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Le riforme e l' etica repubblicana

 .Il Mensile Il Senso della Repubblica ha iniziato un dibattito sulle riforme elettorali iniziando da quelle elettorali, nella riflessione preliminare dell' amico Mattarelli , si introduce un punto di particolare rilevanza ,che certo per il suo realismo non incoraggia : esistono le condizione di etica civile per mettere mano alle istituzioni.?

 

 

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Le riforme sono ancora possibili?

Breve riflessione sui prerequisiti

Sauro Mattarelli

Questo numero contiene interventi che, più o meno direttamente e da diversi punti di vista, affrontano il tema della riforma elettorale.

Sull’argomento abbiamo espresso più volte le nostra valutazioni e oggi ci limitiamo a proporre ai lettori le opinioni dei nostri collaboratori, che costituiscono un utile stimolo alla riflessione. Ci preme solo ribadire che, prima di addentrarsi nella scelta dei modelli più idonei per la realtà italiana, resta a nostro parere valida la considerazione secondo cui nessuna riforma, elettorale o di altro genere, potrà sortire effetti se, prima, non si prepara un contesto che possa accogliere le riforme stesse. Questa preparazione riguarda innanzitutto un salto di qualità sul piano etico-civile, o almeno la possibilità che alla guida del Paese siano poste persone che quel “salto” lo abbiano effettivamente compiuto. La sensazione diffusa è che questa indispensabile “possibilità selettiva” si sia perduta per ragioni storiche che sarebbe troppo lungo esaminare in questa sede. Resta il fatto, ovvio, che se non si compie un poderoso sforzo di ricerca in tale direzione, tutti gli altri esercizi rischiano la vacuità in un quadro di declino irreversibile. Chi scrive è molto pessimista al riguardo.

Per ribadire questa necessità potremmo proporre svariati esempi tratti dall’attualità. Ne basti, per il momento, uno solo. Una politica di incentivazione per le imprese e di rilancio dell’occupazione basata su norme sul lavoro adeguate, sgravi fiscali e burocratici, ecc. non produrrà alcun risultato degno di nota se gli investitori e gli imprenditori non avranno garanzie per quanto concerne la continuità normativa, non solo in campo tributario. La stabilità nelle regole di base è infatti qualcosa di diverso rispetto alla stabilità politica. La politica può vivere (e in democrazia accade spesso) momenti di turbolenza, ma quando, a livello nazionale e locale, viene a meno l’accordo sulle regole di base di una comunità allora si creano i presupposti per una disgregazione irreversibile. Il clima di improvvisazione, superficialità, abbandono investe le aziende e soprattutto le singole persone. Prevale allora un sentimento di insicurezza e di paura che risulta paralizzante sul piano economico e, più un generale, nell’ambito sociale e della civile convivenza. Le principali forze politiche, al di là delle dispute di bandiera sempre più stucchevoli, hanno qualcosa da dire al riguardo?

 

 

 

 

 

 

Considerazioni circa l’anticostituzionalità del premio di maggioranza.

di Luigi Gf. Consiglio

 

Abbiamo più volte scritto circa l’attuale legge elettorale e i guasti che essa provoca. Ma forse è sembrato che, coi nostri commenti contrari a questa legge-truffa, difendessimo particolari interessi. Non è così: finalmente è stato chiaro che essa è stata fatta ad uso e consumo della famigerata Casta dei politici di carriera.

Dopo che la Suprema Corte Costituzionale si è espressa con l’affermare che il Porcellum è anticostituzionale, qualcuno vorrebbe cambiare la Costituzione per renderla coerente all’illecito. Siamo arrivati ai limiti del pensiero eversivo! E’ doveroso perciò ripercorrere brevemente la storia del sistema “maggioritario”, emblema di decadimento generale che si ripercuote dai gangli della amministrazione del territorio a tutta la società.

Molte persone sono stati indotte a credere che ad un Governo occorra innanzitutto “stabilità”per essere efficiente nelle sue funzioni. Una struttura si dice stabile quando è solida, inamovibile e così, un Governo che possa contare su una fiducia certa, assicurata dal ”premio di maggioranza”, può attuare la sua Politica economica, senza che l’opposizione possa interromperne l’azione. La teoria non fa una grinza, ma la realtà è diversa.

Nel 1923 l’On. Giacomo Acerbo formulò una legge elettorale su richiesta del rampante Mussolini per consentire al Partito Fascista di vincere le elezioni. E così fu. La nuova legge elettorale mutava l’impianto della proporzionalità per cui agli “eletti” in Parlamento si aggiungevano, a buon peso, un numero di “nominati” in quota alla coalizione vincente dei partiti affini in modo da raggiungere una maggioranza numerica schiacciante di presenti che avrebbe potuto approvare qualsiasi legge, in conformità alla filosofia del sistema elettorale maggioritario. Questo numero di nominati prelevato da un listino di fiducia si basava sul famigerato “premio di maggioranza”. Come sappiamo, l’opposizione si ritirò nell’Aventino essendo stata vanificata di fatto l’utilità della sua presenza in aula.

La storia d’Italia ha seguito poi il suo tragico corso iniziato con l’omicidio dell’On. Matteotti e concluso con l’abolizione del Sistema monarchico e l’esilio della casa regnante ritenuta responsabile della dittatura fascista.

La stabilità durante quel ventennio aveva assunto la forma della dittatura mussoliniana, all’ombra di un Sovrano condiscendente. La guerra, coi suoi lutti, spazzò uomini e cose. Poi venne la Democrazia repubblicana.

