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ALLE RADICI DEL PENSIERO DI UGO LA MALFA (16 5 1903 26 3 1979)

05 lamalfa
 
 

 

67 anni fa Ugo La Malfa e Ferruccio Parri uscivano dal Partito di Azione e con il Movimento di Democrazia Repubblicana si preparavano ad entrare nel Partito Repubblicano . Facciamo seguire alcuni brani del manifesto di quel movimento . I Lettori ne giudicheranno l' attualità . Le evidenziazioni sono nostre.

Da Ugo La Malfa Scritti 1925 1953 Arnoldo Mondadori 1988 pag 358 e segg

. Un grande settore della vita spirituale e sociale del paese non ha trovato eco politica , è rimasto scoperto ed indifeso . Accanto a posizioni ben definite socialiste, cattoliche e conservatrici , contro le posizioni reazionarie, monarchiche e neofasciste non ve ne è stata una immediatamente e direttamente democratica.

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Ma nel riconoscere che finora lo schieramento politico è stato inadeguato noi dobbiamo riconoscere che innumerevoli italiani , rimasti assenti dalla vita politica , nulla fanno per il loro paese , per la causa della democrazia , per i loro diritti . La vita democratica non può essere fondata su una critica esterna , sull' ironia sulla scetticismo , è fondata su grandi correnti di opinioni organizzate e sull' equilibrio che risulta dalla loro azione politica . In tale equilibrio , che è garanzia di di libertà , è dovere inserirsi

 

Se la nostra democrazia è repubblicana non è per una repubblica qualunque ; è cioè per una repubblica ordinata civilmente, stabile , con governi autorevoli, tecnicamente preparati ad affrotnare i loro compiti politici ed amministrativi , con istituzioni permanenti , sottratte allo spirito demagogico e alle esercitazioni di un rivoluzionarismo verbale ed inconsistente

La nostra democrazia è per le autonomia locali e regionali. Ma esse non devono essere intese come attentato allo spirito unitario .

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Attraverso trasformazioni strutturali , tecnicamente preparate , dell' industria e dell' agricoltura , con una politica di lotta ai monopoli , i privilegi e i protezionismi autarchici e corporativisti si può ottenere uno snellimento ed una maggiore produttività del sistema a favore del popolo tutto e uno stabile inserimento nell' economia mondiale

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Il problema degli operai , degli impiegati e in genere delle classi lavoratrici dipendenti è al centro del ostro interesse . La democrazia è minata alle sue basi se lavoratori e impiegati languono nella miseria e nella insicurezza del loro avvenire , se tutti i cittadino non ottengono la certezza di un livello di vita sufficiente a garantire lo sviluppo della propria personalità. E' necessario che le classi lavoratrici abbiano parità di responsabilità , di funzioni e di dignità nella vita sociale , possano elevare le loro proprie condizioni materiali , godere di un organico sistema di sicurezza sociale, essere liberate dalla ricorrente minaccia della disoccupazione , avere possibilità di istruzione in tutti i gradi di scuola.

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I rapporti fra Stato e Chiesa devono essere fondati su un regime di aconfessionalità dello Stato , sullla piena libertà delle coscienze e parità di diritti dei cittadini, sulla libertà di culto e di organizzazione della Chiesa cattolica e delle altre confessioni religiose . La nuova democrazia rifugge da ingerenze giurisdizionalista nella Chiesa, mentre riconosce il valoro morale e sociale della religione

L' accordo fra gli stati , la solidarietà economica il disarmo e la pace devono costituire l'obbiettivo della nostra politica internazionale . Senza una società organizzata di stati che abbia il diritto e il potere di farsi valere non vi è possibilità di pace né avvenire per le nazioni democratiche

Senza una federazione europea nell' ambito dell' organizzazione più vasta , nonvi sarà contributo dell' europa al progresso democratico del mondo

U

Ugo La Malfa , pensare al paese non ai consensi

Un amico che scrive su facebook con il nick name Partito repubblicano Italiano sta diffondendo importanti documenti della storia del repubblicanesimo e del pensiero di Ugo La Malfa in particolare.  Qui sotto riproduciamo un articolo apparso su Epoca nel 1971.

