezia era nuovo.

Massimo Depaoli ha vinto a Pavia: Massimo è sicuramente nuovo (per altro si confrontava con il nuovo leader della destra, il giovane Cattaneo), ma forse non dello stesso tipo di nuovo di Gori.

A Livorno e Perugia si è perso malamente: in precedenza, tutte le voci critiche erano state azzittite, e i dissidenti (quelli di sinistra) esclusi dalle liste. I candidati erano giovani, soprattutto il livornese. Sembra nuovo, però, e il suo sito è pieno di foto di nuovi.

A Padova alle primarie tutto il Pd, vecchio e nuovo, ha votato per Rossi (a sinistra c’era Francesco Fiore, è arrivato secondo alle primarie, ma poi l’hanno parecchio snobbato, diciamo così, recuperandolo solo all’ultimo minuto).

A Napoli ha vinto solo un antico democristiano, in un Comune della provincia; a Pachino, per dire, ha vinto un giovane vicino alla Cgil, studioso di storia del sindacato. Sarà nuovo o vecchio, secondo le attuali categorie?

Forse, il problema non è solo nuovo o vecchio. E anche nel nuovo e nel vecchio vanno fatte distinzioni precise, e il risultato valutato nella sua complessità. Lo dico come consiglio. E chiedo sinceramente che non si trasformi un risultato elettorale, nel complesso molto positivo, soprattutto dalle mie parti, come un’occasione di una prova di forza tra correnti. Quella c’è già stata. Grazie.

http://www.ciwati.it/2014/06/10/del-nuovo-e-del-vecchio/

Delusioni dalla lista Tsipras

Barbara Spinelli si era presentata alle europee dichairando la propria volontà di dimettersi se eletta . Ora dichaira di aver cambiato idea .

Due nostri amici  frequentano le pagine di ReP hanno così commentato

non ho votato la Lista Tsipras proprio perché Barbara Spinelli aveva dichiarato che, in caso di elezione, si sarebbe dimessa. La cosa non mi sembrava seria anche perché non condividevo la scelta di inserire alcuni candidati da cui mi sento lontanissima. E' un brutto pasticcio, ma non è accettabile dal mio punto di vista che ci siano candidati "civetta". Bene aveva fatto Camilleri a non entrare in lista. Dopo di che….. la sinistra che si divide prima ancora di riunirsi è un disastro e ripropone, ammodernato, il peccato d'origine che ha impedito al movimento operaio e sociale di vincere ancora oltre un secolo fa: frazionismo, retorica messianica, insofferenza per la lentezza che richiedono i grandi cambiamenti, convincimento di essere i più bravi, virtuosi, etc…. e così dalla storia ogni volta si esce sconfitti. Non è che se la sia voluta questa conclusione, questa sinistra che faceva tanto sperare? Annamaria FM su facebook 

Ricordo un articolo di Baget Bozzo sul finire della prima Repubblica, che giocava coi peccati capitali: i comunisti sarebbero stati caratterizzati dalla superbia, i socialisti dall'invidia e i democristiani dalla gola. Il narcisismo (tendenzialmente irrilevante) non fa parte dei sette peccati capitali, ma mi sembra caratterizzi i piccoli intellettuali della piccolissima sinistra alternativa. Altrimenti si porrebbero più problemi su come stanno gli altri e meno su come esternare la propria insoddisfazione. MassimoC da facebook

http://www.huffingtonpost.it/2014/06/08/lista-tsipras-spinelli_n_5467768.html?1402215672

Analisi del voto e dell' astensione da Democrazia Pura

Gli amici di Democrazia Pura hanno pubblicato sul loro sito un 'approfondita analisi del voto delle Europee , in particolare dal punto di vista del fenomeno dell' astensione. Riportiamo qui sotto il link

