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Una strada per l' Europa

Gli amici di Democrazia Pura hanno pubblicato una lunga approfondita riflessione sulle difficili prospettive che si aprono con le prossime elezioni europee consigliamo la lettura integrale dell' articolo , ma ne proponiamo qualche stralcio che riassume i punti salienti

 

http://www.democraziapura.altervista.org/?page_id=5989

 

 

In Europa uno scontro di civiltà

Mentre nel campo europeista si fronteggiano una concezione liberista, sinora largamente prevalente, ed una democratica, ancora in fase di timida definizione, intanto emerge prepotentemente un terzo protagonista, il populismo anti-europeo. Una partita a tre sul futuro dell’Europa ed il destino delle prossime generazioni. La posta in gioco è altissima: la sopravvivenza stessa della democrazia in Europa.

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Quali scelte si offrono oggi ai Paesi europei e all’Italia? Le opzioni in campo sono almeno tre: l’Europa liberista che già c’è, l’Europa democratica che ancora non c’è, l’Anti-europa incombente dei populismi.

 

La prima è quella di continuare sulla strada della austerità bloccando l’integrazione europea allo stadio attuale in attesa che le politiche restrittive producano frutti. E’ l’idea perseguita e realizzata dal governo tedesco con l’appoggio di altri governi del Nord Europa ed il sostegno ampio della propria opinione pubblica. Essa nasce all’interno della concezione liberaldemocratica di cui costituisce l’interpretazione economicistica e liberistica e da cui va distaccandosi sempre più per un aspetto fondamentale: l’esclusione dell’opinione pubblica dalle grandi scelte politiche e l’innesto di meccanismi autoritari nel processo decisionale.

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Il Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP) rappresenta il nuovo fronte del liberismo mondiale. E’ infatti in corso un negoziato tra USA ed Europa finalizzato a rimuovere le barriere commerciali in una vasta gamma di settori economici sì da facilitare la compravendita di beni e servizi. E questo sta accadendo senza che le opinioni pubbliche, anche quella tedesca, ne siano informate. Non sorprende dunque che il contenuto della trattativa sia assolutamente assente dal dibattito in corso sull’Europa.

Eppure la creazione della più ampia area di libero commercio del mondo, senza un adeguato controllo democratico, rischia di diventare lo strumento delle grandi forze economico-finanziarie per aggirare gli standard di sicurezza e di qualità previsti dalle normative nazionali. Le barriere commerciali di cui si parla, infatti, non sono solo quelle doganali ma comprendono l’insieme di regole, norme e procedure adottate dai singoli Paesi e dalla Comunità europea a tutela del lavoro e dell’ambiente10.

Sul fronte liberista sono schierati i partiti conservatori aderenti al Partito Popolare Europeo o al raggruppamento dei Conservatori e Riformisti Europei, alcuni di tradizione europeista (la Democrazia Cristiana tedesca, il Partito Popolare Spagnolo, il Partito Socialdemocratico portoghese, Piattaforma civica in Polonia). Ma appartengono a questo schieramento anche i partiti conservatori euroscettici (i Tory britannici) e quelli francamente reazionari che hanno impresso ai rispettivi Paesi svolte politiche difficilmente compatibili con la struttura costituzionale liberal-democratica dell’Europa (si veda il paragrafo sui populismi in Europa).

 

 

L’Europa democratica (che ancora non c’è)

Ma l’austerità liberista non è un destino ineluttabile. Joseph Stiglitz sostiene che “la disuguaglianza non è il risultato di forze astratte di mercato, ma il frutto di politiche governative che formano e dirigono le forze della tecnologia e dei mercati, nonchè, in senso più ampio, della società nel suo complesso. Vi è, in questo, una nota che allo stesso tempo è di speranza e di disperazione: di speranza perché significa che questa disuguaglianza non è inevitabile, e modificando le misure politiche siamo in grado di ottenere una società più egualitaria e più efficiente; di disperazione, perché i processi politici sottostanti sono molto difficili  da cambiare11.

Paul Krugman aggiunge che le politiche di austerità, peraltro basate su studi assolutamente fallaci sul piano della metodologia scientifica12, sono state praticate perché sostenute da una minoranza che comunque è molto influente essendo costituita dai ceti più ricchi (il famoso 1% della popolazione)13. Questi ceti ricaverebbero molto di più da un’economia fiorente ma riescono comunque a trarre qualche vantaggio anche dalla recessione in corso (per esempio acquistando titoli di stato a rendimento molto alto). Ai più ricchi non interessa quanto l’austerità possa peggiorare l’economia mondiale se riescono a sopportarne le conseguenze e se a pagare la crisi sono gli altri.

Queste le considerazioni che emergono dal mondo accademico e finanziario americano. Stiglitiz e Krugman non sono pericolosi rivoluzionari. Sono economisti affermati (hanno ricevuto il premio nobel rispettivamente nel 2001 e nel 2008) ed appartengono ad una scuola di pensiero, quella keynesiana, che ha fatto la storia dell’Occidente. Anche e soprattutto in virtù delle loro tesi è maturata sul piano teorico un’idea alternativa all’austerità. Che non è solo economica ma anche politica perché identifica due destinatari della contestabilità: i governi sul piano politico, l’1% più ricco della popolazione sul piano sociale.

Dunque esiste già sotto il profilo culturale un’alternativa credibile al liberismo imperante. Ma anche sul piano politico comincia a muoversi qualcosa. Il movimento americano di Occupy Wall Street o quello degli indignados spagnoli sono segnali forti di quanto sia cresciuta la richiesta di democrazia e quanto ampia sia l’opposizione all’autoritarismo liberista.