Nel 1953, qualche ben pensante ripropose il sistema maggioritario, o “legge-truffa” come la definì l’on. Calamandrei, su sollecitazioni delle lobbies Maccartiste americane ( anticomuniste) che in Italia trovavano humus favorevole grazie alla presenza dell’affascinante ambasciatrice Clare Booth Luce.

Il pericolo comunista era paventato nei manifesti e nelle sacrestie e coloro che aderivano al PCI erano scomunicati.

L’impianto della legge elettorale del ’53 era sostanzialmente quella di Acerbo; questa volta fu voluta da De Gasperi e dal suo Ministro degli Interni Mario Scelba da Caltagirone, compaesano di Don Sturzo. Era composta di un solo articolo che comunque fu approvato con difficoltà data l’opposizione di larga parte dei parlamentari. Anche se cambiavano alcuni numeri percentuali sul dispositivo di base proporzionale, la legge, come la precedente, prevedeva sempre che agli eletti veniva ad aggiungersi una lista di “nominati”.

Fra i promotori di quella legge nessuno considerò che lo scenario generale era sostanzialmente mutato, in quanto nel 1923 esisteva il Re costituzionale che rappresentava la Nazione, prescindeva dai capricci dell’elettorato e non era soggetto ad elezione come la carica del Presidente della Repubblica invece richiedeva, sebbene in via indiretta. Questa elezione di fatto veniva inficiata per una presenza numerica senza deputazione popolare. Tale importante rilievo, non è considerato nella sua gravità dai novelli promotori del sistema maggioritario, ma è emerso finalmente dalla motivazione della recente bocciatura della Corte Costituzionale. Tutti i parlamenti dal 1994 ad oggi sono illegittimi. Poi la ragion di Stato chiede altra interpretazione, ma sia chiaro che è solo per il quieto vivere.

Comunque, nel 1953, sebbene approvata, la legge non sortì l’effetto sperato perché il dispositivo che consentiva il premio maggioritario ai partiti “apparentati” non scattò perché non si raggiunse il quorum previsto. Ne trassero vantaggio sia le destre che le sinistre.

Durante cinquant’anni di democrazia i Governi che si sono succeduti, sono durati mediamente undici mesi: non potevano proprio definirsi “stabili” e intorno agli anni ’90 il sistema partitocratico stava collassando. Va considerato che una stabilità decorosa, almeno di “legislatura” è utile per progettare, attuare e compiere in modo definitivo le azioni promesse in sede elettorale ma la caduta di un governo e di tutta la nomenclatura ad esso collegata non riesce a garantire alla nazione i risultati auspicati.

Sapienti politologi si sono pronunciati sostenendo che il decadimento era legato soltanto alla mancanza di stabilità dovuta all’eccessivo potere di contrattazione assunto dalle segreterie dei partiti. Il popolo fu chiamato ad esprimersi su un referendum (1993) che aboliva il sistema proporzionale, mentre alcuni scalpitavano per entrare in campo coi propri potenti mezzi mediatici.

I Partiti politici pur aggregando fin dalla base “idealità” e progetti si esprimevano, al vertice, tramite le loro segreterie che avevano materialmente il controllo della situazione e poiché in sostanza erano mere associazioni di fatto, si arrogavano il “potere” senza averne gli oneri.

La televisione intanto dissacrò spietatamente tutto il sistema dei partiti i cui segretari furono portati alla sbarra nel processo di “mani pulite”. Quella stagione si presentava opportuna per un “colpo di stato”…e per l’affermazione (grazie al supporto mediatico) di un uomo della Provvidenza”.

Nella conseguente riorganizzazione, alla luce del referendum popolare approvato, fu necessaria una nuova legge elettorale: nacque il Mattarellum che reinserì dopo un quarantennio un sistema maggioritario che possiamo definire soft..

Il sistema proporzionale era stato buttato alle ortiche.

Il legislatore insomma guardava ancora una volta alla “stabilità” come panacea anziché porre attenzione all’eticità dei comportamenti dei parlamentari. .

Nel frattempo i partiti andavano tramutandosi. Non si indicevano più i congressi comunali, provinciali, regionali, nazionali. Non esistevano più le così dette “sezioni”ma si era inventato un nuovo sistema, quello dei circoli e delle cene “di autofinanziamento” rincorrendo un “notabile” o un “maggiorente”. Tutt’altro che fuori dagli scandali della prima Repubblica nasceva così la Seconda Repubblica: fra una miriade di cespugli ondivaghi contrassegnati con un proprio simbolo e con il nome stampigliato del capo di riferimento.

L’aggregazione forzata fu fatta su base bipolare; molti si schierarono a favore di Berlusconi, che nel frattempo aveva sdoganato i fascisti. Il carisma dell’uomo aveva fatto aggio sulle diverse idee primigenie che erano il collante naturale delle aggregazioni politiche.

Sinistra o centro sinistra per lui furono “tutti gli altri”, i “comunisti”. Le appartenenze ideali, vennero messe da parte seppur con qualche difficoltà, dato col crollo del muro di Berlino il comunismo non era più un punto di riferimento ideologico.

 

Gli altri movimenti impropriamente chiamati “partiti” erano solo dei trampolini di lancio personali: Segni, Pannella, Rotondi, Pionati, Follini, Casini, Fini, Fatuzzo, Vendola, ecc, ecc.. Tutti all’ombra delle più grosse organizzazioni, quella berlusconiana o quella dell’Ulivo.