L'analisi , basandosi anche sull' esperienza americana collega l' astensione alla impossibilità per l' elettore di avere scelte effettivamente alternative e distinte. In questo aggiungiamo noi ponendo in dubbio una tesi ripetutamente proposta della naturale convergenza al centro delel scelte elettorali  . Passa poi ad una disamina delal situazioen del PD che ha beneficiato dellamancanza di alernative non populisti , ma ora mentre da una parte deve darsi una maggiore fisionomia di sinsitra , dall' altra deve affrontare seriamente il tema della cd questione morale

 

http://www.democraziapura.altervista.org/?page_id=6134

 

Gim Cassano : La Nuova DC

Riceviamo da Gim Cassano di " Spazio Lib Lab " e volentieri pubblichiamo

Siamo tornati alla DC degli anni ‘50, ma senza un’opposizione di sinistra.

 

E’ inutile negarlo: Renzi ha vinto. Non è solo il dato percentuale a
dimostrarlo, ma soprattutto il confronto tra i voti presi dal PD nel 2013
(8,6 milioni con il 75% di votanti) e quelli presi ieri (11,2 milioni con il
57% di votanti).

La destra si è frantumata in pezzi non riconducibili ad una comune visione:
ad un NCD europeista e governativo, si affiancano un partito che al riguardo
è molto tiepido (Forza Italia) e formazioni decisamente antieuropeiste
(Fratelli d’Italia e, soprattutto, la Lega, che dell’avversità all’Europa ed
all’euro ha fatto il suo cavallo di battaglia, costruendovi il suo buon
risultato). Nell’insieme, i partiti più nettamente antieuropeisti guadagnano
voti (300.000 la Lega, e 340.000 Fratelli d’Italia, che rivendica il ruolo
di fedele erede della destra post-MSI), mentre Forza Italia subisce un
tracollo (da 7,3 a 4,6 milioni di voti, neanche lontanamente compensati dai
1,2 milioni di voti andati al NCD).

In conclusione, pur aggregando i voti andati al NCD ai restanti voti di
destra, le forze di destra nel loro insieme perdono circa 900.000 voti, che
diventano 2,1 milioni ove invece si consideri il NCD insieme alle forze
centriste.

Difficile quindi immaginare una destra in termini di area politica omogenea,
nonostante i tentativi di affermare il contrario nei primi commenti del
dopo-voto effettuati da alcuni esponenti di Forza Italia. Più facile quindi
immaginare un Berlusconi che pensi di correre verso il carro del vincitore,
fornendogli quel sostegno parlamentare al Senato del quale, per il momento,
Renzi difetta.

I centristi non-PD non esistono più come soggetto politico, ed il tentativo
di dar vita in Italia ad un soggetto di ispirazione liberale, anche se
camminando sulle gambe di Tabacci e dei residui montiani, si è rivelato un
clamoroso fallimento. I 3,7 milioni di voti ottenuti nel 2013,
congiuntamente dalle liste in appoggio a Monti e dal Centro Democratico di
Tabacci si riducono ai meno di 200.000 voti della lista ALDE (o a meno di
1,3 milioni di voti, ove vi si consideri anche il NCD di Alfano).

E, ove si consideri la somma dei voti di tutte le formazioni a destra del
PD, si passa da un totale di 13,1 milioni di voti (PDL, Lega, Fratelli
d’Italia, Monti, Tabacci) a 8,7 milioni di voti (Forza Italia, Lega,
Fratelli d’Italia, NCD, Scelta Europea).

A sinistra, pur se la “lista Tsipras” si salva per il rotto della cuffia con
un insperato ma pur sempre modesto 4,03%, non c’è affatto da cantar
vittoria. Il suo risultato si colloca ben al di sotto dei circa 1,85 milioni
di voti raccolti complessivamente da SEL e dalla lista Ingroia nelle
politiche del 2013 (e vede ovviamente il dato percentuale crescere dal 3,2
al 4%); c’è però da chiedersi quanta parte di questo risultato sia dovuta
all’effetto-traino di un Alexis Tsipras che agli occhi di molti ha saputo
rappresentare una sorta di Davide contro Golia-Merkel, il campione della
piccola Grecia contro la prepotenza germanica.