Un’idea democratica dell’Europa passa attraverso un rilancio dell’integrazione attraverso due passaggi concatenati. Il primo dei quali è l’abbandono della politica di austerità con l’adozione di una strategia economica espansiva analoga a quella intrapresa da quei Paesi occidentali (Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud) che stanno emergendo dalla crisi. Tale strategia ha un costo che non può essere sostenuto da quelle nazioni che, come l’Italia, hanno un debito pubblico troppo elevato e che comunque devono impegnarsi a ridurlo attraverso una ristrutturazione profonda della pubblica amministrazione e non solo. La questione del debito pubblico e quella degli investimenti viaggiano di pari passo. E a questo proposito non mancano progetti che prevedono una condivisione solidale delle garanzie sul debito (non del debito stesso) attraverso l’emissione di obbligazioni (gli eurobond) da parte di una agenzia dedicata della UE. Non mancano nemmeno idee sulle politiche di sostegno all’economia finanziabili con la liberazione di fondi sinora impegnati a tenere il bilancio in un equilibrio peraltro fittizio. Ma queste proposte, e siamo al secondo passaggio concatenato, non verranno accettate dalla Germania senza un’ulteriore cessione di sovranità nazionale in materia di bilanci14. E su questo aspetto si gioca il futuro dell’Europa: il destinatario della ulteriore delega non può essere un consesso tecnico, la troika costituita dalla Commissione Europea, BCE e FMI, che non risponde a nessuna opinione pubblica. L’autorità comunitaria, quella che decide la sorte delle popolazioni, deve essere necessariamente politica ed espressione della volontà dei cittadini.

Quanto è larga questa strada? Non molto ma è in qualche modo obbligata. Già oggi alcune nazioni si trovano sull’orlo del default e, al contempo, devono affrontare una crisi socio-economica divenuta insostenibile. Il crollo, sia esso economico o sociale, di una qualunque nazione europea ha buone probabilità di travolgere gli altri Paesi, compresa la Germania, le cui banche detengono tanta parte del debito pubblico greco, spagnolo e italiano. Proprio contando sullo stato di necessità alcuni governi, segnatamente quello italiano, stanno forzando la mano alla UE con politiche espansive che vanno dichiaratamente oltre gli accordi europei, in particolare sull’abbassamento  del rapporto deficit/PIL. La famosa copertura finanziaria dei recenti provvedimenti del governo Renzi è propria questa: stornare una parte delle entrate fiscali dalla riduzione del debito pubblico al finanziamento di quelle misure che, almeno nelle intenzioni, dovrebbero favorire i consumi e accelerare la ripresa economica. La scommessa è che aumentando il PIL si possa in breve riallineare il rapporto con il debito pubblico sui parametri previsti. Una scommessa indubbiamente rischiosa: l’Italia potrebbe finire sotto il controllo della troika come già la Grecia e l’Irlanda. Una scommessa però che costituisce al momento l’unica risposta alternativa e concreta alla pervicace politica di austerità imposta dalla Germania. E una scommessa sulla quale possono convergere quei partiti di ispirazione democratica e socialista che saranno comunque rappresentati in forze nel prossimo parlamento europeo.

In ogni caso, a prescindere dagli strumenti adottati (la forza delle argomentazioni o le forzature di fatto), una politica che intenda riformare l’UE non può fare a meno della moneta unica. Che è una necessità economica ma non solo. L’euro doveva rappresentare il catalizzatore di una politica europea sempre più omogenea in settori considerati vitali come quello dei diritti civili, politici e sociali. E così è stato, almeno in parte, sebbene i risultati siano stati inferiore alle attese. Ma oggi, di fronte alla crisi mondiale, l’euro può assumere un significato ulteriore potendo rappresentare lo strumento dei governi europei per imporre un funzionamento del mercato meno condizionato da poteri finanziari e più aderente ai problemi dell’economia reale (occupazione compresa).

Perché la moneta unica possa svolgere questa funzione è però necessario che non rimanga uno strumento isolato. A questo proposito particolarmente utili sembrano le proposte di recente emerse in sede comunitaria per una politica culturale che tuteli la diversità europea sottraendola al  negoziato per il partenariato trans-atlantico15. Il progetto è sostenuto soprattutto dalla Francia e  l’intento è di arrivare a proposte operative subito dopo le elezioni europee.

Le forze che possono farsi carico di un nuovo progetto di Europa sono quei partiti democratici e socialisti, aderenti al PSE, dalla cui cultura politica stanno emergendo le nuove idee.

 

 

L’anti-europa populista (che potrebbe esserci)

Paradossalmente ma non troppo, una delle proposte oggi più dibattute viene dai movimenti e partiti populistici ed è quella di rinunciare alla moneta unica per riacquistare la completa sovranità nazionale.

Una proposta basata sull’assunzione che la svalutazione della moneta nazionale sia una leva  decisiva per rilanciare le esportazioni ed aumentare il PIL. Ignorando il fatto che oggi nei Paesi industrializzati, a differenza di quanto accadeva nel passato, si produce trasformando semilavorati importati dall’estero, il cui costo risulterebbe di molto aumentato dalla svalutazione della moneta16. Basti pensare che in Italia l’importazione di semilavorati è già pari al 60% del totale. Analogamente i costi dell’approvvigionamento energetico salirebbero a dismisura per il fatto di dovere acquistare il materiale combustibile utilizzando una moneta fortemente deprezzata. Inoltre se tutti svalutassero nessuno ci guadagnerebbe. Infine per poter esportare è necessario produrre ed alcuni Paesi, tra i quali il nostro, hanno ormai una base industriale ristretta ed indebolita.

Il risultato dell’uscita dall’euro sarebbe per i Paesi dell’Europa mediterranea un vero disastro: debito pubblico insostenibile, inflazione a doppia cifra, credito definitivamente paralizzato, esplosione di costi energetici, produzione industriale ferma, l’ecatombe sociale definitiva. Ricordando l’esperienza della Repubblica di Weimar, una democrazia avanzata ma imbelle, si può facilmente immaginare quali forze trarrebbero vantaggio dal caos. Laddove le istituzioni democratiche non sono ancora ben consolidate sarebbe la fine della democrazia e l’avvento di un nuovo fascismo.

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Conclusioni

Il dibattito pre-elettorale appare paralizzato sullo scontro tra l’Europa dei governi e l’Europa dei movimenti. Ovvero tra l’autoritarismo  liberista ed il populismo anti-europeo. Ma esiste una terza via stretta, tortuosa, faticosa. Quella dell’Europa democratica, già matura sul piano teorico ma ancora in cerca di una rappresentanza politica coerente. Che può essere assunta solo da quei partiti, democratici e socialisti, che si stanno (lentamente) emancipando dalla soggezione tecnocratica. E dalla cui cultura politica possono emergere nuove idee. L’alternativa al liberismo imperante sarà l’Europa democratica o non sarà.