Di particolare rilevo , in un epoca come la nostra in cui ogni posizione per assurda che sia viene giustificata da "ma ci ha fatto raggiungere il tanto per cento dei voti" ci sembra l' affermazione

Purtroppo in questo paese tutto si fa e si dice per raccogliere facili consensi e il maggior numero possibile di voti. È inevitabile che questa visione si scontri con la visione di chi, come noi, ha per primo obiettivo non raccogliere consensi e voti, ma servire il paese, che comporta anche l’affermazione delle più spiacevoli verità.

questo l'articolo integrale

* “Epoca”, 10 giugno 1971; alla vigilia della vasta consultazione elettorale amministrativa del 13 giugno, che vede un rafforzamento dell’estrema destra.

Sono consapevole dello stato d’animo di preoccupazione, d’incertezza, quasi di sfiducia che pervade in questo momento il popolo italiano. Non so cosa dicano sulle piazze le altre forze politiche: temo che via sia ancora dell’ipocrisia nella maniera in cui si conduce la battaglia elettorale. Bisognerebbe invece saper fare l’esame di coscienza e sottoporsi a un duro giudizio critico. Io mi sono ampiamente domandato se il PRI, e io stesso, abbiamo fatto il nostro dovere davanti al paese. Con tranquilla coscienza posso rispondere di sì.
Si teme per la situazione politica generale, per l’ordine pubblico e la tranquillità dei cittadini, per il funzionamento delle istituzioni, per l’andamento dell’economia, per gli sviluppi della situazione sociale gonfia di pericoli: ebbene, dal 1968 ad oggi il PRI non ha fatto che richiamare tenacemente alla realtà, su tutti questi punti, sia le forze interne al centro-sinistra, sia le opposizioni di sinistra. È toccato a noi – partito della sinistra laica, e che si sente profondamente diverso dalla DC – dire ai democristiani quanto fosse pernicioso quel loro frantumarsi in correnti e sottocorrenti, utilizzando per giochi di potere i voti dati dal popolo alla DC per favorire la causa della democrazia e dello sviluppo sociale; e che gli schieramenti e le manovre per arrivare primi nella corsa alla presidenza della repubblica non dovevano pregiudicare l’ordine dei problemi che dovevamo affrontare.

Ai socialisti abbiamo espresso il nostro rammarico per il fallimento dell’unificazione tra PSI e PSDI. Al partito comunista abbiamo detto: non è servire la causa del popolo questo vostro sollecitare dal basso ogni forma di protesta; prima o poi la demagogia e la confusione si pagano. Abbiamo ammonito, in questi anni: contiamo, programmiamo le nostre risorse; ridistribuiamo in maniera più equa il reddito, mettiamo tempestivamente le basi per le grandi e costose riforme, perché poi un’azione improvvisa non ci porti a indebolire il nostro sistema produttivo con pregiudizio di qualsiasi programma e di qualsiasi riforma. Una società non si guida con la improvvisazione e con la fabbrica delle parole. Quando dicevamo tutto questo per primi e da soli, ci chiamavano Cassandre.
E adesso? Adesso siamo in brillante compagnia. Il mondo politico ed economico è preoccupato ad ogni livello. Ma io mi domano se il compito di una classe politica è quello di constatare i fatti negativi o è quello di prevenirli e comportarsi in modo che il male non sorga mai. Il rimprovero lo facciamo alle forze del centro-sinistra e dell’estrema sinistra, ma anche agli amici sindacalisti, che hanno una grossa parte di responsabilità in quello che sta accadendo.