In quanto ai 5 Stelle, il cattivo risultato (2,9 milioni di voti in meno) è
da addebitare essenzialmente ad una campagna elettorale nella quale si sono
sentiti solo insulti, volgarità,  e tronfi preannnunci di vittoria. Ma nulla
di proposta politica. C’è solo da augurarsi che, come è avvenuto un anno fa,
a sinistra non si ricada nella tentazione di vedere nelle 5 Stelle un
possibile interlocutore.

 

In buona sostanza:

*        I 4,4 milioni di elettori venuti meno alla destra ed al centro sono
andati in parte ad aumentare gli astenuti, ed in parte, con una scelta
razionale e coerente, ad un PD che è divenuto il vero luogo del centrismo
italiano.

*        I 2,9 milioni di elettori venuti meno a Grillo si sono divisi tra
l’astensione ed il PD.

*        I 750.000 elettori venuti meno alla sinistra si sono divisi tra PD,
astensione; e, forse, ed in piccola parte, a Grillo.

*        Il PD, dunque, guadagna essenzialmente a spese del centro-destra e,
in misura inferiore, a spese dei grillini e della sinistra. E’ anche
ipotizzabile un ritorno verso il PD di una piccola parte degli astenuti del
2013. Se qualcosa si è mosso controtendenza dal PD alla lista Tsipras, si
tratta di frange.

In conclusione, Renzi ha stravinto queste elezioni. La sua vittoria è stata
agevolata da diverse circostanze; ma, su tutto, predomina una ragione di
fondo: quella di aver ricollocato in modo esplicito il suo partito in
quell’area centrista nella quale era già da anni, ma senza che ciò venisse
ammesso. Il PD, nato come partito di centrosinistra, ha compiuto e
formalizzato la sua evoluzione in senso centrista, facendo propria una
strada di politica economica (vedi lo “Jobs Act”) che presume di poter
rimettere in marcia l’economia agendo sul fronte degli incentivi e della
flessibilità del lavoro ed evitando di affrontare la questione della
creazione di domanda. Facendo propri, inoltre, non pochi dei tradizionali
punti di vista della destra in merito alla cosiddetta semplificazione della
politica, mettendoci in più di suo l’abilità di riuscire a far percepire
come avversi alla “casta” provvedimenti che invece la rafforzano riducendo
gli spazi di democrazia a disposizione dei cittadini.

Le invettive scomposte di Grillo e la mancanza di una credibile alternativa
di sinistra hanno fatto il resto, mettendo Renzi nella condizione di
apparire come l’unica alternativa ad un avventurismo apolitico ed
antieuropeo; molti italiani hanno quindi visto, in Renzi più che nel PD, la
nuova “diga”. Emblematica, al riguardo, la posizione di Eugenio Scalfari,
che ha sostituito Indro Montanelli nell’invitare gli italiani a turarsi il
naso e votare PD.

Abbiamo, in sostanza, nel PD di Matteo Renzi una nuova DC a rinsaldare al
centro gli equilibri politici del Paese; ma, a differenza che negli anni
’50, la nuova oligarchia che si sta profilando non ha, alla propria
sinistra, un’opposizione ed un progetto politico alternativo, ma solo un
vociare scomposto. E, al proprio interno, non incontra neanche il confronto
con voci critiche. 

Come ho già avuto modo di scrivere qualche giorno fa (Dove va l
<http://www.spazioliblab.it/?p=4284> ’Italia?), siamo davanti al compimento
di un ciclo avviato da circa venti anni, e che vede il sostanziale
arretramento della nostra democrazia. Di fronte a questo, e di fronte allo
stucchevole conformismo generale, non c’è altra cosa da fare che avviare,
con tutti coloro che vi siano disponibili, la ricostruzione di
un’opposizione di sinistra, in nome della democrazia, di una seria capacità
riformatrice, della capacità di guardare avanti e non indietro.