 

CDL, Tivoli, 1 Maggio 2014

 

 

 

 

Junker e i piaceri fiscali alle grandi imprese

 

 

.La prima esperienza di un presidente della commissione europea designato a seguito delle elezioni del parlamento non nasce sotto una buona stella . Junker che era stato indicato da PPE come candidato appunto alla presidenza della commissione ed ha conseguito quella carica , superando anche la durissima opposizione del premier britannico Cameron , sopratutto in forza dei risultati dlle elezioni parlamentari che avevano confermato il PPE come più num eroso gruppo parlamentare è oggi al centro di aspre critiche dopo che una serie di giornali europei tra cui l' espresso hanno diffuso con ampi particolari la sconcertante serie di accordi fra il granducato di Lussemburgo, con a capo del governo appunto Junker e numerosissimi multinazionali per permettere a quest' ultime amplissimi margini di elusione fiscale

Internazionale di questa settimana (14 20 novembre) riporta alcuni brevi stralci di giornali euriopei sull' argomento.

quotidiano polacco Rzeczpospolita di indirizzo conservatore parte dalle “ rivelazioni sugli accordi fiscali segreti grazie ai quali il Lussemburgo avrebbe permesso ad alcune multinazionali di non pagare le tasse sui profitti ottenuti in altri paesi europei stanno mettendo in difficoltà Jean- Claude Juncker, “Centinaia di aziende hanno potuto evadere miliardi di tasse con l’aiuto del Granducato e queste mancate entrate hanno costretto Bruxelles a pretendere da paesi come Spagna, Francia e Italia tagli al welfare, alla sanità e alla scuola. Questa vicenda e ingiustificabile. La cosa migliore da fare per Juncker sarebbe dimettersi subito”.

 

Secondo Liberation quotidiano della sinistra Francese , la situazione e piu complessa è sui temi della fiscalità nell’Unione regna la più totale ipocrisia in merito alle norme che favoriscono l'elusione fiscale : “ pratiche simili sono comuni in altri paesi, come l’Irlanda e i Paesi Bassi. Esu questo tema nessuno può gridare allo scandalo. Perfino il Belgio, un inferno fiscale per i lavoratori, e un paradiso per grandi imprese e capitali”.

Cambiare le cose a livello europeo, scrive Liberation, “sarebbe facile se solo esistesse la volontà politica di farlo”.

 

Più articolata la posizione del progressista Le Monde La vicenda Luxleaks ha fatto scalpore. Come si può ammettere che le grandi aziende concludano accordi segreti con uno stato (il Lussemburgo) per non pagare le tasse, mentre la pressione fiscale sulle classi medie cresce ovunque? E come tollerare che in piena crisi economica un paese della zona euro privi i suoi partner di miliardi di euro di entrate fiscali?

Lo scandalo rischia di alimentare la sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti della politica e dell’Europa. In Francia la presidente del Front national, Marine Le Pen, ha chiesto le dimissioni di Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione europea ed ex primo ministro del Lussemburgo.

Ma non è riducendo il ruolo dell’Unione europea che si può fermare la guerra fiscale tra gli stati che ne fanno parte. Al contrario serve più cooperazione. Il compito è difficile, perché nell’Unione le questioni fiscali sono votate all’unanimità e ognuno cerca di fare i propri interessi.

Le dimissioni di Juncker non risolverebbero nulla. Il presidente della Commissione ha designato dei commissari provenienti da paesi che non sono un buon esempio, come il francese Pierre Moscovici all’economia e il britannico Jonathan Hill ai servizi finanziari. Adesso dovrà essere lui a contribuire a una maggiore cooperazione fiscale tra gli stati europei.

Se i leader dell’Unione sapranno approfittarne, il caso Luxleaks potrebbe rivelarsi utile. Dal vertice del G20 che si terrà il 15 e il 16 novembre a Brisbane dovrà emergere un piano contro l’elusione fiscale delle multinazionali. Tutte le grandi leggi sulla regolamentazione finanziaria sono state concepite in momenti di crisi e in seguito a scandali. Nel 2013 il caso Ofshoreleaks aveva rivelato la portata dell’evasione nei paradisi fiscali e accelerato i negoziati sullo scambio automatico dei dati fiscali dei privati. Lo scandalo del Lussemburgo arriva in un cattivo momento per la nuova Commissione europea, ma capita a proposito per la politica mondiale

 

 

Ruffolo e Sylos Labini : l'alternativa Federalista

Un percorso condiviso per un progetto federale

Un articolo di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini su la Repubblica dell’11 giugno 2014

L’Europa occidentale si è impegnata, seppure con molte ambiguità, in un processo di unificazione di competenze. Si tratta di trasferire a un livello più elevato funzioni fondamentali che oggi vengono esercitate dai singoli Stati. Ciò significa eliminare o ridurre prerogative degli Stati nazionali, un processo che alimenta forti conflitti poiché implica nuovi assetti di poteri. Ma questa è l’unica strada non solo per mettere in moto quelle economie di scala che permettono di abbattere i costi e di aumentare l’efficienza, ma anche per ridurre la concorrenza distruttiva tra i paesi europei e quindi  per rafforzare una cooperazione feconda che possa realmente far progredire il Vecchio Continente verso un più vigoroso sviluppo economico e civile.

E’ indubbio che un progetto di tale portata richiede una forte unità d’intenti e di conseguenza deve essere chiaro quali sono gli obiettivi che l’Europa federale intende perseguire. Crediamo che la priorità sia quella di una piena occupazione equamente retribuita in tutti i paesi che hanno aderito alla moneta unica.

Occorre dunque fissare chiaramente i settori e le funzioni che saranno oggetto del trasferimento di poteri e risorse verso un livello sovranazionale. Pensiamo alla difesa e cioè alla creazione di un esercito comune e alla politica dell’energia per quel che riguarda le importazioni di gas e petrolio che dovrebbero essere gestite da una unica centrale europea per acquisire un maggiore potere contrattuale nei confronti dei paesi fornitori, in primis la Russia. Poi certamente c’è il fisco perché bisognerebbe armonizzare i regimi fiscali dei vari paesi al fine di evitare una concorrenza sleale nelle attività produttive. Lo stesso discorso vale per la politica dei redditi: è necessario stabilire dei livelli retributivi minimi validi per tutti i paesi appartenenti all’area Euro.

Sarebbe opportuno, inoltre, affrontare il problema della ristrutturazione e della mutualizzazione dei debiti, perché fino a questo momento i paesi in difficoltà sono stati penalizzati rispetto ai paesi ricchi che hanno tratto un enorme vantaggio dall’esistenza di una moneta unica con tassi d’interesse differenziati. La soluzione del problema del debito potrà consentire di porre fine a una concorrenza distruttiva e di aprire una nuova fase di solidarietà tra i paesi europei.