Dall’ “autunno caldo” in qua, troppo scioperi, troppe agitazioni, troppi disordini: col pericolo di indebolire il sistema produttivo, di dare alla nostra economia un andamento da montagne russe, sicché oggi il carrello è precipitato in fondo alla discesa. Perché dare ai lavoratori l’illusione di un passo in avanti che invece non era sicuro e permanente, tant’è che oggi ci troviamo con la minaccia della sottoccupazione, della disoccupazione? In tutto questo tempo abbiamo opposto con tenacia il nostro punto di vista, il nostro programma: prima un aumento di sviluppo del nostro sistema economico, e poi una marcia ascensionale sicura, la conquista di un grandino alla volta, senza mai andare indietro.
Purtroppo in questo paese tutto si fa e si dice per raccogliere facili consensi e il maggior numero possibile di voti. È inevitabile che questa visione si scontri con la visione di chi, come noi, ha per primo obiettivo non raccogliere consensi e voti, ma servire il paese, che comporta anche l’affermazione delle più spiacevoli verità.
È triste dover dire che il tipo di politica economica che si fa in questo paese finirà, alla lunga, per calpestare la causa dei più deboli. È spiacevole dover constatare che l’economia e la finanza pubblica sono avviate verso la spirale drammatica di un sempre maggior costo per una sempre minor efficienza. Così, le strutture pubbliche si perdono lungo una via che sarebbe già pericolosa quando il sistema produttivo fosse in ascesa, mentre risulta addirittura catastrofica ora che il sistema declina.
Solo i repubblicani hanno battuto su questi argomenti con sincerità e costanza. Il “libro bianco” sulla spesa pubblica l’abbiamo chiesto noi. Il governo ce l’ha dato dopo sei mesi. Ma sembra che il popolo italiano non possa ancora conoscere tutta la verità, tutta la gravità della situazione. Potrei comunque andare orgoglioso per ciò che abbiamo, almeno in parte, ottenuto. E invece no. Vorrei chiedere infatti ai responsabili di partiti tanto più grandi e ricchi del nostro: perché lasciate a un partito di minoranza come il PRI tutto il peso, tutta la responsabilità di un dibattito vero sui problemi della vita nazionale?
Una democrazia moderna non vive di chiacchiere, ma di documenti, di cifre, di valutazioni realistiche. Tutti siamo capaci di volere le riforme, però c’è il problema del come pagarle; e se mancherà la ripresa produttiva tutto andrà a rotoli, riforme comprese. Costruiamo una montagna di impegni di carta, ma il cittadino incomincia a sospettare che sotto non vi sia la consistenza necessaria. Certo che vogliamo le riforme, ma in un quadro organico; e vogliamo poi sapere qual è il contenuto di ciascuna riforma: perché si tratta di fatti istituzionali, permanenti nella vita di una democrazia, che non debbono essere cambiati alla carlona sotto la spinta di contingenze politiche, di scadenze elettorali, di giochi di potere; debbono servire alle generazioni di domani; debbono resistere all’urto del tempo.
Tutto questo ci ha portati all’uscita dal governo, al cosiddetto “disimpegno”. È stato, il nostro, un ultimo grave ammonimento alle altre forze politiche. Non abbiamo voluto la crisi perché sapevamo che la formula di governo era senza alternative; non abbiamo neanche disertato la maggioranza; però ci siamo riservati, sui punti essenziali, un giudizio obiettivo, distaccato e severo, perché si serve fedelmente il paese solo avvertendolo sui pericoli della situazione.

Da Ugo La Malfa, La Caporetto economica, Rizzoli, Milano, 1974

 

Il pensiero di Ugo La Malfa distinto da liberali e socialisti

 

Il volume della collana “ Il pensiero dei padri costituenti” (edizioni Sole 24 ore) di Paolo Soddu su Ugo La Malfa contiene una vastissima documentazione, per tutto l' arco dell vita del grande esponente dell' azionismo e del repubblicanesimo.

Molto interessante la parte sugli anni fra la fine della guerra e i primi governi De Gasperi, con l' esperienza azionista e l' insediamento nel partito repubblicano.

Vorremmo qui esaminare in particolare la posizione nei confronti del liberalesimo e del socialismo. Appare chiaro come identificasse la sua posizione come terza ad entrambi .

 

Nel dicembre del 45 ancora nel PdA , quando La Malfa parlava della necessità di una “democrazia nuova ardita, fatta matura dalle esperienze e dagli errori del passato, senza pregiudizi di classe e di casta” , pensava al ruolo di piena responsabilità da parte delle grandi masse popolari a cui spettava “stabilire fino a che punto una contrapposizione schematica e puramente classistica fra ceti borghesi e ceti proletari sia utile alla costruzione comune : quali siano le posizioni parassitarie e quali non siano, fin dove giovi socialmente e fino a dove non giovi l' ordinamento privato o collettivo delle imprese produttive, e fino a che limite sia ammissibile o non sia la formazione e l'investimento individuale del risparmio .

