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VERSO LE ELEZIONI EUROPEE

MARTIN SCHULZ CANDIDATO PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Martin Schulz

Martin Schulz , presidente del parlamento europeo e futuro candidato del PSE alla presidenza della commissione con un articolo su Repubblica che riportiamo dal sito del Presidente della Regione Toscana , dimostra la portata che potrà avere la sua candidatura : ricorda che questa crisi è iniziata per le chiare responsabilità degli stregoni della finanza ed è proseguita per il fanatismo dei sostenitori della Austerity e dei tagli . Chissà se i sedicenti riformisti nostrani riusciranno mai a capirlo

 

Intervento di Martin Schulz, presidente del Parlamento Europeo.
La Repubblica, 1 novembre 2013

L’Europa restituisca una speranza al Sud

Lo scorso settembre abbiamo celebrato un triste anniversario. Sono trascorsi cinque anni dal fallimento delle Lehman Brothers.

Il bilancio degli stregoni della finanza per l’Europa è scioccante. Disoccupazione, in particolare quella giovanile, la contrazione del Pil con ricadute dirette sulla spesa pubblica e più tasse, condizioni penalizzanti per l’accesso al credito per le imprese e instabilità politica. Il miglior cocktail per la disperazione.

Ogni Paese europeo si è imbattuto in alcune “complicazioni” che sembravano superate nel continente più ricco del mondo: l’accesso all’assistenza sanitaria di base in Grecia, lo sfratto delle famiglie spagnole per un pagamento in ritardo, la generazione perduta dei ragazzi costretti a rimanere coni loro genitori, dovendo così abbandonare qualsiasi sogno di costruirsi una carriera o una famiglia. Il prezzo che gli europei hanno dovuto pagare era e resta molto alto.

C’era stato detto che non avevamo scelta, che l’austerità fosse l’unica strada percorribile. La ripresa aveva un prezzo che noi, entusiasti, avremmo pagato.

Oggi, invece, stando a quanto ci dice il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), l’impatto dell’austerità sull’economia è stato valutato erroneamente. I tagli della spesa hanno «tagliato» la crescita in un modo inatteso. E’ probabile che negli ultimi tre anni miliardi di Pil dell’Eurozona siano stati persi inutilmente a causa di errori politici.

L’Fmi ha inoltre stimato che la struttura interna della Troika era inefficace a risolvere i problemi, creando più danni che altro e più recessione di quanto calcolato, senza restituire fiducia agli investitori. La ripresa economica non solo è stata ostacolata, ma così facendo si è impedito all’Europa di riacquistare fiducia.

A causa delle decisioni di pochi, la maggior parte dei cittadini si è fatto l’idea di un’Unione europea “aguzzino” senza sentimenti e scrupoli. Scusarsi non basta più.

Qualcuno deve assumersi la responsabilità per questi errori devastanti e un simile dramma, qualcuno deve essere colpevole e pagarne le conseguenze. Non puoi volere il taglio scriteriato dei capelli e accusare le forbici per i danni provocati.

La Commissione Economica e monetaria del Parlamento europeo ha già aperto un’inchiesta sul lavoro della Troika in Grecia, Portogallo, Irlanda e Cipro per far luce sul perché siano stati fatti tanti e simili errori; e come sia stato possibile che tante teorie, giudicate tre anni fa giuste, si siano poi rivelate totalmente sbagliate.

Dopo anni di sospensione, il controllo democratico potrebbe finalmente iniziare a funzionare. Pur se fortemente colpiti datali decisioni sbagliate, i Paesi europei stanno piano piano riprendendo il cammino per invertire il trend.

La Grecia si aspetta un ritorno alla crescita nel prossimo anno, l’Irlanda è pronta ad uscire dal programma di salvataggio entro fine 2013, mentre Italia, Spagna e Portogallo stanno facendo i primi passi verso la ripresa.

Ma il danno ormai è stato fatto. Dobbiamo restituire fiducia all’Europa. Noti parlo solo per me stesso o delle Istituzioni europee, ma anche dell’economia globale dell’Eurozona.

Come possiamo farcela?

L’Europa deve accelerare la ripresa. Deve dare maggior sostegno ai giovani a trovare lavoro, creare maggior stabilità nel settore bancario grazie all’Unione bancaria, rafforzare il mercato, dare la caccia senza quartiere a evasori ed elusoci fiscali e aprire l’Europa a nuovi mercati e investimenti stranieri.

Lo stesso Internet potrebbe generare una crescita incredibile se solo armonizzassimo e semplificassimo a livello europeo la nostra legislazione.

Potremmo anche considerare il principio di una “Golden rule” che consenta di non calcolare nel deficit gli investimenti produttivi.

Queste sono le grandi sfide, ma i cittadini ci danno poco credito. Sono troppe le promesse fatte e pochi i risultati ottenuti. Noti lanceremo slogan, ma misureremo il peso delle nostre richieste con azioni concrete realizzabili. Solo così invertiremo il trend di fiducia e porremo le basi per una ripartenza proprio dal Sud dell’Europa.

http://ilsignorrossi.it/schulz-che-errore-quei-tagli-al-sud-delleuropa/

In Francia e Germania si discute su un Europa Politica

 

Mentre da noi la discussione politica si incentra sul dubbio se sia più forte l'asse fra Renzi e Berlusconi , oppure fra Renzi ed Alfano o se ce ne sia uno segreto fra Alfano e Berlusconi in Francia e Germania si discute se saltare il fosso e trasformare l' area Euro in una Unione Politica. In Germania un gruppo di 11 economisti , giuristi e politologi (gruppo di Glienicke alla periferia sud-occidentale di Berlino ) ha lanciato una riflessione su una nuova architettura istituzionale per l'area Euro . Risponde in Francia un altro gruppo intorno ad intellettuali come Thomas Piketty economista che ha studiate le caratteristiche dell'ineguaglianza ed è vicino al PSF o Pierre Rosanvallon teorico della autogestione vicino al sindacato CFGT con un manifesto su le monde di cui facciamo seguire una traduzione non professionale , ma accettabile .

 

MANIFESTO PER L' UNIONE POLITICA DELL' AREA EURO

 

 

L' Unione europea sta attraversando una crisi esistenziale , come presto ci ricorderanno brutalmente le elezioni europee . Tutto ciòo riguarda soprattutto i paesi della zona euro , colpito da un clima di sfiducia e da una crisi del debito che è tutt'altro che finita , mentre la disoccupazione persiste e la deflazione minaccia . Niente di più falso dell' immaginare che il peggio sia dietro di noi .
Ecco perché accogliamo con grande interesse le proposte formulate alla fine del 2013 dal gruppo di nostri amici di Glienicke composto da esperti e persone vicine alla CDU e alla SPD , al fine di rafforzare l'unione fiscale e politica dei paesi della zona euro .