Un discorso particolare riguarda l’immigrazione: andrebbe istituito un centro europeo dotato di risorse adeguate per gestire gli sbarchi, il trasferimento e l’eventuale rimpatrio dei migranti.

Il percorso verso la costruzione di uno Stato federale dunque richiede che siano messe in comune le varie competenze che oggi sono prerogativa dei singoli Stati europei.  Un progetto di questo genere potrebbe essere promosso da un gruppo di paesi propulsori.  E’ giunto il momento di unire le forze e di rompere l’immobilismo che sta trascinando a fondo il Vecchio Continente.

http://www.syloslabini.info/online/un-percorso-condiviso-per-un-progetto-federale/

L' UKIP e la politica ambientale

Grillo ha annunciato che il M5S e l' UKIP (il partito antieuropeo inglese) "faranno guai nella UE". Nessuno lo mette indubbio. C'è da chiedersi di che tipo saranno i guai sulle poltiche europee sull' ambiente . Le posizioni dell' UKIP sull'immigrazione sono note, forse meno quelle sull' ambiente, tema molto caro al M5S

I vertici dell' UKIP sono scettici sui cambiamenti climatici di origine antropica e si oppongono alla creazione di parchi eolici e agli investimenti in altre fonti di energia rinnovabili .

Nel 2010 , UKIP ha dichiarato che avrebbero cercato di avere una Commissione peri indagare se il cambiamento climatico è dovuto all'uomo - Vuole sopprimere i sussidi eolici , vietare la proiezione del film sul riscaldamento globale  nelle scuole , e vietare l'uso di denaro pubblico da parte delle autorità locali sugli sforzi legati al cambiamento climatico .

Nel 2013 un documento di politica energetica del UKIP affermava che il riscaldamento globale è parte di un ciclo naturale : . " il lieve riscaldamento negli ultimi 100 anni è del tutto coerente con ben consolidati e di lungo termine dei cicli climatici naturali " 

 

Su Alcune domande , Nigel Farage ha descritto i piani per aumentare l' uso di energia eolica come " folli " e ha detto che avrebbero coperto la Gran Bretagna è o " di brutti disgustose mulini a vento orribili " che non sarebbero stati  soddisfacenti  per il fabbisogno energetico della Gran Bretagna . [ 128 ]

 

Poi il portavoce UKIP Christopher Monckton ha detto che l'intenzione di un progetto delle Nazioni Unite trattato sul clima è stato quello di "imporre un governo comunista del mondo " , e ha dichiarato che UKIP era l' unica opzione per coloro che non credono nel cambiamento climatico quando " tutti i principali partiti hanno deciso di iscriversi al programma di eco - fascista " .

http://en.wikipedia.org/wiki/UK_Independence_Party

 

PG Gavronsky,economista keynesiano si schiera per Tsipras

Elezioni europee 2014: chi è causa del suo Grillo pianga se stesso

di PierGiorgio Gawronski | 24 maggio 2014

n queste ultime ore prima del voto, sui giornali e le televisioni Europee è tutto un gridare “Al lupo, al lupo!”: arrivano i “populisti”, gli “anti-europeisti”, i “no-euro”, i “nazionalisti” più o meno “neofascisti”. Il progetto europeo è in pericolo! Ha garantito pace, benessere, apertura culturale, rafforzato l’Europa nei rapporti internazionali… E non c’è un Piano B. L’alternativa all’Unione Europea è il declino. Né si può negare che molti dei movimenti o partiti sopra ricordati siano inquietanti. Ma gli appelli degli Eurocrati e dei leader ‘democratici’ sono… ipocriti. Davvero loro non hanno responsabilità per l’ascesa di questi movimenti?

Negli anni ’90, i politici europei hanno creato una moneta comune senza che ce ne fossero le condizioni. Sapevano che era disfunzionale, che avrebbe generato delle crisi, ma si ripromettevano di utilizzarla per indurre i popoli Europei, ignari, alla creazione degli Stati Uniti d’Europa (V. dichiarazioni di Monti e Tommaso Padoa Schioppa, fra i tanti che hanno rivendicato questo progetto). Quando nel 2008 è esplosa la crisi, spacciando l’ideologia per scienza (“la crisi non è di domanda”, “l’austerità è espansiva”, “stampare moneta = inflazione”, “la Bce non è responsabile per gli spread”, ecc.) hanno accentuato la crisi.

Di nuovo ora promettono di cambiare verso – vergognandosi di ciò che han fatto finora -, ma ormai tutti sanno che intendono continuare con lo stesso paradigma. Apportandovi modifiche (marginali) solo quando l’Euro minaccia di crollare; spacciandole per autentiche svolte; rimpallandosi le responsabilità sul perché non si fa ‘di più’. Ma dopo sei anni questi politici (giornalisti, economisti, diplomatici) sono screditati: non sono capaci di sconfiggere la crisi. “You can’t fool all the people all the time”.

In teoria, basterebbe votare per qualcun altro, per un progetto alternativo serio. Ma di fronte alla sua progressiva delegittimazione, tutta l’élite democratica europea (per cause ancora in parte da chiarire: voi come lo spiegate?), con poche lodevoli eccezioni, ha scelto di negare gli errori commessi. Si è intestardita: nel considerare l’euro l’unica strada per progredire nell’integrazione europea; e nelle strategie neoliberali (di moda negli anni “80, ma oggi completamente superate dagli avvenimenti). Si è compattata intorno a un progetto di manipolazione della volontà popolare per favorire il federalismo europeo o le banche rentier. Si è blindata riducendo la rappresentanza democratica, con leggi elettorali sempre più maggioritarie, che escludevano le preferenze (o simili), aumentando le barriere all’ingresso dei nuovi partiti. E ha lasciato ai movimenti anti-sistema il monopolio dell’alternativa alle politiche vigenti.