Con una costituzione di stampo parlamentare repubblicana e democratica veniva ad inserirsi il Bipolarismo tendente al Presidenzialismo.

Ovviamente l’impalcatura precisa e contrappesata della Carta Costituzionale evidenzioò l’incongruità della situazione, ma i benpensanti, anziché suggerire sanatorie in conformità al dettato della carta Costituzionale, dichiararono che il Presidente “deve essere eletto dal Popolo”, che il Senato è un doppione inutile: l concetto di “stabilità” fa nuovamente capolino come panacea di tutti i mali.

Non ci sarà più bisogno di organizzare cellule e sezioni periferiche in vista di congressi comunali, provinciali, regionali, nazionali onde definire i programmi di politica economica.

Tutto sarà più semplice: i comitati d’affari decideranno nelle segrete stanze dei bottoni il da farsi, fra coloro che avranno il piacere di fare politica e denari.

In quest’ottica, fu varata un’altra legge elettorale che esasperò il maggioritario favorendo l’organizzazione che già godeva di radicamento sul territorio: Il Porcellum.

Così la Stabilità se almeno non ci fosse stata per il governo, almeno avrebbe preservato la Casta dei politici “impuniti”.

Siamo all’oggi, alla vigilia di una nuova legge elettorale che auspichiamo elaborata in sintonia con la Costituzione e non intesa come grimaldello per violentarla.

Ancora sul Referendum

Significativo il recente Editoriale del “Corriere della sera” a firma Di Vico: “Potere caotico di non decidere”. Il titolo, di per sé, esprime il dramma del Paese governato da persone decisamente incompetenti, a parte le riserve di carattere morale che è lecito porre su molte di esse. D’altronde, anche gli organismi di controllo non stanno brillando; basterebbe ricordare che la vituperata(?) legge elettorale ancora in essere – che è servita a ben tre elezioni politiche – aveva tranquillamente superato il vaglio della Presidenza della Repubblica e della Suprema Corte, la quale si è “accorta” della sua anticostituzionalità soltanto nove anni dopo.

E’ tuttora oggetto di “finto” scandalo il cosiddetto decreto “Salva Roma”, che ha richiesto il solito buon senso del Presidente Napolitano perché non divenisse un’altra  esiziale legge finanziaria esecutiva. Ma rischia di passare momentaneamente in sott’ordine la prima ridicola riforma di struttura(sic), quella delle Province, avendo come obiettivo concorde, seppur non dichiarato, di continuare a farle vivere, facendo finta che non esistano più! Ma i pasticciati tentativi di ridimensionamento di poteri, non di costi, dell’inutile Istituto, iniziati già quando il Governo Monti “osò” proporne la riforma, stanno creando seri e costosi problemi, anche per le incertezze operative dei non pochi organismi che dipendono dalle Province.

Stupisce, però, il comportamento di molti mass media, che lucidamente denunciano questa incosciente inettitudine, ma che insistono nel voler credere che questa squalificata classe politica sia in grado di emendarsi; e ora pone eccessiva fiducia su Matteo Renzi, il politico nuovo a cui è giusto riconoscere grande coraggio … dialettico, ma sul quale deve restare il dubbio di una sua reale capacità di riformare questo povero Stato, le cui obsolete strutture stanno riducendo in miseria tutti i cittadini.

Qual è l’alternativa? In più occasioni mi sono permesso di segnalarla, anche a qualificati politologi e direttori di quotidiani, che pur si lamentano di questa perenne ignavia. L’alternativa – e non credo di scoprire l’acqua calda! - è il “Referendum” che, per renderlo efficace, richiede solo una modesta rettifica: validarlo indipendentemente dal numero dei partecipanti. Chiaro che un “Referendum” tipo quello in essere nella Confederazione svizzera, ove rappresenta il più importante strumento di governo, sarebbe ancor meglio; ma l’Italia non è la Svizzera, ha osservato giustamente un emerito politologo. Accontentiamoci, dunque. Consideriamo, però, che la potenziale minaccia del Popolo… sovrano, di voler intervenire nella gestione della cosa pubblica, solo abrogando, inizialmente, leggi inutili, è un deterrente che potrebbe anche servire a qualificare la classe politica.

Chiediamoci, intanto, quale sarebbe stato il diverso corso storico di questo sventurato Paese se il “Referendum”, indetto per togliere la percentuale proporzionale e rendere, così, completamente maggioritaria la legge elettorale denominata “Mattarellum”, non fosse stato invalidato per la mancanza di pochi partecipanti, malgrado un risultato quasi plebiscitario. E’ poi stato indetto un secondo “referendum” per abrogare il “Porcellum” – che difficilmente sarebbe stato varato qualora fosse sopravissuta la precedente legge opportunamente modificata -; stessa storia: il risultato, largamente favorevole all’abrogazione, non ha prodotto effetti a motivo del quorum (50% +1) non raggiunto.         Gianni Celletti

 

da TullioC : Spadolini e il maggioritario

L'amico TullioC su FB interviene nel dibattito ricordando il parere di Spadolini sulle ipotesi di riforma elettorale in senso maggioritario

 

a proposito di legge elettorale, così Giovanni Spadolini nel 1980:

…il mio vecchio collega (Alberto Ronchey, ndr) arriva a ipotizzare una riforma del sistema elettorale con l’abbandono della proporzionale, la scelta dichiarata del bipartitismo. E’ la stessa tendenza che sta conoscendo una democrazia per tanti aspetti simile alla nostra, Israele. Ma è una tentazione fallace.
L’eventuale introduzione del collegio uninominale non annullerebbe i difetti del sistema “governo-non governo”, che caratterizza l’attuale fase della politica italiana. Anzi rischierebbe di accentuarli. I danni del duopolio (…) si aggraverebbero. E lo sbocco nell’Italia del “particulare” guicciardiano – un secondo Cinquecento, con la stessa crisi economica e stagnazione sociale – non potrebbe essere scongiurato.
Fra comunisti e cattolici non c’è solo un fantasma in Italia, cioè il mondo laico (…). C’è ancora spazio per un’Italia critica, moderna, europea (…). C’è ancora spazio per chi non ha dimenticato le osservazioni di Gramsci nelle “Note su Machiavelli”: essere impossibile evitare gli epiloghi del cesarismo, “quando due forze in lotta si equilibrano in modo catastrofico”.

Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994), da "L'Italia dei laici. Da Giovanni Amendola a Ugo La Malfa (1925-1980)", Le Monnier, Firenze, 1980

 

 

 

Ecco spiegato in modo comprensibile la contrarieta' a questa riforma elettorale che ci trascina agli EPILOGHI DEL CESARISMO del quale sono gia' ampiamente visibili moltri sintomi ed effetti. (Consideriamo poi che il nostro cesarismo e' una roba da soup opera o da bassa... lega) TullioC

Una critica al Titolo V senza furie centralistiche

Paolo De Ioanna – come dice il suo curriculum - è attualmente Consigliere di Stato. Dal 1974 è entrato, per concorso pubblico nazionale, nei ruoli della burocrazia del Senato della Repubblica, dove ha diretto (1978-1989) la Segreteria della Commissione bilancio ed il Servizio del bilancio (1989-1996); dal 1996 al 1998 è stato Capo di Gabinetto del Ministro del tesoro pro tempore (nella fase di ingresso dell’Italia nel sistema della moneta unica europea) e poi, dal 1998 al 2000, è stato Segretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nel periodo pertanto in cui veniva presentata e approvata la riforma del titolo V della costituzione aveva un ruolo, tecnico, ma molto importante nella struttura di governo. Ugualmente non è riuscito ispirare un punto molto importante , il nesso fra decentramento delle funzioni e potestà fiscale dei governi locali. De Ioanna illustra in un articolo su repubblica “affari e finanza “ di questa settimana la sua critica alla riforma del 2001 , senza nulla concedere alla cagnara centralistica che spesso accompagna questo tipo di discussioni , riproduciamo la parte essenziale dell' articolo rinviando al link per la lettura integrale , che consigliamo

 

Tornando al titolo V e al Senato, il nodo non sta tanto in una questione di mancata nitida distribuzione delle competenze normative, legislative e regolamentari tra i diversi livelli autonomistici quanto nell’elusione sostanziale dei problemi fiscali. I processi di autonomia territoriale vivono storicamente su una chiara connessione tra poteri, funzioni di regolazione normativa e base fiscale territoriale che deve dare responsabilità politica a chi viene eletto localmente. Fino alla fine degli anni ’90 il processo di decentramento regionale e locale seguiva una logica di implementazione funzionale di poteri normativi e risorse da trasferire verso la periferia. Con la confusa riforma del titolo V si consolida in Italia un inedito federalismo sanitario: l’80% della spesa regionale è destinato alla gestione della sanità e deve garantire un livello essenziale di cittadinanza, cruciale per la tenuta democratica della Repubblica, intestato qualitativamente alla competenza esclusiva dello Stato ma finanziato con un mix opaco di compartecipazioni ai tributi statali, fondo perequativo e tributi regionali. Cinque regioni sono già in commissariamento permanente: passano il tempo a negoziare con lo Stato qualche trasferimento in più. Con buona pace delle perequazioni e dei costi standard (che poco o nulla hanno a che fare col federalismo) ci siamo cacciati in un angolo morto senza uscita. Come spesso avviene in Italia chiamiamo con nomi impropri (federalismo) per ragioni di propaganda politica cose che hanno una sostanza diversa; nessun cittadino pensa e sente di vivere in un sistema federale perché ci sono organizzazioni sanitarie apparentemente diverse sul territorio: tutto ciò, dati Istat e Svimez alla mano, ha prodotto una pesante divaricazione degli standard sanitari a danno del Sud, con un peggioramento del sistema in termini di costi e di qualità delle prestazioni. La classe politica locale espressa da questo processo “federale” è la peggiore del dopoguerra. Dunque prima di smontare il Senato, cosa ragionevole per superare un bicameralismo perfetto senza senso, sarebbe utile capire quale assetto territoriale dovrebbe proiettarsi in questa Camera alta rinnovata. Ha poco senso dire che si deve fare un Senato che non costa se non si analizza bene quale deve essere la sua funzione di rappresentanza delle territorialità, e non vi è dubbio che la crisi della nostra produttività multifattoriale risiede in larga misura proprio nella debolezza strutturale delle politiche sul territorio: trasporti, ricerca, innovazione, infrastrutture leggere e pesanti, ambiente. Al di là della crisi dell’Europa, il nostro gap sta nel sovrappiù di confusione normativa e amministrativa che abbiamo iniettato nel sistema con la cosiddetta riforma federale senza basi fiscali. Il territorio ha bisogno di competenze specialistiche intense e diffuse per programmare e dirigere ciò che sta in ambiti dalla storia, vocazioni economiche e beni culturali e ambientali diversi: la direzione di questi processi e di queste politiche non può che rispondere a un disegno nazionale in un paese geograficamente ed economicamente complesso come il nostro. Le Regioni e i comuni devono esercitare direttamente solo le funzioni connesse a poteri chiari e ben temperati di prelievo obbligatorio. Dove il territorio urbano diventa un’unica area intensa e intrecciata, è lo Stato che deve disciplinare forme organizzative di poteri locali integrati che sciolgono la complessità del programmare, lasciando dov’è possibile la gestione alle classi dirigenti locali.