Da soli i nostri due Paesi presto non peseranno o molto nell' odierna economia mondiale . Se non ci uniamo in tempo per portare il nostro modello di società nella globalizzazione , allora la tentazione di declino nazionale vincerà , e genererà frustrazioni e tensioni a fronte delle quali le difficoltà dell'Unione sembrano felici .

NON SI ACCETTA LA RASSEGNAZIONE

In qualche modo , il dibattito europeo è molto più avanzato in Germania che in Francia . Come economisti , politologi , giornalisti , e soprattutto come cittadini ( e cittadine ) francesi ed europei , non accettiamo la rassegnazione che paralizza attualmente il nostro paese . Attraverso questo forum, vogliamo contribuire al dibattito sul futuro democratico dell'Europa e sviluppare ancora di più le proposte Glienicke del gruppo.

E ' tempo di riconoscere : le attuali istituzioni europee sono disfunzionali e devono essere ripensate . La questione centrale è semplice : consentire che la democrazia e le autorità pubbliche riprendano il controllo , per regolare efficacemente il capitalismo globalizzato finanziario del XXI secolo e condurre le politiche di progresso sociale che sono gravemente carenti nell'Europa di oggi .

Una moneta unica con 18 differenti debiti pubblici su cui i mercati possono liberamente speculare , e 18 sistemi fiscali e previdenziali in sfrenata concorrenza con l'altro , non funziona , e non funzionerà mai . I paesi della zona euro hanno scelto di condividere la loro sovranità monetaria , e quindi rinunciare all'arma della svalutazione unilaterale , senza sviluppare nuovi strumenti comuni economici , sociali , fiscale e di bilancio .

Non si tratta di mettere in comune tutte le nostre tasse e la nostra spesa pubblica . Troppo spesso , l'Europa di oggi dimostra stupidamente invadente su temi secondari , e pateticamente impotente su temi importanti .

Dobbiamo invertire l'ordine delle priorità : meno Europa su questioni su cui i paesi membri stanno facendo bene da soli , più Europa quando l'unione è indispensabile . In particolare , la nostra prima proposta è che i paesi della zona euro , a partire da Francia e Germania in comune le loro imposta sui redditi d'impresa ( IS ) .

LA LOTTA ALLA OTTIMIZZAZIONE FISCALE

Da solo, ogni paese si lascia ingannare dalle multinazionali di tutti i paesi che giocano sui vizi e le differenze tra le legislazioni nazionali per non pagare alcuna imposta da nessuna parte . A questo proposito , la sovranità nazionale è diventato un mito .

Per combattere ottimizzazione fiscale , dobbiamo delegare a un'autorità sovrana europea il compito di determinare una base comune il più ampia possibile rigorosamente controllata. Si può immaginare che ogni paese continui a definire la propria aliquota fiscale su questa base comune , con un tasso minimo del 20 % , e un tasso aggiuntivo viene prelevato livello federale , dell'ordine di 10 % . Ciò fornirebbe al proprio bilancio nella zona euro , un prelievo dell'ordine del 0,5% a 1 % del prodotto interno lordo .

Come ha mostrato il gruppo é Glienicke tale capacità fiscale consentirebbe alla zona euro azioni di stimolo e di investimento , tra cui l'ambiente , infrastrutture e formazione . Ma a differenza dei nostri amici tedeschi , sembra essenziale che il bilancio sia alimentato da una tassa europea , non dai contributi degli Stati membri .

In questi tempi di difficoltà di bilancio , la zona euro ha bisogno di dimostrare la sua capacità di aumentare le tasse in modo più equo e più efficiente rispetto agli stati , altrimenti la gente non gli darà il diritto di spendere .

Oltre a ciò , sarà necessario generalizzare molto rapidamente all'interno della zona euro scambio automatico di informazioni bancarie e mettere appunto una politica concertata per ripristinare la progressività dell'imposta sul reddito e le informazioni sul patrimonio . Mentre conduce una politica attiva comune contro i paradisi fiscali dell'area esterna . L'Europa deve contribuire a portare la giustizia fiscale e volontarismo politico nella globalizzazione : qual è il significato della nostra prima proposta .

STABILIRE UNA CAMERA PARLAMENTARE

La nostra seconda proposta , la più importante è conseguenza della prima . Per Votare la base imponibile delle aziende , e più in generale e adottare decisioni fiscali , finanziarie democraticamente e in maniera sovrana che decidano sul futuro che vogliamo condividere, dobbiamo stabilire una camera parlamentare l'area dell'euro .

Ci uniamo ancora una volta al gruppo tedesco degli amici di Glienicke i , che però è incerto tra due opzioni: o il Parlamento della zona euro che raccoglie i deputati dei paesi interessati , o una nuova camera , che raccoglie alcuni dei membri dei parlamenti nazionali - per esempio , 30 deputati francesi dell'Assemblea nazionale , 40 membri del Bundestag tedesco , 30 deputati italiani , ecc , a seconda della popolazione di ciascun paese , secondo un principio semplice : un cittadino , un . voce .

Questa seconda soluzione , che utilizza l'idea della Camera europea fatta da Joschka Fischer nel 2011 , crediamo che sia l'unica formula per muoversi verso l'unione politica . E 'impossibile privare completamente i parlamenti nazionali del loro potere di votare le tasse. Esso si basa invece sulla sovranità parlamentare nazionale che possa costruire una sovranità parlamentare europea condivisa .

In questo schema , l'Unione europea avrebbe due camere : l'attuale Parlamento europeo , eletto direttamente dai cittadini di 28 paesi e la Camera europea , che rappresentano gli Stati attraverso i loro parlamenti nazionali .

La Camera europea inizialmente riguarderebbe i paesi della zona euro che vogliono andare verso maggiore unione politica , fiscale e di bilancio . Ma sarebbe destinato ad ospitare tutti i paesi dell'UE che accettano di seguire questa strada . Un Ministro delle Finanze della zona euro e, infine, un vero e proprio governo europeo sarebbe responsabile di fronte alla Camera europea.

USCIRE DALL'ATTUALE INERZIA

Questa nuova architettura democratica dell'Europa permetterebbe e finalmente di superare l'inerzia attuale , e il mito che il Consiglio dei capi di Stato dovrebbe servire come una seconda Camera che rappresenta gli stati . Questa brutta favola segna l'impotenza politica del nostro continente : è impossibile rappresentare un paese con una sola persona , tranne che rinunciare al blocco imposto all'unanimità.