Gli italiani moderati, liberali, tranquilli, si trovano ora di fronte a una scelta impossibile: una scelta fra tre populismi. Berlusconi, che voleva introdurre in Italia la Repubblica Peronista. Renzi, che con Berlusconi è in ‘profonda sintonia’. Grillo, che ha dimostrato anch’egli parecchio disprezzo per le istituzioni democratiche, per la rappresentanza, per la meritocrazia. Renzi, l’altro giorno l’ho sentito dire alla radio: “La priorità è la ripresa economica, ma per riuscirci è necessario fare le riforme istituzionali”. Non so come tanti italiani possano cadere in simili cose. Ma quelli che non ci cadono, per reagire alla Grande Depressione, paiono non avere altra scelta che votare per l’unico che ha ‘bucato’ il sistema politico: un comico inquietante, che promette nel Parlamento Europeo di opporsi (confusamente, ma meritoriamente) alla deriva autoritaria e depressiva. (Per poi proporne una ancora peggiore? Ma tant’è!).

Oppure possono votare le frattaglie antidemocratiche. Quelle che ‘usciamo dall’euro’. Come dire: ‘Tiriamo la bomba atomica’. Ma gli estremismi si alimentano a vicenda: così tali posizioni favoriscono il terrorismo psicologico degli eurocrati sui rischi di cambiare classe dirigente. In realtà, chi dice ‘usciamo dall’euro’ confonde i mezzi con i fini. Perché anche per uscire dall’euro occorre trattare con i partner europei, per minimizzare i disastri. Bisogna trattare: sugli obiettivi sociali ed economici possibili, oggi negati, e sul come raggiungerli, dentro o fuori l’euro. Perciò la posizione più seria, moderata, europeista, mi pare quella di Tsipras: ‘Noi non ci stiamo più, apriamo un grande negoziato europeo… sulla base di un paradigma alternativo. E vediamo se possiamo evitare di tirarci le bombe atomiche’.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/24/elezioni-europee-2014-chi-e-causa-del-suo-grillo-pianga-se-stesso/998387/

 

Le Europee e i dubbi della sinistra PD

Riportiamo qui di seguito un post di Civati e uno di un forumista di Facebook che con il nick name "moderatamente bersaniani" raccoglie i commenti e l' attenzione di varie centinaia di frequentatori critici verso la leadership di Renzi, in realtà anche "moderatamente bersaniani" durante le ultime primarie si è dichiarato a favore di Civati

Sono due posizioni diverse  , anche nel modo di esprimenrsi , ma ci sembra rispecchino i dubbi che in queste ore stanno coinvolgendo tanti elettori PD

 

Se sei di sinistra, perché voti Pd?

 

La domanda più ricorrente di queste ultime settimane.

Mi chiedono perché non esco dal Pd e, nell’imminenza delle elezioni, perché voto il Pd. E addirittura faccio tre, quattro, cinque iniziative al giorno per la sua campagna elettorale.

E, allora, mi tocca spiegarvelo. E vi prego di seguirmi.

Per prima cosa, non voto M5s perché sono di sinistra e non mi piacciono i partiti e i movimenti che dichiarano di non essere né di destra, né di sinistra. Non mi piacciono tante altre cose – per esempio, incrociare le mani a forma di manette in aula, per rimanere all’episodio di ieri -, non mi piace la volgarità, non mi piace un programma che – per essere iperdemocratici – alla fine è deciso da poche, pochissime persone.

Faccio questa battaglia nel Pd, per riportarlo nel centrosinistra e perché torni a frequentare una logica dell’alternanza, contro ogni tipo di trasversalismo e di oligarchia interna, e me ne toccherebbe una ancora più clamorosa nel M5s.

Per le Europee, c’è un problema in più: con chi si alleerà il M5s? Con i no-euro di ogni sorta? Con la sinistra radicale? Con i verdi? Non è dato saperlo. Sulla base di quanto è accaduto in Italia, il M5s non si alleerà con nessuno, portando gli altri a fare accordi tra di loro, per poi dire che sono tutti uguali.

A me, invece, l’idea di stare finalmente nel Pse e da lì guardare a Tsipras e ai Verdi europei non dispiace affatto.

In secondo luogo, non voterò per la lista Tsipras, che ovviamente sento molto più vicina e in cui militano molte persone che stimo. Non lo farò non solo per la collocazione europea (il Gue mi sembra orizzonte troppo stretto e orientato), ma anche perché credo che la sinistra per potersi definire tale debba essere grande e aperta, capace di governare, di allearsi con altri soggetti, con un messaggio che sia comprensibile alla maggioranza delle persone. Il fatto che anche all’interno di Sel si siano manifestati molti mal di pancia, in questi mesi, ci fa capire che c’è qualcosa che non ha funzionato, nel lancio di una lista dal messaggio affascinante e importante, in questa Europa da cambiare.

Non mi è piaciuto, da ultimo, che dalle liste di Tsipras fossero esclusi i politici, come se fossero «malati». Per operazioni del genere esiste già il M5s. Né mi è piaciuto che persone che voterei, come Barbara Spinelli, abbiano detto che se saranno elette, si dimetteranno. Mi sembra un’idea sbagliata, proprio per quanto vi sto per scrivere.

Se voto il Pd è proprio perché si possono esprimere quelle preferenze per cui ci siamo battuti invano nel corso della discussione della legge elettorale (torneremo a farlo, non preoccupatevi).

Perché è un partito grande, nel quale certo ci deve essere più pluralismo, come sostengo da tempo. E perché è l’unico soggetto politico che, se vorrà, se vorremo, potrà ricostruire quel centrosinistra che ci porti al governo dopo (e con) libere elezioni (motivo per cui non ho apprezzato la lunga teoria di governi di larghe intese che ci stanno facendo male, a mio modesto avviso).

Il voto, questa volta, può essere tutto politico, manifestandosi nell’adesione di questo o quel candidato, che sono certo mi rappresenterà meglio di quanto avrei potuto fare se, per andare a Strasburgo, mi fossi candidato io.

Se seguirete il mio consiglio, in Europa andranno persone capaci di rappresentare una sinistra moderna, innovativa, liberale, radicale nelle intenzioni e lucida nella scelta degli obiettivi. Che ha dimostrato di saper lavorare insieme, in una straordinaria campagna delle primarie. Che ha costruito migliaia (non esagero) di iniziative politiche in tutto il paese. Con il desiderio di cambiare tutto, senza urlare e fare i gestacci. Con «metodo democratico» come richiede la nostra Costituzione. Con la speranza di riportare il paese alla dialettica tra destra e sinistra e avere quel voto in più che serve in Europa e servirà in Italia.

L’ultima obiezione la conosco bene: ma così fai vincere Renzi. Scusate, ma per me è più importante il Pse che guarda a sinistra, il Pd che ricostruisce il centrosinistra, le persone che mi rappresentano della dialettica interna e di una rivalità personale e politica che non ho certo voluto.