 http://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2014/02/17/news/titolo_v_decentramento_senza_fisco-78805702/

Rodotà : Contro il populismo degradante

E’ solo populismo degradante

Intervista a Stefano Rodotà

“Va spezzato il circolo vizioso di una classe politica che per cavalcare l’onda attacca la politica, e smettere di giocare con le parole come impeachment….”. Stefano Rodotà non teme di disturbare il manovratore e da giurista lo dice con chiarezza: “Populista non è solo Grillo, è un clima, una sindrome, un linguaggio. A cominciare dai ricatti sulla legge elettorale del tipo prendere o lasciare”.
A tanti anni dallo scontro Cossiga-Occhetto, Grillo torna a parlare di impeachment del presidente della Repubblica. Una cosa enorme, ma lui ci crede. Analogie?
“Nessuna. L’impeachment scatta con l’attentato alla Costituzione o con l’alto tradimento. Oggi non ve ne è nemmeno l’ombra. Cossiga attaccava quotidianamente la Carta Costituzionale, il Csm e le singole persone. Voleva andare al Csm con i corazzieri, per scioglierlo e solo perchè Galloni aveva denunciato l’incompatibilità tra massoneria e magistratura. Altro che paragoni con Napolitano! Non c’è nulla di anomalo nell’incarico a Monti, dopo i precedenti di Ciampi e  Dini. E non si può limitare l’autonomia di scelta del presidente nel conferire l’incarico, altrimenti si cancellala sua funzione centrale nell’ordinamento repubblicano. le critiche politiche sono legittime, il resto è populismo deteriore”.
Sta vincendo nel senso comune la teatralizzazione demagogica, come diceva Gramsci?
“C’è un degrado inaccettabile nel costume e nel linguaggio. ma è il punto di arrivo di un percorso avviato proprio dal picconatore Cossiga. Siamo abituati a derubricare certe sparate della Lega a folklore. E dopo il razzismo di Calderoli contro la Kyenge, Calderoli è ancora lì. Un fatto “normale”, perchè questo è il clima imperante della comunicazione, favorito anche dai nuovi media. Teatro è la parola giusta. Non ci sono più limiti all’happening e tutto diviene legittimo, nelle parole e nei comportamenti. ma il vero corto circuito è questo: è la classe politica che insulta la politica in nome dell’antipolitica. O aggredisce qualcun altro, come nel caso degli insulti ai giuristi….”
Si riferisce agli attacchi rivolti ai costituzionalisti che hanno criticato il nuovo maggioritario in votazione?
“Sì: un esempio di intolleranza trasversale, da destra a sinistra. E invece certe obiezioni, sollevate da Violante, Ainis, Carlassare e dal sottoscritto, restano ragionevoli e fondate, e ci vorrebbe rispetto e senso della misura in un momento delicato come questo, specie sul tema elettorale”.
Non le piace il risultato dell’incontro al Nazareno?
“Quale risultato? La materia è ancora lì ed è incandescente. E anche la sentenza n.1 del 2014 è ancora lì. Che accade se quel “risultato” torna davanti alla Corte Costituzionale che lo boccia in tutto o in parte? Attenzione, siamo in una Repubblica parlamentare dove il voto è libero, eguale e segreto. E la regola di non disturbare il manovratore non vale”.
In passato si è lamentato per il privilegiamento della grande Riforma, a scapito della legge elettorale. Oggi si parte da quest’ultima. Cos’è che non va?
La legge elettorale è stata sollecitata più volte da Napolitano e imposta di fatto dalla Corte. Bene, ma la cosa richiede tempi e discussione adeguati. Al momento vedo molte criticità. Le soglie per accedere al premio, ad esempio. Che distorcono la rappresentatività specie nel caso dei piccoli partiti, che aiutano i grandi, ma non entrano in Parlamento. Una lesione dell’eguaglianza del voto. E poi questa legge fotografa lo status quo. garantisce le soglie a Berlusconi, regala il salva-Lega a Salvini, la pluralità di candidature ad Alfano. Ma imprime una torsione ultramaggioritaria al sistema, vincolando rigidamente il ruolo di garanzia del Quirinale, con alterazione delle sue prerogative rispetto alla carta costituzionale vigente.”
Tutto questo però è stato il frutto di una diarchia, con Renzi e Berlusconi a dettare tempi e contenuti. O no?
“Certo, c’è stato un impulso di quel tipo. Ma non si può blindare tutto e andare per le spicce con l’intimazione “prendere quel che c’è, oppure salta tutto”. Quanto ai risvolti politici è innegabile che Berlusconi, dopo il Nazareno e alla vigilia della sua pena, potrà dire: “ma come? sono il padre fondatore delle regole e mi si perseguita ancora?” Inoltre non v’è dubbio che con questa legge elettorale il Cavaliere abbia ricompattato i suoi e potrà risucchiare Alfano. Ma al di là di tutto, la domanda è un’altra: la legge è conforme alla sentenza della Consulta e alla democrazia rappresentativa? Occorre discuterne a fondo in parlamento.
Torniamo a Grillo. Fattore tossico o è ancora una risorsa ai suoi occhi?
“Sono stati inutilizzabili sulla legge elettorale e su altro. E nondimeno sul decreto IMU-Bankitalia potevano vantare qualche buona ragione, al di là dei comportamenti. Non si può legiferare con leggi accozzaglia e per decreto, e occorreva fare come con il salva-Roma: ripensare e distinguere. Che fare con Grillo? Evitare di vittimizzarlo con una nuova conventio ad excludendum. In fondo sui clandestini è stato sconfitto dall’interno del suo mondo.