Per passare infine alla regola della maggioranza sulle decisioni fiscali e di bilancio che i paesi della zona euro hanno scelto di condividere , è necessario creare un vero e proprio Camera Europea , dove ogni paese è rappresentato da membri che rappresentano tutte le convinzioni politiche , e non solo dal loro capo di stato .

Molti si oppongono le nostre proposte sostenendo che non è possibile modificare i trattati , e il popolo francese non vuole un approfondimento dell'integrazione europea . Queste argomentazioni sono false e pericolose . Trattati vengono modificati costantemente, e lo sono stati nel 2012: il caso è stato risolto in appena sei mesi . Purtroppo , è stata una cattiva riforma dei trattati , che ha approfondito un federalismo tecnocratica e inefficiente .

Sostenere che al pubblico non piace l'Europa di oggi , e concludere che nulla dovrebbe cambiare per gli aspetti essenziali per il funzionamento e le istituzioni , è un'incoerenza colpevole . Quando le nuove proposte di riforma dei trattati proverranno dal governo tedesco nei prossimi mesi , nulla dice che saranno più soddisfacenti di quelli del 2012 . Piuttosto che aspettare oziosamente , è necessario che un dibattito costruttivo inizi oggi in Francia , perchè l' Europa diventi finalmente sociale e democratica .

 http://www.glienickergruppe.eu/english.html

http://www.lemonde.fr/idees/article/2014/02/16/manifeste-pour-une-union-politique-de-l-euro_4366865_3232.html

 

la controriforma in europa contro l'aborto. Chi li aiuta ?

 

il fondi di Giovanni de Mauro su internazionale del 31/1 6/2 2013 si intitola fantascienza, e sembra un incubo fantascientifico ciò che racconta .In Spagna  Il 20 dicembre il governo ha approvato la Ley de protección de la vida del concebido y de los derechos de la mujer embarazada.

" La legge prevede l’interruzione di gravidanza solo in casi di violenza sessuale (sino alla dodicesima settimana) e quando sia accertato da due medici diversi un “serio e durevole pericolo per la salutef isica e psichica” della madre. Le eventuali malformazioni
del feto, anche gravi, non saranno più considerate suicienti. Sarà ripristinato il divieto per le minorenni di abortire senza
il consenso dei genitori. In caso di aborto illegale i medici saranno processati e alle donne potrebbe essere inflitta una
sanzione amministrativa. Se la nuova legge sarà approvata dal parlamento – dove il Partito popolare ha la
maggioranza assoluta – in Spagna interrompere la gravidanza non sarà più un diritto, ma un reato depenalizzato."

Per ricordare che ovunque spetta sempre alle donne decidere sono previste manifestazioni sia in Spagna in Europa , si perchè non è un caso isolato

 Il 10 dicembre il parlamento europeo ha bocciato la Risoluzione Estrela, che chiedeva in particolare il diritto all’aborto legale e sicuro per le donne di tutti i paesi dell’Unione. Decisiva l’astensione di sei deputati italiani del Partito democratico (Silvia
Costa, Franco Frigo, Mario Pirillo, Vittorio Prodi, David Sassoli, Patrizia Toia).

e come ricorda il sito "formiche" la posizione dei 6 europarlamentari teoricamente del gruppo socialista e democratico sono state un problema , tra l' altro perchè i sei "europeisti" hanno votato a favore di una risoluzione che rinviava il problema alla comptenza degli stati nazionali . "Il problema si è posto quando 5 europarlamentari renziani (Silvia Costa, Franco Frigo, Vittorio Prodi, David Sassoli e Patrizia Toia) e uno legato a Fioroni (Mario Pirillo) non hanno votato contro la mozione dei conservatori, provocando l’approvazione di quest’ultima con 334 voti a favore, 327 contrari e 35 astenuti e la decadenza della proposta firmata dai socialisti.
Immediate sono state le prese di distanza dagli europarlamentari italiani da parte del presidente del gruppo S&D Hannes Swoboda, da organizzazioni come Amnesty International e dai deputati dalemiani (su tutti, Roberto Gualtieri) che non solo hanno attaccato gli italiani per come hanno espresso il voto, ma anche per non aver precedentemente comunicato l’intenzione di votare in difformità dal gruppo."

http://www.formiche.net/2013/12/15/ecco-la-grana-renzi-segretario-del-pd/

le fandonie su signoraggio e svalutazioni competitive

NOISE FROM AMERIKA è un sito di accademici , per lo più di indiirzzo liberista , con incarichi  o attività negli USA, non semprfe le teorie espeoste sono condivisibili , ma iìlo sforzo per sfatare luoghi comuni e chiacchiere da bar è spesso interessante  . E' il caso dell' articolo di Francesco Lippi , docente di economia all' università di Cagliari sui luoghi comuni che circolano sull' euro , ne riportiamo alcuni brani , rinviando al link per l' articolo integrale 

 

Signoraggio, svalutazioni e sovranità monetaria

La grave situazione economica dell'Italia sta portando molti a individuare nell'euro, e nel trasferimento della sovranità monetaria da Roma alla Banca Centrale Europea, una causa degli attuali problemi. Da diverse parti politiche (Grillo, Casapound, Lega, Forconi...) si sente auspicare che il paese si riappropri della propria sovranità.  Purtroppo  il dettaglio di questa proposta viene raramente articolato con precisione: si dice che  rinunciando alla propria moneta abbiamo (i) perso il "signoraggio", (ii) perso la possibilità di monetizzare il debito pubblico (ripagarlo stampando moneta) e (iii) perso la capacità  di svalutare. 

.....

Il signoraggio è il  reddito derivante dall'attività di stampare moneta. ....Un giovane lettore potrebbe sospettare che partecipando all'euro l'Italia abbia quindi perso il proprio signoraggio (in quanto non si stampano più lire). Possiamo rassicurarlo che non è cosi. Oltre il 90 per cento del signoraggio prodotto nell'area dell'euro viene redistribuito ai vari paesi partecipanti in misura proporzionale alle loro "capital keys" (i conferimenti alla BCE); in soldoni in misura proporzionale al loro PIL; la Banca d'Italia, fatti gli accantonamenti a riserva, trasferisce quindi il signoraggio  ricevuto  (denominato ``reddito monetario'' nel bilancio, e gli altri eventuali profitti dopo le imposte) al Tesoro (non, come sostengono alcuni ai suoi azionisti).  Da questo punto di vista e'  interessante notare che la forte domanda di euro dal momento della sua creazione ha portato a tutti, Italia compresa, guadagni da signoraggio che con la lira era difficile avere (chi, nel mondo,  domandava lire come riserva di valore?)  in questo senso l'euro ha ereditato il ruolo del Marco divenendo ancora più appetibile (la circolazione di banconote in euro ha registrato crescita a 2 cifre per quasi un decennio dalla sua nascita).  Non e'  vero pertanto che l'Italia (o altri stati  dell'area)  abbia trasferito a Francoforte il diritto su questa fonte di reddito.  ......