Gli elettori del Pd, per altro, a valanga, hanno scelto Renzi sei mesi fa, lui poi ha scelto di fare una cosa per me molto sbagliata, ma gli obiettivi che abbiamo di fronte superano me (che è poca cosa) ma anche lui. Se il Pd sarà grande, non solo elettoralmente, anche politicamente, ci sarà bisogno di tutti, anche di chi sta a più sinistra di me. Sempre che si voglia costruire una sinistra di governo.

Questo è il mio progetto, da sempre. E spero sia il nostro progetto. Perché in Europa ci siano tanti come DanielePaoloRenataAndreaEllyIlaria e Elena. (sono i candidati alle europee appoggiati da Civati ndr) Nel gruppo del Pse, in grado di cambiare le cose. Senza uscire da tutto quanto, dal Pd, dall’euro, dalla buona educazione. Senza perdere l’entusiasmo, però, per qualcosa che ancora non c’è. In Europa, in Italia e anche nel Pd.

http://www.ilpost.it/pippocivati/2014/05/16/se-sei-sinistra-perche-voti-pd/

QUALCUNO VOTERÀ TSIPRAS.
(Liberamente ispirato a “Qualcuno era comunista” di Giorgio Gaber)

Qualcuno voterà Tsipras perché è nato in Emilia.
Qualcuno voterà Tsipras perché “non c’è alternativa”.
Qualcuno voterà Tsipras perché vede la Merkel come una promessa, la Bacchiddu come una poesia e un nuovo socialismo come l’evoluzione naturale della specie.
Qualcuno voterà Tsipras perché si sente solo.
Qualcuno voterà Tsipras perché ha avuto un’educazione non troppo cattolica.
Qualcuno voterà Tsipras perché la tv non ne parla, la stampa non ne parla, la radio non ne parla, Crozza neanche… non ne parla nessuno.
Qualcuno voterà Tsipras perché “La Storia non è dalla nostra parte!”.
Qualcuno voterà Tsipras perché glielo hanno detto.
Qualcuno voterà Tsipras nonostante non gliel’abbia detto nessuno.
Qualcuno voterà Tsipras perché prima era moderatamente bersaniano.
Qualcuno voterà Tsipras perché aveva capito che l’Europa andava piano ma da nessuna parte.
Qualcuno voterà Tsipras perché Bersani era una brava persona.
Qualcuno voterà Tsipras perché Verdini non è una brava persona.
Qualcuno voterà Tsipras perché ama il popolo.
Qualcuno voterà Tsipras perché beve il vino e si commuove alle feste popolari.
Qualcuno voterà Tsipras perché è così democratico che non ha bisogno di un altro Berlusconi.
Qualcuno voterà Tsipras perché è talmente affascinato dai greci che non vuole finire come loro.
Qualcuno voterà Tsipras perché non ne può più di fare il precario.
Qualcuno voterà Tsipras perché vuole il reddito di cittadinanza.
Qualcuno voterà Tsipras perché sennò ci sono Grillo, Berlusconi e Renzi. Facile no?
Qualcuno voterà Tsipras perché l’alternativa oggi no, domani forse, ma dopo domani sicuramente…
Qualcuno voterà Tsipras perché “Viva Mujica, viva Pertini, viva Berlinguer”.
Qualcuno voterà Tsipras per fare rabbia a Renzi.
Qualcuno voterà Tsipras perché non guarda più neanche Rai Tre.
Qualcuno voterà Tsipras perché non è di moda, qualcuno per dispetto, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno voterà Tsipras perché vuole umanizzare tutto.
Qualcuno voterà Tsipras perché conosce fin troppo bene gli intrallazzi statali, parastatali e affini.
Qualcuno voterà Tsipras perché non ha scambiato la socialdemocrazia europea per il “Vangelo secondo Schultz”.
Qualcuno voterà Tsipras perché è convinto di non avere più dietro di sé la classe operaia.
Qualcuno voterà Tsipras perché ricorda ancora, almeno un pochino, cosa vuol dire sinistra.
Qualcuno voterà Tsipras perché c’è il grande Moni Ovadia.
Qualcuno voterà Tsipras nonostante ci sia il grande Moni Ovadia.
Qualcuno voterà Tsipras perché non c’è niente di meglio.
Qualcuno voterà Tsipras perché abbiamo il peggiore Partito Democratico di sempre.
Qualcuno voterà Tsipras perché lo Stato peggio che da noi solo la Russia di Putin.
Qualcuno voterà Tsipras perché non ne può più di vent’anni di governi viscidi e ruffiani.
Qualcuno voterà Tsipras perché (comunque e sempre) piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera.
Qualcuno voterà Tsipras perché chi è contro vota Tsipras.
Qualcuno voterà Tsipras perché non sopporta più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare Larghe Intese.
Qualcuno crede di votare Tsipras e forse voterà qualcos’altro.
Qualcuno voterà Tsipras perché sogna un’Europa diversa da quella germano-centrica.
Qualcuno voterà Tsipras perché pensa di poter essere vivo e felice solo se lo sono anche gli altri.
Qualcuno voterà Tsipras perché ha bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché è disposto a cambiare ogni giorno, perché sente la necessità di una morale diversa, perché forse è solo una forza, un volo, un sogno, è solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno voterà Tsipras perché con accanto questo slancio ognuno è come più di se stesso, è come due persone in una. 
Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che vuole spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
Sì, niente rassegnazione. Qualcuno ritorna ad aprire le ali perché è ancora capace di volare, come un gabbiano tutt’altro che ipotetico.
E quindi? 
E quindi ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa orgogliosamente la rude bellezza della propria esistenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, con una rinnovata intenzione di prendere il volo, perché adesso il sogno si è risvegliato.
Due ricchezze, in un corpo solo.