 http://www.libertaegiustizia.it/2014/01/31/e-solo-populismo-degradante/

Una strana vicenda elettorale e la provocazione di Gad Lerner

 

Una strana vicenda elettorale quella di si discute : si dice dopo 8 anni è però stata finalmente modificata la legge del porcellum : vien da dire in che film ? Il porcellum non esiste più , dopo 8 anni non lo ha riformato nessuno .l'accordo Berlusconi Renzi non riforma il porcellum, ma la legge scaturita dalla sentenza autoapplicativa della consulta , cioè un proporzionale con soglie (basse) e preferenze, e fa rinascere le principali caratteristiche del porcellum (no preferenze, trasformazione di una risicata maggioranza relativa in maggioranza assoluta, premio di coalizione contando anche i partiti senza quorum, anche le scandalose candidature plurime) con un miglioramento ( il doppio turno eventuale ) e alcuni pesanti peggioramenti (soglie di accesso alla turca e salva lega). Si può criticare sicuramente la legge scaturita dalla consulta ,e preferire l'attuale proposta  ma non è vero che si riforma il porcellum, anzi lo si fa rinascere in gran parte

 

Strana vicenda davvero : Di fronte all'evidente ritorno alla centralità che la mossa di Renzi ha restituito al Berlusconi dopo le due scoppole della condanna con interdizione e della scissione, sui i media i commentatori occupati nell' apologia variamente graduata del neosegretario PD (cioè la grande maggioranza) ripetono il mantra :" ma è la stessa cosa che ha fatto D'Alema e tanti altri leader della sinistra" . Pertanto la principale difesa per la prima mossa politica da segretario del rottamatore , dell' innovatore di colui che doveva rivoltare il partito come un calzino è che ha perpetuato la tradizione di coloro che doveva rottamare e rinnovare

 

Strana vicenda : anche il parallelo fra la mano incredibilmente offerta a Berlusconi in difficoltà da D'Alema nella legislatura 1996 2001 e da Veltroni in quella 2006 2008 è un po' forzato , a parte la tradizionale differenza fra sbaglaire e perseverare . Una condanna definitiva , la decadenza e la prossima interdizione dai pubblici uffici in una certa cultura non dovrebbero essere fatti marginali . Si sentono anche tanti amici repubblicani che non fanno differenza ; che, magari in buona fede , sostengono che non c'è differenza ad aver trattato prima della condanna per la formazione del governo Letta ed ora , e così il postulato dei falchi di Forza Italia trova piena adesione : la condanna è solo un incidente di percorso , ma la sacra e inviolabile persona del Cavaliere non è menomata e deve essere trattato come prima .

 

Strana vicenda si dice anche ma non si può evitare di trattare con chi rappresenta tanti milioni di voti . Ma certo , ma una cosa è trattare anche , una cosa è dichiarare che l' accordo si fa solo con una parte e si può modificare solo con quella parte . E poi è obbligatorio trattare al di fuori delle istituzioni parlamentari ? Era obbligatorio non coinvolgere solo i capogruppo ?

E allora forse ha ragione la provocazione di Gad Lerner , siamo solo ad un passaggio di consegne

 

Credo che la sostanza non dichiarabile ma effettuale dell’accordo fra Renzi e Berlusconi, quella che ne motiva la “piena sintonia”, possa essere così sintetizzata: Berlusconi non si illude di vincere la prossima mano  ma si compiace di “consegnare” il paese a una leadership avversa per la quale avverte una certa sintonia. Si vanterà del fatto che Renzi lo imita e che gli somiglia. E in questa transizione difficilmente evitabile, sempre Berlusconi si è garantito di restare leader-padrone della destra. Anche se perderà le prossime elezioni,  anche se non sarà candidabile, dopo una campagna peraltro non scontata a lui rimarrà il potere di scelta del gruppo parlamentare. La Lega e Alfano saranno costretti a adeguarsi. Meglio declinare da leader che da emarginato.
Il vantaggio per Renzi è di veder consolidata la sua leadership, quasi stessimo vivendo un simbolico passaggio di consegne.

  http://www.gadlerner.it/2014/01/30/la-sostanza-dello-scambio-renzi-berlusconi-un-passaggio-di-consegne

 

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A. Venni : Ma chi ci crede all'epifania del bipolarismo ?