 

SVALUTAZIONE COMPETITIVE

(1)  la svalutazione crea inevitabilmente effetti distributivi:   aiuta l'export a spese dei consumi degli altri cittadini (per i quali aumentano i  consumi  legati all'import).  Si può discutere di quanto aumenti l'import:   per svalutazioni grandi c'e' molta  evidenza che i prezzi al dettaglio dei beni importati, pur aumentando notevolmente meno della svalutazione del cambio nominale,  pur sempre aumentano (si veda la figura 1 del paper di Burnstein, Eichenbaum e Rebelo). Inoltre, c'e' un effetto diretto sul benessere perche' la sostituzione dei beni di importazione (piu' cari) con quelli di produzione interna (piu' economici) previene maggiore inflazione ma lascia il consumatore con un paniere di beni peggiore, dal suo punto di vista. Ma non e'  questo il punto qui (leggete il prossimo paragrafo).  (2)  per funzionare, una svalutazione deve essere unilaterale:  se Italia e Spagna fanno a gara a vendersi mattonelle contro Jamon, potrebbero finire entrambe a cambio invariato ma con alta inflazione; la prevenzione di queste guerre del cambio  (ex-post inefficaci)  fu uno dei motivi  a sostegno del coordinamento monetario in Europa.    (3)  anche quando è unilaterale la svalutazione difficilmente ha effetti duraturi: i prezzi interni si aggiustano al cambio svalutato e  c'e'  bisogno di una nuova svalutazione  per rimanere competitivi (facendo  aumentare nuovamente il prezzo al consumo delle importazioni).

 

http://noisefromamerika.org/articolo/signoraggio-svalutazioni-sovranita-monetaria-6

 

 

 

IL POPULISMO E L'EUROPA

 

Sul numero del 29 novembre di Internazionale Josè Inacio Torreblanca e (professore di scienze politiche alla Uned di Madrid, columnist del País e direttore della sede spagnola dell’European council on foreign relations.) ha toccato il tema della crescita dei movimenti populisti in europa in relazione alle prossime elezioni

in Francia i sondaggi danno il Front national di Marine Le Pen al primo posto tra le preferenze degli elettori, con il 24 per cento delle intenzioni di voto, due punti in più rispetto alla destra conservatrice e sei in più rispetto al Partito socialista al governo. Nel Regno Unito l’Ukip di Nigel Farage potrebbe raggiungere un risultato simile a quello dei conservatori del primo ministro David Cameron.

Nei Paesi Bassi la popolarità della formazione xenofoba di Geert Wilders non fa che aumentare. La lista dei partiti e dei movimenti è lunga: la destra populista è solidamente radicata anche in Danimarca, Belgio, Italia, Svezia, Finlandia, Grecia, Ungheria, Romania, Slovacchia e Bulgaria.”

 

Molti di questi partiti esistono da tempo e hanno ottenuto successi e sconfitte ma “hanno imparato dai loro errori e hanno raffinato le loro strategie per attirare più elettori. Molti hanno messo da parte o relegato in secondo piano gli elementi più esplicitamente minacciosi del loro discorso, cercando di non rivolgersi solo ai giovani maschi violenti e non istruiti con cui tradizionalmente erano identificati dalla gente e sui mezzi di comunicazione. Oggi questi partiti si rivolgono ad altre generazioni, soprattutto a chi è più avanti con l’età e ha nostalgia del passato, e in generale a tutti quelli che sentono l’identità nazionale minacciata dall’immigrazione o dalla crisi economica, comprese per la prima volta molte donne.”

Si presenteranno alle elezioni europee , pur essendo antieuropeisti , infatti “ Le elezioni per il parlamento di Strasburgo gli interessano non tanto per conquistare influenza a livello europeo, ma perché vogliono ottenere potere politico, risorse istituzionali e visibilità politica da sfruttare all’interno dei confini nazionali. Alcuni di questi partiti vorrebbero influenzare alcune scelte politiche europee, soprattutto nell’ambito dei diritti e delle libertà dei migranti e delle minoranze ma sono consapevoli di non avere i numeri e la capacità di coordinamento necessari per farlo. Chi li osserva al parlamento europeo sostiene che sono talmente ostili all’Europa da aver votato persino contro le misure per aumentare la sorveglianza delle frontiere esterne dell’Unione europea, che in teoria dovrebbero ridurre il numero degli immigrati irregolari. Perché? Perché la loro soluzione non è mai “più Europa”, ma meno Europa”

Vogliono semplicemente il ritorno alle frontiere nazionali. D'aqltra aprte al di là di alcuni slogan comuni sono profondamente divisi : “I populisti olandesi, danesi, svedesi e in parte i finlandesi sono prima di tutto islamofobi: considerano l’islam e gli islamici i nuovi fascisti, paragonano Il Corano al Mein Kampf di Adolf Hitler e, mettendo il velo al centro della lotta politica, si propongono come difensori dei diritti delle donne. Il movimento olandese difende i diritti degli omosessuali. Considerando anche il suo atteggiamento filoisraeliano, il movimento di Wilders è ben lontano dalla destra populista dell’Europa centrale e orientale, che è fondamentalmente antisemita, omofoba e in molti casi filofascista, se non apertamente neonazista. Il Front national di Marine Le Pen e l’Ukip di Nigel Farage sono contrari all’immigrazione anche per quanto riguarda i cittadini degli stati dell’Unione europea come Bulgaria, Romania, Polonia e i paesi baltici, le alleanze a Strasburgo con i partiti che provengono da questi paesi sarebbero difficili e fragili.

In pratica serviranno sopratutto ad indebolire il Parlamento .

 

Per una nuova socialdemocrazia

Un' intervista , certo di non facile lettura , del sociologo inglese Colin Crouch, professore emerito all’Università di Warwick, su una prospettiva di nuova socialdemocrazia . Colin Crouch ha realizzato molta della sua opera negli ambienti vicini alla Fabian Society, forse l' ala del socialismo europeo più vicina al mazzinianesimo . Un frase dell'iintervista di  Crouch " in primo luogo, riconoscere sia i vantaggi  del mercato, sia i suoi limiti. Accettarne apertamente i vantaggi rende  più convincente la nostra insistenza sui seri problemi che provoca. La  definizione di tali problemi è il secondo aspetto: l’ingresso del  mercato in ogni ambito della nostra vita provoca delle vittime,  danneggia degli interessi, che non possono essere né protetti né  ricompensati dal mercato stesso. Per questo, servono interventi sia  dello stato sia di altri soggetti." non è certo assente dall' impostazione più propria del repubblicanesimo sociale

D'alra parte in un altro articolo sul pensiero di Crouch, viene messo in luce un tema che come repèubblicani abbiamo approfondito più volte . la non coincidenza fra liberalismo e democrazia "Una vulgata un po’ approssimativa ha affermato la coincidenza fra società liberale e democrazia forte. Crouch individua invece qui un primo cortocircuito: la tendenza all’eguaglianza (tipica della democrazia) e le “libere opportunità” del liberalismo tendono a entrare in conflitto, spesso a vantaggio delle seconde sulla prima."