Dalla pagina FB di "moderatamente Bersaniani"

Grillo e le panzane sull' Europa

Va di moda attaccare l' Europa. e se pensiamo ad alcune scelte imposte dai governi dei paesi membri, la RFT in primis non si fa fatica, ma sembra che renda di più attaccare le istituzioni europee , dal parlamento all' euro. Grillo ne ha ricavato uno show tour in giro per l' Italia (te la dò iol' Europa)

Fortunatamente si diffondono anche le iniziative di controllo delle affermazioni dei politici qui di sotto proponiamo il check di pagella poltica su due affermazioni del comico genovese

L' economia italiana è scesa del 20% da quando c'è l' euro

https://pagellapolitica.it/dichiarazioni/analisi/2791/beppe-grillo

L' europa spende un terzo delle sue risorse per le traduzione delle 28 lingue

https://pagellapolitica.it/dichiarazioni/analisi/2482/beppe-grillo

Buona lettura

 

 

Federalisti a Parma

Il Movimento Federalista Europeo presieduto da Tullio Carnerini cofondatore ed esponente di Repubblica e Progresso ha tenuto un' importante manifestazione a Parma

Europa green e federalista
Così la vogliono Dall'Olio e Balzani

Dibattito organizzato dal Movimento Federalista Europeo in vista delle elezioni del 25 maggio

 

Europa green e federalista Così la vogliono Dall'Olio e Balzani

"Viviamo in un Paese molto particolare che si è accorto dell'Europa da quando c'è la crisi. Non è solo una questione legata all'opinione pubblica, ma anche all'informazione. Vi do un dato: nessun giornale italiano ha pubblicato un resoconto sul primo confronto tra i candidati alla presidenza della Commissione europea. È assurdo. Non mi meraviglia che sull'Europa circolino informazioni carenti, distorte, mistificatorie e che tutto il confronto venga ridotto a euro sì, euro no".

È questo l'esordio di Michele Ballerin, scrittore e blogger, autore di "Gli Stati Uniti d'Europa spiegati a tutti" (Fazi editore) che è stato presentato gioved pomeriggio nella sede della galleria Centro Steccata di via Garibaldi dal Movimento Federalista Europeo. Alla presentazione hanno partecipato anche il candidato Pd alle europee del 25 maggio, Nicola Dall'Olio, e il sindaco di Forlì, Roberto Balzani.

"Ho firmato fin da subito  -  ha detto Dall'Olio  -  il manifesto dei federalisti europei che impegna i candidati a portare a termine il processo di unificazione. L'Europa del rigore, dell'austerity, dello spread è figlia di quanto è restato incompiuto. Poi c'è un'Europa di cui si parla meno, che porta avanti un modello di sviluppo nuovo che non definirei green. L'esistenza di una green economy implica un'alternativa che in realtà non esiste. O noi andiamo verso la sostenibilità, o non andiamo da nessuna parte. Troppi italiani non hanno percezione di quanto le politiche europee hanno cambiato in meglio la nostra vita".

Roberto Balzani ha puntato il dito contro il dibattito politico: "Ci sono molti politici che tirano a fregarci. Quando Alfano parla di Europa relativamente al problema degli sbarchi di immigrati, dice una cosa retorica. Lui sa che l'Europa non ha nessun trattato sul punto e quindi non può aspettarsi risposte da chi non ha poteri di intervento. In Europa dobbiamo mandare persone competenti, come hanno fatto gli altri Stati che sono stati presenti ai tavoli dove sono state prese decisioni. Abbiamo 73 colpi da sparare  -  ha aggiunto riferendosi ai deputati che l'Italia manderà a Bruxelles - se ne sprechiamo 50 poi non possiamo lamentarci dell'Europa".

http://parma.repubblica.it/cronaca/2014/05/16/news/europa_green_e_federalista_cos_la_vogliono_dall_olio_e_balzani-86280912/

 

ANTARES una quarta strada : a sinistra

Leggendo l’interessante articolo postato da sito Novefebbraio sulla possibilità che, alle prossime elezioni Europee, la stessa UE intraprenda un percorso che può essere di forte prosecuzione con le politiche liberiste e di austerità proposte dai conservator-liberali, oppure di prendere la strada che porta verso una maggiore democrazia e un forte allentamento del monetarismo oppure infognarsi per la strada senza uscita dell’antieuropeismo di matrice destrorsa che resuscita i vecchi fantasmi del nazionalismo, della reazione al processo di integrazione europea, di una politica becera del “spaccare tutto” e mandare tutto a monte.

Alle tre strade possibili, se ne potrebbe aggiungere un’altra, che non è come si crede antieuropeista e fracassista bensì di forte ripensamento e revisione del processo di integrazione che deve essere non solo commerciale ed economica ma anche di popolo, un percorso che vuole riformare la UE per rendere questo progetto più vicino agli stessi cittadini e non un organo burocratico lontano e distante, per certi aspetti e certe situazioni addirittura ostile.

La vicenda del debito sovrano che ha affondato la Grecia,azzoppato Italia, Spagna e Portogallo colpendo duramente i Paesi del mediterraneo ha dapprima creato un’ondata che ha per un soffio non fatto resuscitare le vecchie idee che trascinarono l’intero continente nelle carneficine orrende delle due guerre mondiali, poi la consapevolezza, perlomeno in Grecia,meno in Italia che, i due giganti che oggi purtroppo vanno a braccetto in Europa ovvero il PSE e il PPE e che in alcuni stati, guarda caso gli stessi colpiti dal fenomeno del debito sovrano, i loro partiti gemelli guidano i governi, siano in qualche modo, se non palesemente artefici di quelle politiche di taglio draconiano, abbattimento dello stato sociale e demolizione sistematica delle conquiste dei lavoratori attuate negli ultimi anni in maniera esponenziale.

In Italia abbiamo un esempio lampante di aperta collaborazione (almeno tra i due leader di partito) tra il Partito Democratico che ha deciso di entrare nel PES e la neonata Forza Italia guidata dal condannato Silvio Berlusconi che sostiene Junker alla guida della Commissione per il PPE. L’idillio (inutile negarlo) tra Renzi l’uomo della terza via ovvero il centro sinistra che attua anche politiche di destra liberista, e Berlusconi ha portato alla degenerazione attuale anche grazie al fattore presidenziale che in momenti ben precisi ha deciso unilateralmente di cambiare governi più o meno sfiduciati, senza passare dalle urne. Matteo Renzi, come il primo degli ex democristiani dopo aver giurato di non puntare al Governo e rovesciare Letta (nominato da Napolitano) ha dapprima conquistato la segreteria del PD con un meccanismo dubbio di voto, e poi si è squallidamente sbarazzato di Letta senza che il nominato fosse apertamente sfiduciato e intronizzato a Palazzo Chigi.