E poi voi credete che il Renzi-Berlusconicum produrrà per magia il bipolarismo? Il bipolarismo certe nazioni (pochissime) ce l'hanno come tradizione politica, altre (moltissime) non ce l'hanno. Noi non ce l'abbiamo. I partiti dovranno raggrupparsi per vincere la gara (a proposito che succede se due coalizioni superano il 37%? sembra che i giornalisti non sappiano che 37 + 37 fa solo 74); poi siccome per vincere avranno dovuto imbarcare cani e porci cominceranno di nuovo i "ricatti" delle piccole formazioni, e Berlusconi, caso mai vincesse (cosa tutt'altro che da escludere) potrà tornare a lamentarsi che non avendo il 51% dei parlamentari non può fare le riforme (quelle che non gli interessano) perché i suoi alleati gli mettono i bastoni tra le ruote ecc. ecc.
A me sembra che questa legge elettorale sia un po' come il vestito di una famosissima scenetta di Walter Chiari (chi, come me, è abbastanza vecchio se la ricorderà): più si va aventi e più s'imbroglia. Chi spera che produrrà per magia il bipolarismo credo che rimarrà deluso come quelli che credettero a Mario Segni quando profetizzava che l'abolizione delle preferenze avrebbe eliminato (ah ah ah) la corruzione dalla vita poltica. C'erano due soluzioni nette e chiare da proporre agl'italiani.
1. Tornare al proporzionale più o meno puro, magari con sbarramento, e magari con una preferenza (dicono, ma c'è stato un referendum che ha abolito le preferenze; sì ma 23 (ventitrè) anni fa: quanto dura l'interdizione giuridica derivata da un referendum? per saecula saeculorum?)
2. Passare decisamente ai collegi uninominali, magari a doppio turno, come in Francia, dove al secondo turno si presentano non soltanto i primi due del primo turno (se nessuno ha superato il 50%, naturalmente), ma anche i candidati che abbiano superato una certa soglia.
Invece noi siamo prigionieri della fuffa originata dai veti reciproci. E per soprammercato, mentre la destra ha un padrone il cui verbo è legge, il PD non sa nemmeno che cosa vuole. Bisognava prima mettere d'accordo il partito, poi magari, mettersi d'accordo con gli alleati, e solo alla fine andare a discutere con il pregiudicato. Ma il ragazzotto rampante fiorentino ha fretta, e vuole comiciare a governare la sera stessa delle elezioni, senza perdere tempo in trattative sui programmi (orrore, orrore! cose da prima repubblica). Ma non si rende conto che le trattative sui programmi vanno fatte comunque: anche se hai la maggioranza assoluta in Parlamento dovrai vedertela come minimo con la minoranza interna del partito.

Alberto Venni

Alla lucidissima e condivisibile disamina dell' amico Venni aggiungiamo solo un particolar e, non solo dopo 23 anni non ha senso risbandierare  il refendum sulle preferenze ,ma inrealtà quel referndum era contro leprefernze plurime e quindi una sola preferenza sarebbe del tutto coerente

Libertà e Giustizia e la "Profonda sintonia"

 

Il consiglio di Presidenza di Libertà e Giustizia ha emanato un comunicato molto preoccupato sull' incontro Renzi Berlusconi . Si spera che l' accenno ad ulteriori punti di modifica costituzionale trattati nell' incontro siano un falso allarme

Profonda sintonia?

Il consiglio di Presidenza di Libertà e Giustizia ritiene che l’incontro riservato tra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale e sulle riforme della Costituzione abbia consentito una pericolosa riabilitazione di una personalità la cui inaffidabilità democratica è stata ripetutamente sottovalutata dalla classe politica.

Da tale riabilitazione non potranno non derivare conseguenze. Siccome nella percezione diffusa questo atto ha un chiaro significato di provocazione e poiché ogni leader politico responsabile risponde necessariamente del significato delle proprie azioni e delle loro conseguenze, ci rivolgiamo al segretario del Pd ponendo la seguente domanda: dove volete arrivare?
La stampa odierna dà notizia che la proposta che Berlusconi sta discutendo con Renzi investe anche l’elezione diretta del Capo dello stato, una sola camera con meno componenti, modifiche alla composizione e al funzionamento della corte costituzionale. Domandiamo se il segretario abbia inteso compromettere il suo partito in una trattativa su questi temi.
LeG per quanto concerne la legge elettorale guarda con preoccupazione alla logica che sembra dominare le proposte in campo che, come dichiarato tanto dal presidente di FI quanto dal segretario del Pd, è quella di ridurre la dinamica politica a un confronto tra le due forze maggiori (eli)minando la pienezza della rappresentanza politica. Preoccupazione aggravata dal mantenimento delle liste rigide definite dalle segreterie di partito, con scarsa attenzione alle motivazioni della sentenza N. 1 del 2014 della Corte Costituzionale. La ratio di sistemi siffatti pare più quella dell’utilità dei vertici dei partiti che non quella della democrazia degli elettori. Anche su questi temi decisivi per l’avvenire del nostro Paese chiediamo al segretario del Partito democratico una presa di posizione tale da fugare i nostri timori.

http://www.libertaegiustizia.it/2014/01/20/profonda-sintonia/

Civati , una proposta elettorale con luci ed ombre

Quello che penso della legge elettorale (prima della direzione)

O, meglio, tra una direzione e l’altra, perché ora si sorprendono tutti dello spagnolo (che poi è un fiorentino, come ho già scritto giorni fa), ma lo spagnolo faceva parte del terzetto di proposte di Renzi, che hanno tutti discusso per giornate intere e che giovedì era già sul piatto. E lo spagnolo prevedeva già liste bloccate e un premio consistente di maggioranza. La novità – la ripartizione nazionale dei seggi, mediazione tra Berlusconi e Alfano – peggiora le cose.