Questa comunqeu l'intervista

La sfida della nuova socialdemocrazia

NEL SUO ULTIMO LIBRO, MAKING CAPITALISM FIT FOR SOCIETY, APPENA USCITO IN  INGLESE PER POLITY PRESS E NON ANCORA TRADOTTO in italiano, il sociologo inglese Colin Crouch, professore emerito all’Università di Warwick,  sottolinea con insistenza il bisogno che la socialdemocrazia diventi  «assertiva», che si faccia più audace, che esca dalla postura difensiva  degli ultimi anni, perché il suo compito rappresentare quanti nel  sistema capitalistico hanno meno potere è un «compito permanente, oggi  più attuale che mai».
Per farlo, sostiene l’autore di Postdemocrazia e de Il potere dei giganti (entrambi pubblicati da Laterza), la  socialdemocrazia dovrebbe adottare un «doppio passo», riconoscendo la  continuità con la sua tradizione storica ma allo stesso tempo  rinnovandosi, così da rispondere alle esigenze e alle caratteristiche  della società attuale, postindustriale. Stamane Colin Crouch parteciperà alla quinta edizione del Salone dell’editoria sociale per parlare de  «La società dei diseguali. Welfare, politica ed economia dentro la  grande crisi». Abbiamo approfittato della sua presenza a Roma per porgli alcune domande.
Professor Crouch, partiamo proprio dalla più difficile: che volto dovrebbe avere il nuovo progetto socialdemocratico?
«Sono tre le strade da seguire: in primo luogo, riconoscere sia i vantaggi  del mercato, sia i suoi limiti. Accettarne apertamente i vantaggi rende  più convincente la nostra insistenza sui seri problemi che provoca. La  definizione di tali problemi è il secondo aspetto: l’ingresso del  mercato in ogni ambito della nostra vita provoca delle vittime,  danneggia degli interessi, che non possono essere né protetti né  ricompensati dal mercato stesso. Per questo, servono interventi sia  dello stato sia di altri soggetti. Il compito specifico della  socialdemocrazia contemporanea è quello di distinguere tra questi  interessi, individuando quelli che vanno sostenuti non tutti lo sono e  unificando quelli che possono rendere la società più equa (come i  problemi dell’ambiente e della precarietà sul mercato del lavoro).  Infine, dobbiamo comprendere la natura dei nuovi ceti sociali  dell’economia post-industriale, che ancora non hanno trovato un’autonoma espressione politica. Il blairismo della cosiddetta “Terza via” aveva  ragione a pensare che il centrosinistra non potesse più essere  espressione della classe operaia industriale, ma aveva torto nel  dimenticare il radicamento in questi ceti sociali, la cui caratteristica è l’essere costituiti prevalentemente da donne. Questo vuol dire che,  così come nella società industriale gli interessi di tutti venivano  definiti secondo una prospettiva maschile, nel nuovo progetto della  socialdemocrazia postindustriale tali interessi vanno definiti secondo  una prospettiva femminile».
Uno dei problemi della socialdemocrazia  rimane però la difficoltà a comprendere chi rappresentare e come farlo.  Per evitare l’irrilevanza o l’ulteriore, progressivo ridimensionamento  della propria base sociale, ai partiti di sinistra e ai sindacati lei  suggerisce un rinnovamento nella forma organizzativa (meno  centralizzata) e nell’identità politica (meno monolitica e ortodossa).  Come rinnovarsi senza perdersi?
«Si tratta di una sfida difficile. Le nuove generazioni non accettano più i vecchi modelli organizzativi (un  problema che riguarda anche le aziende). Cercano e inventano nuovi  modelli, meno formali. Il movimento socialdemocratico si è sviluppato  nel periodo del capitalismo e della politica delle grandi burocrazie, ma di fronte ai cambiamenti della società sarebbe uno sbaglio se  mantenesse quelle caratteristiche. Inoltre, ai suoi esordi il movimento  operaio si è sviluppato in una società dominata da forze antagoniste, di natura aristocratica, borghese, ecclesiale. E in molti Paesi ha cercato di costruire un vero e proprio mondo a sé, una diversa cultura. Si  trattava di una risposta difensiva, di una reazione a una situazione  ostile. Oggi una strategia isolazionistica sarebbe quasi impossibile,  oltre che inutile. Le idee del welfare state, dei diritti universali, di un certo livello di uguaglianza della cittadinanza, sono molto diffuse  nelle istituzioni, nei tribunali, nelle scuole, nelle università. In un  certo senso sono i neoliberisti a dover contrastare queste idee  dominanti, oggi. È un’occasione da non perdere. La perderemmo se il  movimento socialdemocratico si richiudesse in se stesso».
Nei suoi  libri «Il potere dei giganti» e «Making Capitalism Fit for Society», lei stesso però riconosce il grande paradosso del nostro tempo: il  neoliberismo è all’origine della crisi, dell’insicurezza sociale ed  economica di molti lavoratori, ma rimane l’ideologia politica dominante, mentre i socialdemocratici restano sulla difensiva. Perché?
«Il  problema principale è il potere. L’attuale capitale globale può  esercitare una potenza tremenda, in termini economici e politici. Come  può essere contestata una simile concentrazione di potere da una forza  politica che rappresenta la gente “normale”, senza grandi risorse e  senza un’idea chiara della propria identità politica? In ogni caso,  benché potente in termini economici e politici, il neoliberismo non è  altrettanto forte quanto a consenso nei sentimenti popolari. I partiti  politici più o meno “puramente” neoliberali sono minoritari come in  Germania il Freie Democratische Partei, che dopo le ultime elezioni ha  perso i suoi seggi nel Bundestag. Per questo il neoliberismo ha sempre  bisogno di alleanze, sia con la democrazia cristiana sia con forze  particolari come il Tea Party negli Stati Uniti». Nonostante le forti  critiche che rivolge alle politiche di austerità, lei continua ad  attribuire all’Unione europea «il compito principale di costruire  alternative praticabili al neoliberismo dentro una cornice  capitalistica».
Cosa possiamo realisticamente aspettarci dall’Unione  europea? E come risponde a chi, anche a sinistra, è tentato dal ritorno  al nazionalismo economico e al protezionismo, come risposta alla crisi?
«Affrontare i problemi di natura globale con un ritorno alle politiche nazionali  sarebbe un progetto alla Don Chisciotte, oltre che un ritorno a un  passato irrecuperabile. Uno dei problemi dei nostri giorni è che abbiamo forze economiche globali e democrazie nazionali. Si tratta di una lotta impossibile. In un contesto globale, i singoli stati europei perfino la Germania sono soggetti più piccoli e deboli dei grandi attori del  futuro: gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, gli altri Paesi Brics. Tra questi, nessun Paese vanta politiche sociali come quelle europee, le  quali, benché minacciate, continuano a offrire sistemi di welfare-state  avanzati e sindacati protagonisti della vita pubblica. Senza delle  istituzioni europee forti e democratiche tutto questo andrà perso. So  bene che l’attuale Unione europea è nemica dei miei valori politici e  sociali, ma dobbiamo provare a cambiarla. Non vedo alternative. Di  certo, non è un’alternativa né il nazionalismo economico né il  protezionismo, che rimane una politica di destra, se non fascista, che  protegge solo i grandi imprenditori. A farne le spese sono la  maggioranza del popolo e le piccole imprese».
(di Giuliano Battiston l’Unità 2.11.13)
 