Anche in Grecia il PSE e Nuova Democrazia, proprio i due partiti che hanno devastato economicamente la Grecia truccandone i conti e portandola alla bancarotta si sono impegnati a rimettere in careggiata la prima democrazia del mondo, non solo azzerando la stessa democrazia ma, stroncandone gli abitanti con tagli criminali imposti dalla Troika.
In Europa nel 2008, vista l’impossibilità per il PPE e il PSE di formare un governo monocolore hanno raggiunto un accordo per creare un governo di larghe intese  ripetuto in Olanda, Italia e Grecia con l’idea malsana che due schieramenti di opposte visioni economiche e sociali possano governare incontrando, magari, aiutati dalla Terza Via punti di accordo a danno dei cittadini.

In questo scenario si inserisce, anche se a mezza voce per via della paura  e del poco spazio messo a disposizione, la Sinistra Europea che ha scelto come candidato di alternativa a queste strade Alexis Tsipras, il figlio della Grecia tramortita dall’auterity, schiacciata dai ricatti della Troika e che dopo aver riunificato con Syryza la Sinistra radicale greca e balzata in testa ai sondaggi, adesso tenta di dimostrare che in Europa l’alternativa a un PSE socialdemocratico ma caduto nella trappola della Terza Via (un tradimento se non altro) e un PPE squallidamente monetarista e pervicacemente liberista e una destra furente nazionalista e capace di puntare allo spascio, la Sinistra Europea sia la quarta strada percorribile proponendo di rivedere se non abolire alcuni trattati capestro, che oggi rischiano davvero di strozzare l’Europa e i suoi stati tentando i loro cittadini a scegliere la via del nazionalismo e della xenofobia.

Proprio la Sinistra Europea può ed è l’alternativa possibile che da fastidio alla Merkel che ha definito Alexis Tsipras proprio il nemico numero uno, il candidato non disposto a collaborare alla carneficina sociale e ad abbattere i trattati formati venti anni addietro in preda all’entusiasmo e che, alla prova dei fatti si sono rivelati dannosi.
Gli amici socialdemocratici repubblicani tendono a vedere come una candidatura di bandiera quella della Sinistra Europea e del suo candidato Tsipras, mentre nonostante i fatti proseguono a sostenere il PSE autore di una netta collaborazione seppur obtorto collo con il PPE, nel momento in cui la Sinistra socialdemocratica aveva il dovere di respingere indignata il braccio di salvezza del PPE con un governo a larghe intese, esso tradisce l’elettorato andando a connubio con una formazione politica pubblico nemico di tutti i lavoratori.
Esperienza ripetuta anche in alcuni stati membri.
Cari amici repubblicani, la Sinistra Europea che può sembrare euroscettica non mira, come la destra estrema, a mandare tutto a carte quarantotto e affidarsi al “Si salvi che può” quanto a mettere le mani sui trattati rivedendoli o abolendoli nelle sue parti più sconce, chiudendo con le politiche monetariste e liberiste e proponendo davvero un modo nuovo di vedere l’Europa con più giustizia sociale ed economica. La scusa di governare insieme al PPE per attenuare il liberismo è una scusa che non funziona più, il liberismo è un mostro che va abbattuto e il voto alla socialdemocrazia che alla fine rischia di non riuscire a governare da solo e il voto alla socialdemocrazia che tradisce è un voto, consentitemi, inutile. Non che sia la Sinistra Europea la soluzione a tutti i mali ma perlomeno una soluzione fra le tre proposte che ad oggi non portano e non porteranno ad alcun risultato.

ANTARES.

la lista Tsipras

 

L'amico Antares è sempre focoso e travolgente, e ci segnala la sua opzione per al lista Tsipras. Su un punto francamente sia le parole di Antares sia la propaganda della lista non è assolutamente convincente. Accusare il PSE di Schultz di rassegnarsi al compromesso con il PPE è fuorviante: il metodo di nomina della commissione europea , e il peso che in esso hanno i singoli governi nazionali, molti dei quali in mano a partiti del PPE o dei conservatori come in UK , dà la certezza matematica che ci saranno commissari di centro destra nella nuova commissione. Qualunque partito si affermi alle elezioni , lista Tsipras compresa.

Detto ciò e malgrado le roboanti lodi dell' amico Antares la lista Tsipras è tutt'altro che una lista para bolscevica o castrista come  spesso viene  descritta, i dieci punti che sono illustrati nella pagina ufficiale (cfr il link qui sotto) sono una posizione di sinistra con punti un pò utopici (come la conferenza sul debito che "europeizzi tutta la parte di debito eccedente il 60% del PIL" o il rifiuto totale di opere come la TAV o le trivellazioni del mediterraneo) ed altri più che condivisibili , come il federalismo , il rifiuto delle due fasi in successione, austerità e sviluppo e non in contemporanea. D'altra parte il chiarissimo rifiuto dell' uscita dall' euro , il richiamo al piano marshall e al manifesto di ventotene , ne fanno -ad avviso di chi scrive - una forza pienamente inseribile in una sinistra occidentale , sia pure su posizioni molto accentuate

http://www.listatsipras.eu/chi-siamo/i-dieci-punti.html

Le Elezioni Europee saranno annullate ?

 

LE PROSSIME ELEZIONI EUROPEE A RISCHIO DI ANNULLAMENTO IN ITALIA ? Il 20 febbraio 2009 il parlamento Italiano votò a larga maggioranza (PdL PD, IDV, Lega e UDC) la modifica della legge elettorale per il Parlamento europeo , frutto di un accordo fra Veltroni e Belusconi , che introdusse varie modifiche ai danni delle forze minori , la più importante delle quali fu la soglia di sbarramento al 4%.

Ora questa legge rischia di finire di fronte alla corte di giustizia europea ( quella di Lussemburgo , è un'organo dell' Unione Europea, da non confondere con quella di Strasburgo che espressione del ben più largo Consiglio d'Europa) . Il procedimento è stato promosso dal pool degli avvocati che ha impugnato e fatto dichairare illegittimo il porcellum . Il gravame maggiore è riferito al quorum , considerato incoerente con la natura del parlamento europeo ( anche la corte suprema tedesca ha cassato lo sbarramento della legge della RFT), ma anche la differenziata tutela delle minoranze linguistiche e l'esenzione dalla raccolta delle firme  per i partiti maggiori . Le sentenze della corte di Lussemburgo sono retroattive , per cui ci potremmo trovare di frotne all' annullamento delle elezioni del 25 maggio

http://www.left.it/2014/04/28/europee-rischio-annullamento/16020/