 

Paolo Sassetti l' esisto elettorale

Renzi ha fatto il 40%, qualche merito, sia pure di comunicazione, dovrà pur averlo, è indubbio.

Egli ha ha anche colto una diffusa esigenza di svecchiamento della politica e la necessità che affronti davvero seriamente alcuni temi.


Non sono certo, però, che entrare NEL perimetro del PD sia l'unica possibilità per fare politica, anche se i numeri oggi lo suggerirebbero.

Se osservi il ruolo marginale di una persona tutto sommato raziocinante e propositiva come Pippo Civati, ti chiedi quale effettivo dibattito interno vi sia nel PD, soffocato da un manipolo di pretoriani senza autonoma capacità di giudizio ed elaborazione concettuale. Lo sprezzo per i "professoroni" è un altro segno di autoreferenzialità chiusa del gruppo dirigente del PD-

Non bisogna neanche cadere nella trappola di concedere che al vincitore si possa permettere tutto e giudicare il dissenso come pura opera di interdizione.

Ad esempio, non mi dilungo sul fatto - perché illustri giuristi lo hanno già fatto - che il mix di riforma elettorale Italicum e riforma del Senato possa rappresentare un micidiale cocktail per la nostra democrazia.

Qualcuno ha detto che le Costituzioni debbono essere pensate per quando la politica impazzisce per porre un freno al suo impazzimento (e ne abbiamo avuto alcuni segnali anche in campagna elettorale, con proclami insensati).

Questo è solo un esempio.

Certo, di fronte al nulla politico che vi si confronta con promesse di dentiere, Renzi appare come un gigante della politica.

Anche io spero che Renzi riesca a fare alcune riforme, ma che siano effettive riforme e non la costruzione di un sistema politico-istituzionale che - tramite il meccanismo dei nominati e l'indebolimento dei meccanismi di bilanciamento tra i poteri - possa partorire riforme orrende e pericolose. O possa perdere la bussola dello stato di diritto (ti faccio un solo esempio: la seria ipotesi di rimodulare retroattivamente gli incentivi già deliberati sulle energie rinnovabili, con un grave vulnus alla credibilità dello Stato).

A volte ho avuto la impressione che alcune riforme annunciate siano solo per dimostrare di cambiare come fine a se stesso, anche se il cambiamento può essere anche in peggio.

Quello che voglio dire è che Renzi non può illudersi di governare a spallate se alcune idee sono irrazionali e vanno contro il senso comune o, addirittura, sfidano la Costituzione

E questo perché queste sono state elezioni europee, percepite dagli Italiani come ininfluenti sugli equilibri interni.

Le elezioni politiche avrebbero un minor astensionismo (vedi cosa è successo in Sicilia) ed un probabile riequilibrio dei differenziali elettorali.

Per realizzare un movimento politico vincente ci vogliono:

- una guida con la stoffa di leader, ma senza snobismo elitario
- un programma di riforme che parli anche al cuore degli elettori e sia fatto anche - come dici tu - di messaggi forti
- radicamento sul territorio

I liberali italiani non avevano e non hanno nessuno di questi requisiti. In più ci hanno messo un guazzabuglio di idee di politica economica in conflitto tra loro.

ANTARES astensionismo ed euroscettici

Cinque anni di austerità, macelleria sociale, crisi economica e intere nazioni devastate economicamente hanno lasciato il segno. La Grecia, prima cavia di una politica di taglio e un commissariamento mascherato ha aperto le porte, involontariamente a un voto che praticamente mette in discussione l’intero sistema dell’Unione Europea così come lo conosciamo oggi e così come è stato costruito.
Il progetto unico sovranazionale è messo davvero in discussione. Il vento di protesta soffiava già forte e tra il 22 e il 25 maggio ha assunto il carattere di una aperta ribellione elettiva contro il parlamento europeo, la commissione e la stessa Unione Europea.
Partiamo dal dato incontrovertibile: astensionismo. In Repubblica Slovacca si è recato alle urne solo il 15% degli aventi diritto.
in Olanda anno votato il 37% degli elettori, In Italia quasi la metà ha preferito fare altro. Il primo partito d’Europa a (non) raccogliere voti è stata proprio un virtuale partito di chi è deluso, rammaricato arrabbiato contro la politica in generale e l?Europa, un organismo che oggi non è ne carne ne pesce, conosciuto solo per imporre misure repressive e feroci contro gli stati membri che sforano gli accordi economici sottoscritti o che, peggio, riducono al lastrico Spagna e Grecia abbandonandole al loro destino con percentuali di disoccupazione post conflitto.