 
Qui invece l'altro testo citato
 

 

I Cattolici del PD sanno dove non andare

I CATTOLICI DEL PD SANNO DOVE NON ANDARE , DOVE ANDARE INVECE E' UN MISTERO Epifani ha annunciato che " tra febbraio e marzo avremo l’onore di organizzare a Roma, per la prima volta, il congresso del Pse”. Non solo: dal palco di un incontro pubblico, a Milano, organizzato dal candidato alla segreteria Gianni Cuperlo Epifani aggiunge che l’organizzazione dell’assemblea dei socialisti europei è “un segno di appartenenza che dice quali sono le nostre radici e i nostri legami”.

C'è stata subito un'alzata di scudi d parte dei cattolici del partito da Castagnetti a Fioroni , si è evocato il patto fondativo del PD , si è evocata la rinascita della Margherita (purtroppo il tesoriere della medesima Luigi Lusi non potrà collaborare) .

Il punto - ad avviso di chi scrive - è abbastanza semplice : a maggio 2014 ci saranno le elezioni europee il PSE ha proposto una personalità come Martin Schulz a presidente della commissione , che come si vede dal post che inizia questa discussione propone una linea alternativa alla tragica sequela di errori imposti in nome dell' Europa dai governi conservatori , quello della Merkel in primo piano.

Il PD deve decidere da che parte sta , sembra assodato che appoggerà Schulz , ma lo farà con un piede dentro ed uno fuori o parteipando organicamente alla preparazione del programma e delle strategie. L' Italia sarà rappresetnata inq uesto progetto poltico , da chi e come ?

Ai cattolici del PD ovviamente spiace che non esista un partito cattolico sociale nello schieramento progressista europeo, come certamente spiace al gruppo di amici che ha fondato questo sito e si riconosce in Repubblica e Progresso che non ci sia un Partito azionista o magari di socialismo fabiano , a qualcuno andrebbe bene anche liberalprogressista . Ma il progetto di Prodi all' inizio di questo secolo di staccare le ali più progressite del PPE e dell' ALDE e portare ad una sorta di PD europeo , non è mai neppure partito . La proposta progresssita che conto a livello europeo è rappresentata dal PSE . Non si può che prenderne atto

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/09/pd-epifani-organizziamo-congresso-pse-fioroni-allora-torna-la-margherita/772031/

UAAR il PSE e la scelta laica che manca al PD

L' UAAR inserisce il dibattito nel PD sull' adesione al PSE nell' ambito della mancata scelta laica di quel partito

La sinistra non è nata per essere clericale

Ancora una volta si accentuano nel Partito Democratico le differenze tra identità, tra ex democristiani ed ex comunisti. A lanciare il dibattito è stato stavolta il segretario Guglielmo Epifani, quando ha annunciato che il prossimo congresso del Partito Socialista Europeo in calendario tra febbraio e marzo prossimi sarà organizzato dal Pd per la prima volta a Roma. Perché “è un segno di appartenenza che dice quali sono le nostre radici e i nostri legami”, ha affermato durante un incontro pubblico organizzato a Milano dal candidato alla segreteria Gianni Cuperlo.

Vari esponenti dell’ala cattolica del Pd hanno criticato Epifani, anche con una lettera di diversi parlamentari ad Europa, quotidiano di riferimento dell’area teodem. Dove si lamenta che nel dibattito in seno al Pd il termine “progressista” abbia preso piede rispetto a “riformista”. “Il Pd non era nato per essere solo la sinistra”, si legge, “qui sta il tema irrisolto”. Non poteva mancare la chiosa sulla “rivoluzione di papa Francesco, che apre una nuova stagione nella Chiesa che inevitabilmente interroga anche la politica“. Tra le ragioni dello scontento, il fatto che tutti e quattro i candidati a segretario chiedono che il Pd aderisca al Pse, ritenuto probabilmente come troppo laico. Perché la vera questione, “in larga misura ancora irrisolta”, è il “rapporto tra il Pd e il mondo cattolico”: l’inadeguato “coinvolgimento del popolo cattolico” e i rapporti da migliorare “tra laici e cattolici”. Che, evidentemente, non vogliono proprio essere identificati come “laici”.

 

La reazione della componente popolare mostra come il Pd non abbia ancora risolto il dilemma della propria collocazione, anche a livello europeo. Nel centrosinistra ha preso piede una “doppia tentazione”, cioè un atteggiamento meno esplicitamente confessionalista rispetto alla destra ma pur sempre tale, che viene stemperato in senso multiculturalista per venire incontro alle minoranze di origine straniera, identificate con il credo religioso. Entrambe le strade vanno a scapito della laicità, e spiegano largamente gli italici ritardi su temi quali il fine-vita, le coppie di fatto e i diritti gay, su cui negli altri paesi occidentali persino conservatori e progressisti si incontrano. L’ossequio del Partito Democratico alla Chiesa cattolica non gioca neppure a suo favore, tanto che è stato proprio un tema come i Dico a minare il governo di Romano Prodi. Quanto poi sia proficuo dal punto di vista elettorale non è dato  a sapere: si può comunque constatare che i consensi attuali del Pd non vanno granché oltre quelli che aveva raggiunto da solo il Pds.