Con Andrea Pertici abbiamo ricostruito le tappe precedenti.

Da dove siamo partiti

In questi mesi sulla legge elettorale siamo stati gli unici a insistere. Anche quando tutti gli altri volevano farla precedere da lunghissime riforme (quelle poi abbandonate – dopo avere perso mesi – senza spiegare perché e senza chiedere scusa…).

Avevamo la proposta: Mattarella Senato (per evitare liste bloccate e meccanismo dello scorporo), con possibilità di doppio turno, ma di collegio (che questa è la storica posizione del Pd, non certo quella del doppio turno di coalizione, che i feroci oppositori di Renzi ora s’intestano).

La nostra proposta è agli atti. Ed è stata presentata in conferenza stampa al Senato il 3.12 (il giorno prima della decisione della Consulta).

Sulla nostra proposta (che sostanzialmente pende anche alla Camera: Martella) ci poteva essere maggioranza. Il 4 sera dopo che la Corte ha dichiarato incostituzionalità Porcellum, Grillo si è detto favorevole al ritorno al Mattarella. Proposte in tal senso anche da Sel, Sc, Lega, gruppo delle Autonomie… Nel Pd si sono espressi a favore – purtroppo in momenti diversi – oltre a noi Letta, Renzi, Cuperlo e molti altri…

Da dove abbiamo ricominciato dopo il Congresso

Da tre. Dalle note tre proposte. Tra le quali preferivamo, ovviamente il Mattarella. Con meno alterazioni possibili, soprattutto con molta molta cautela sull’aggiunta di premi di maggioranza, come ho ricordato in direzione giovedì, peraltro. Senza polemica, senza strepitare, ma con grande preoccupazione e conseguente cautela.

Cosa ha detto intanto la Corte costituzionale (sent. 1/2014)

Di non ingannare gli elettori. In particolare:

No a meccanismi premiali che non rispettino proporzionalità e ragionevolezza. Si può premiare solo con moderazione, senza stravolgere il risultato elettorale e senza ingannare l’elettore.

No a liste bloccate che non consentano all’elettore di capire chi vota. Quindi no a liste lunghe e per di più inquinate dalla possibilità di candidarsi in più circoscrizioni e procedere poi col meccanismo delle opzioni.

Come si arriva alla nuova proposta

Ripartire da tre forse non ha agevolato. Perché ciascuna delle forze politiche ha iniziato a fare valutazioni di piccola convenienza e soprattutto perché ciascuno ha tentato di cogliere da ciascuna qualcosa che le convenisse… ibridando e stravolgendo i modelli proposti (già un po’ “impuri”, in realtà). Per questo avevamo proposto di andare in Parlamento con il Mattarella, senza dare l’avvio a una dinamica trattativistica in cui ha preso il sopravvento per ciascuno il proprio particulare.

I (principali) punti deboli della proposta

a) su liste e ripartizione dei seggi. Le liste non sembrano poi così corte (5 o 6…). In ogni caso se la ripartizione avviene a livello nazionale, per tutti (meno probabile) o anche (più probabile) solo per i resti – cioè una volta assegnati i quozienti interi – la lista è in realtà lunghissima, più lunga di prima. È il Porcellum che esce dalla porta, ma rientra dalla finestra.

b) sul premio di maggioranza. Fermo restando che non ci piace proprio l’idea del premio, preferendo un sistema maggioritario, in ogni caso dobbiamo ricordare la necessità di rispettare le indicazioni della Consulta sulla sua ragionevolezza: può essere ragionevole un premio del 20% a chi abbia il 35% dei voti? Si danno così oltre il 50% dei seggi in più!

c) altri elementi. Le diverse soglie di sbarramento a seconda che si sia coalizzati o non coalizzati spingono a “coalizioni infedeli”, dettate da mero opportunismo.

In sintesi, purtroppo, questa proposta, così come formulata, mantiene troppi vizi di quella appena dichiarata incostituzionale. Speriamo che almeno nel corso dei lavori parlamentari possa migliorare. Ci impegneremo, come sempre, in questo senso. Per prima cosa, riducendo la lunghezza delle liste collegio per collegio, evitando il premio di maggioranza spropositato e la ripartizione nazionale nell’assegnazione dei seggi, che devono assolutamente essere legati ai collegi. Altrimenti questo è e rimane un Porcellum.

L’eventualità del doppio turno

Che sarebbe di coalizione e non di collegio, cose molto diverse tra loro. Renzi sembra aver messo insieme la prima proposta (spagnolo) con la terza (cosiddetto sindaco d’Italia ma senza sindaco). L’unica proposta non considerata è il Mattarella rivisto. Ora, deve essere chiaro, al di là di tutto, che per fare il doppio turno di coalizione, prima di tutto bisogna togliere di torno il Senato. E quindi rinviare la legge elettorale. Con tutti i rischi che si corrono.

Una nota a margine: se il M5s continua a chiamarsi fuori, come già a marzo e ad aprile, è un po’ difficile non cercare altri interlocutori. Lo dico con dispiacere, riprendendo Scanzi e Travaglio, che non sono certo spingitori di Pd, e che in questi giorni, soprattutto il secondo, stanno esattamente scrivendo le cose che trovate anche qui. Speriamo che vogliano fare un po’ di politica, questa volta.

 

http://www.ciwati.it/2014/01/20/quello-che-penso-della-legge-elettorale-...