In Italia i media hanno assunto come da copione un tono trionfalistico mettendo in evidenza la percentuale ottenuta dalla riedizione della Democrazia Cristiana e del suo democristiano leader e presidente del consiglio Matteo Renzi, il Partito Democratico ha ottenuto oltre il 40% dei voti di chi, si badi bene, ha avuto ancora l’ardire di recarsi alle urne. Come detto in Italia quasi la metà degli aventi diritto ha disertato le elezioni. Scandali, indagini, fascicoli delle procure aperti a carico di “onorevoli” e senatori hanno disgustato i più che alle prese con disoccupazione, stagnazione, hanno ben altro a cui pensare.
Intanto Matteo Renzi gongola ed esulta, inutilmente, se osservasse meglio il voto e le percentuali con le sue indicazioni precise abbasserebbe il capo. Non c’è nulla da ridere.

Torniamo al voto europeo. In Francia il partito di estrema destra, xenofobo e antieuropeista del Front National di marine le Pen trionfa con il 25% dei voti diventando per la prima volta il primo partito di Francia, secondi i gollisti e tracollo per i socialisti di Hollande che stamane ha aperto una fase organizzativa del suo partito uscito dal voto europeo completamente a pezzi. In Inghilterra stesso risultato: Gli antieuropeisti e nazionalisti dell’UKIP di Nigel Farage ottengono la maggioranza dei voti davanti ai laburisti e ai conservatori. In Olanda le cose non vanno meglio, gli antieuropeisti non sfondano ma sono secondi dietro ai liberali. In Grecia assediata dal rigore, l’antieuropeismo non trova vistosi simpatizzanti se non nella destra neonazista di Alba Dorata, piuttosto i greci hanno premiato il partito della Sinistra radicale Syryza e il suo Leader Alexis Tsipras che pur essendo europeista vuole una Europa più impegnata sul fronte popolare e sociale invece che monetarista e liberista.
In Italia il voto antieuropeista raccoglie un 6% quello della Lega Nord che fa fronte comune con Marine le Pen, ma ad esso andrebbe sommato anche il 3,7% raccolto da Fratelli d’Italia anch’esso associato a Marine Le Pen e se non fosse per il quorum non raggiunto la percentuale degli antieuropeisti salirebbe al 10%, un numero a doppia cifra da brivido per un Paese fondatore dalla attuale UE.

Un parlamento europeo trasformato dal voto di protesta che diventa il terzo  partito europeo dietro ai popolari e ai socialdemocratici di Schultz, ma se quest’ultimo, volendo potrebbe creare una coalizione che potrebbe comprendere Sinistra Europea e ALDE, Junker non può appoggiarsi al partito antieuro seduto alla sua destra. Si profila ancora una grande coalizione tra socialdemocratici e popolari facendo finta di non vedere i risultati ottenuti dagli antieuropeisti e dalle percentuali impressionanti dei non votanti.

In queste elezioni nessun partito europeo è uscito vincitore almeno sul fronte europeista, chi davvero può cantare vittoria sono gli anti euro del continente e coloro che pur non essendo un partito, alle urne hanno addirittura voltato le spalle, gli astenuti o i disertori delle urne. In Italia ovviamente si celebrano le lodi a un vincitore che in realtà vincitore non è quando sarebbe più giusto fermarsi e riflettere sul voto espresso da chi ha espresso un voto di proposta, conferma e di protesta.