 

Negli altri paesi europei non è proprio concepibile, o rimane di nicchia, un amalgama come il Pd: i credenti clericali solitamente si collocano a destra, mentre i credenti laici a sinistra. Solo in Italia si deve vedere tanto clericalismo a sinistra, ulteriormente incentivato negli ultimi mesi dall’ossequio verso Francesco. Il fatto che numerosi parlamentari Pd non si definiscano di sinistra conferma che l’anomalia è proprio il Pd. Ed è chiamato a risolverla facendosi realmente laico. Altrimenti i contrasti tra correnti andranno avanti fino all’inevitabile implosione. Una sorta di suicidio clericalmente assistito.

http://www.uaar.it/news/2013/11/14/sinistra-non-nata-clericale/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=sinistra-non-nata-clericale

 a ex democristiani ed ex comunisti. A lanciare il dibattito è stato stavolta il segretario Guglielmo Epifani, quando ha annunciato che il prossimo congresso del Partito Socialista Europeo in calendario tra febbraio e marzo prossimi sarà organizzato dal Pd per la prima volta a Roma. Perché “è un segno di appartenenza che dice quali sono le nostre radici e i nostri legami”, ha affermato durante un incontro pubblico organizzato a Milano dal candidato alla segreteria Gianni Cuperlo.

Per un'altra europa non è antieuropeismo

l' amico FrancescoS su facebook ci segnala questo articolo di Barbara Spinelli come "sintesi il programma per le elezione europee per una sinistra democratica degna di questo nome"

Europa, l'ufficio delle lettere smarrite

Etichettare come populisti e reazionari tutti i movimenti di protesta che nascono significa eludere le radici del problema. L'Ue così com'è oggi non è minacciata dalla rabbia dei propri cittadini, ma dai governi restii a delegare sovranità nazionali
di BARBARA SPINELLI                                                                                                                                               Sono d'accordo con l'auspicio espresso domenica da Eugenio Scalfari: che l'Europa federale nasca, e la moneta unica si salvi. In caso contrario avremo, al posto dell'Unione, tanti staterelli senza lode ma non senza infamia, non amici ma più che mai vassalli della potenza Usa. Torneremo alla casella di partenza: vinti dai nostri nazionalismi come nelle guerre mondiali del '900. 
Sono meno d'accordo con il giudizio severo sui movimenti di protesta che ovunque nascono contro l'Europa come oggi è fatta, e ho un'opinione assai meno perentoria su 5 Stelle. Chi ascolti Grillo con cura sarà certo colpito dalle sue incongruenze; specie quando indulge alla xenofobia, procacciatrice di voti. Ma non s'imbatterà nel nazionalismo, né in vero antieuropeismo. Populismo è un'ingiuriosa parola acchiappatutto che non spiega nulla. Come spesso nella nostra storia, è sotterfugio autoassolutorio di chiuse oligarchie: lo spiega Marco D'Eramo in uno dei migliori saggi usciti in Europa sul populismo come spauracchio (Micromega 4-13). Serve a confondere l'effetto (la rabbia dei popoli, il suo uso) con la causa (l'Europa malfatta, malmessa). Letta fa la stessa confusione, nell'intervista alla Stampa di venerdì.

Qualche giorno fa Grillo ha detto sulla crisi dell'Unione cose sensate, che nessun nazionalista direbbe: un'Europa che si dotasse di strumenti finanziari (tra cui gli eurobond), e che mettesse in comune i debiti, potrebbe far molto per superare le difficoltà e salvare se stessa. Purtroppo c'è nel M5S chi propugna l'uscita dell'Italia dall'Euro, fantasticando di rimettere sul trono i re nazionali. Questo significa che Grillo esita a compiere scelte forti, quasi fosse già stanco all'idea di divenire un leader che educhi, unifichi. Non significa che i 5 Stelle siano assimilabili a Marine Le Pen, o ai neo-nazisti in Grecia e Ungheria. Anche se il protezionismo mentale li tenta, è difficile immaginare che un movimento nato dalla congiunzione di iniziative cittadine del tutto estranee al nazionalismo sfoci in destra estrema.

La questione di fondo è dunque un'altra. Non il nome interessa sapere, ma perché in Europa cresca un'umanità così infelice, disgustata. Chiamarla populista o reazionaria è fermarsi alle soglie del perché. La domanda sulle radici del grido è elusa. E la risposta è inservibile, se proteste e proposte tra loro tanto dissimili vengono espulse come grumo compatto che intasa chissà quale progresso.

Bollare un intrico di sdegni e rifiuti vuol dire ignorare che l'Europa di oggi distilla veleni cronici. Non basta dirla per farla, alla maniera performativa dei governi attuali. Vuol dire nascondere quel che pure è evidente: nazionalismo e conservazione sono vizi che affliggono i vertici stessi e le élite degli Stati dell'Unione. Anche qui vale la pena andare oltre le parole: se si esclude la Francia, Federazione non è più vocabolo tabù. Molti oggi l'invocano. Ma senza che al verbo seguano atti concreti: la messa in comune dei debiti, una crescita alimentata da eurobond e da risorse europee ben più consistenti di quelle odierne. E ancora: un Parlamento europeo con nuovi poteri, e una Costituzione comune che sia espressione dei cittadini. Un'Europa che sia per loro un rifugio in tempi di angoscia, e non il guscio che protegge un'endogamica oligarchia di potenti che si blindano a vicenda.

L'Europa così com'è non è minacciata dalla rabbia (di destra e sinistra) dei propri cittadini. È minacciata da governi restii a delegare sovranità nazionali non solo finte ma usurpate, visto che sovrani in democrazia sono i popoli. La crisi del 2007-2008 la tormenta smisuratamente a causa di tali storture. Un'austerità che accentua povertà e disuguaglianze, un Patto di stabilità ( Fiscal Compact) che nessun Parlamento ha potuto discutere: l'Europa che si vuol ripulire dai populismi è questa. È la miseria greca; sono gli occhi che spiano il debole, come nei Salmi. È la corruzione dei governi, che si ciba di disuguaglianze e di falsa stabilità.

Il caso delle sinistre radicali in Grecia è esemplare. Il Syriza, una coalizione di movimenti cittadini e gruppi di sinistra, fu bollato come antieuropeo e populista, nelle due elezioni del maggio-giugno 2012. Le cancellerie europee si mobilitarono, dipingendo Syriza come orco da abbattere. Berlino minacciò di chiudere i rubinetti degli aiuti. Ma né Syriza né Alexis Tsipras che lo guida sono antieuropei. Chiedono un'altra Europa, sì, e questo atterrisce l'establishment.

Il 20 settembre, presentando il proprio programma al Kreisky Forum di Vienna, Tsipras ha sorpreso chi l'aveva infangato. Ha detto che l'architettura dell'euro e i piani di salvataggio hanno sfasciato l'Unione, invece di bendarne le ferite. Ha ricordato la crisi del '29, i dogmi neoliberisti con cui fu gestita. Proprio come accade oggi, "i governi negarono l'architettura aberrante dei loro disegni, insistendo sull'austerità e sul mero rilancio dell'export". Ne risultò miseria, "e l'ascesa del fascismo in Sud Europa, del nazismo in Europa centrale e del nord". È il motivo per cui l'Unione va fatta da capo. Riprendendo le idee dei sindacati tedeschi, Syriza propone un Piano Marshall per l'Europa, un'autentica unione bancaria, un debito pubblico gestito centralmente dalla Banca centrale europea, e un massiccio programma di investimenti pubblici lanciato dall'Unione.

Ma Tsipras dice qualcosa di più: c'è un nesso che va denunciato, tra la crisi europea e le corrotte democrazie di Atene e di tanti Paesi del Sud. "La nostra cleptocrazia ha stretto una solida alleanza con le élite europee ", e il connubio si nutre di menzogne sulle colpe greche o italiane, sui salari troppo alti e lo Stato troppo soccorrevole. Le menzogne "servono a trasferire la colpa delle debolezze nazionali dalle spalle dei cleptocrati a quelle del popolo che lavora duramente".

È un'alleanza che non ha più opposizione da quando la sinistra classica ha adottato, negli anni '90, i dogmi neoliberisti. Gran parte della popolazione è rimasta così senza rappresentanza: smarrita, dismessa, punita da manovre recessive che paiono esercitazioni militari. È questa parte (una maggioranza, se contiamo anche gli astensionisti) che protesta contro l'Europa: a volte sognando un irreale ritorno alle monete e alle sovranità nazionali; a volte chiedendo invece un'altra Europa, che non dimentichi il grido dei poveri come seppe fare tra il dopoguerra e la fine degli anni '70. Questo dice Tsipras. Cose simili, anche se più caoticamente, dice Grillo.

Se nulla si muove l'Europa sarà non più riparo, ma luogo che ti espone, ti denuda. Tenuto in piedi da élite di consanguinei  - che campano di favori personali fatti e ricevuti senza che dubbio li sfiori (è il caso Cancellieri); che annunciano una ripresa smentita dai fatti  -  l'edificio somiglia sempre più all'Ufficio delle Lettere morte custodito da Bartleby lo scrivano, nel racconto di Herman Melville. È sfogliando e gettando al macero migliaia di lettere spedite e mai recapitate che Bartleby matura il suo impallidito rifiuto, che a un certo punto lo indurrà a rispondere "Preferirei di no", con cadaverica tranquillità, a qualsiasi ordine o domanda. 

Ecco, l'Europa è oggi quell'Ufficio che ha trasformato il suo impiegato in un infelice: "Lettere morte! (...) Talvolta dalle pieghe del foglio il pallido impiegato estrae un anello: e il dito cui era destinato forse già imputridisce nella tomba; una banconota inviata con la più tempestiva delle carità: e colui che ne avrebbe ricevuto giovamento ormai non mangia più, non soffre più la fame; un perdono per coloro che morirono nello scoraggiamento; una speranza per quelli che morirono senza sperare; buone notizie per quelli che morirono soffocati da non alleviate calamità. Messaggere di vita, queste lettere precipitano nella morte. O Bartleby! O umanità!". 

   http://www.repubblica.it/la-repubblica-delle-idee/polis/2013/11/06/news/europa_l_ufficio_delle_lettere_smarrite-70351701/    

 

 

 

 

 

 

Oltre le primarie la democrazia diretta ?

Perché le primarie non bastano

Un interessante commento di Barbara Spinelli sugli strumenti partecipativi che si stanno diffondendo in particoalre nella sinsitra europea , :Mancano pochi giorni alle primarie del Pd, ed ecco che nella sinistra tedesca si comincia a correre molto più rapidamente, più spavaldamente che in Italia. In gioco non è più soltanto la designazione del leader: pratica che s'è estesa in Europa, tranne nella destra italiana, senza però fermare il degrado dei partiti.Nelle prossime settimane, i 475mila iscritti del partito socialdemocratico (Spd) voteranno sul programma di governo che i propri dirigenti hanno concordato con Angela Merkel, e il 14 dicembre emetteranno la loro sentenza: sì o no alla Grande Coalizione, sì o no alle singole politiche, sì o no a un'alleanza diversa da quella promessa in campagna elettorale. La sentenza sarà accolta se voteranno almeno 95.000 militanti (il 20% dei consultati)"  ......

"Per questo le vicende tedesche sono così importanti per le nostre primarie. Dice Pippo Civati, pensando alla Spd: "Da noi abbiamo un partito ben diverso, che non si fa mai vivo con i suoi elettori". Il Pd declina, mentre Grillo sale. Non basta incoronare il capo, se non si sa bene cosa farà.

Non ammettere la crisi dei partiti, e in genere della democrazia rappresentativa, è la via più sicura per svilire ambedue. Come partito hai un potere dilatato al centro, più danaroso, ma in cambio immoli la fiducia degli elettori e le periferie. Lo spiega con nitida crudezza il politologo Piero Ignazi: il partito diventa un "cartello elettorale statocentrico" - parte dello Stato, non più controparte - ma perde legittimità scansando la società (Forza senza legittimità, Laterza 12). La forza persuasiva di ricostruttori come Fabrizio Barca (il suo candidato è Civati) nasce da analisi simili."

Il tema è importate perchè investe pienamente il tema della crisi della democrazia delegata "Secondo Degenhart, il referendum prefigura un mandato imperativo, assente nella Carta: la base detterebbe legge ai rappresentanti. Non solo: anche il principio del popolo sovrano verrebbe eluso (art. 1 della nostra Costituzione. In Germania l'art. 20 include il "diritto alla resistenza" se la Carta è violata). Non sarebbe il popolo a decidere, ma infime sue porzioni. "La maggioranza vota i rappresentanti della politica, una minoranza vota sui contenuti" (Jasper von Altenbockum, Frankfurter Allgemeine 23-11).

A queste obiezioni, Gabriel replica segnalando il degrado della democrazia rappresentativa: il popolo sovrano non ha votato la Grande Coalizione (da noi non ha eletto le Larghe Intese). Consultare i militanti è forse l'unico modo per frenare la dilagante ripugnanza - in Germania si chiama Basta-Politik - per la politica e i partiti. Incostituzionale è escludere i corpi intermedi fra popolo e Stato (o governo): la vera sovranità apparterrà a ristrette élite di tecnici o parlamentari definiti Saggi. La Carta prescrive infine partiti democratici: anche quest'ordine va rispettato. "Il referendum farà scuola in Europa", aggiunge Gabriel."

http://temi.repubblica.it/micromega-online/perche-le-primarie-non-bastano/