Il PdA era quindi il superamento del paradigma liberale , per porsi al di fuori delle correnti tradizionali liberali , per uno stato regolatore , che però non comporti la necessità di socializzare o statizzare , come vorrebbe la l' ideologia socialista

La democrazia si stacca dalle ideologie tradizionali ( liberalismo e socialismo )” è lo stato di tutti , lo stato che pone a disposizione della grande collettività popolare i più potenti strumenti di civilizzazione : l' economia e la cultura , le libertà politiche , la socializzazione e la non socializzazione ...”

( op cit pag 100)

La critica alle due correnti tradizionali era stata oggetto pochi mesi prima di una dei primi discorsi pubblici , nel quale aveva sostenuto che "sotto il manto delle società democratico liberali vi sia stato fino alla grande guerra il retaggio di forme storiche – monarchie , caste militari e fondiarie , burocrazie- informate a principi reazionari e assolutistici. Ad esse si contrappose il socialismo, “movimento critica della società democratico liberale – diceva La Malfa – al quale noi dobbiamo molto , ma che aveva mancato alla prova suprema , perchè in una società complessa come quella occidentale in cui i ceti sociali degradano e si intrecciano l'uno nell' altro , l' operaio è e non è un operaio , un contadino è e non è un contadino , un piccolo borghese è e non è un piccolo borghese... in confronto a questa realtà il socialismo non è diventato idea di stato , di governo , di rappresentanza di popolo di amministrazione di popolo” (op cit pag 115)

Aggiungiamo noi che sono evidentissimi i richiami alle polemiche del mazzinianesimo nei confronti del marxismo : più ancora che la radicalità del programma sociale era contestata la inadeguatezza del pensiero istituzionale del socialismo.

Temi ripresi in un convegno del PRI del 1951 quando ormai Ugo La Malfa ne era uno degli esponenti più significativi , quando polemizzando con il PCI , escluse di identificare il proprio progetto di democrazia come “un anticomunismo da baraccone o da fiera”, il suo era un progetto coerente con la fase che attraversava l' occidente di “passaggio dall' era capitalista più cruda , dal liberalismo economico più assoluto. Alla democrazia economica moderna , ad una società che può definirsi mazziniana e fabiana insieme” una società che ci ha insegnato “come si combattono le posizioni monopolistiche e i redditi alti, come si evitano le accumulazioni patrimoniali , come si distruggono le zone di privilegio , come si distribuisce il reddito di una società, talchè il più umile dei lavoratori ne riceva la parte sufficiente ai suoi bisogni a un dignitoso livello di vita materiale e morale ,... come si può conciliare, per un risultato sociale più alto, l'intervento dello stato con l' iniziativa privata ...pertanto l' osanno dei liberisti italiani ( e gli interessi organizzati) innalzano all' intrapresa e all' iniziativa privata è tanto ridicolo come l' osanna alle privatizzazioni .” (op cit , pag 164)

 

G.COTTA Verso il 25 aprile nell'insegna dell' AMI

L' amico Giuseppe Cotta dell' AMI di Savona prende spunto dal comunicato dell' AMI sulle elezioni di febbraio per un appella per il 25 aprile . Invitiamo i nostri amici a confrontare la continuità ideale con il manifesto di democrazia repubblicana

 

Ricostruiamo la repubblica

In occasione del 10 marzo la Direzione Nazionale dell’A.M.I. riunitasi a Pisa, nella Domus Maziniana, ha elaborato un manifesto con il titolo riportato qui sopra partendo dall’esame del risultato delle elezioni dei giorni 24-25 febbraio ultimi scorsi che hanno evidenziato come sia doveroso e non più rinviabile il monito di Salvemini di trasformare le proteste in riforme.

Questo noi lo chiamiamo Terzo Risorgimento.

Dopo il risorgimento che ci ha portato all’unità d’Italia e quello, il secondo, che iniziato l’otto settembre 1943 ci ha portato al 25 aprile 1945, poi all’Assemblea Costituente, quindi al referendum e alla promulgazione della Costituzione che istituiva la Repubblica Italiana, una e indivisibile, fondata sul lavoro, noi siamo convinti che occorra un Terzo Risorgimento; senza armi, senza guerra civile, senza dittature ma con la stessa fermezza con la quale i nostri nonni e i nostri padri si sono opposti agli occupanti l’Italia prima e alla dittatura come alla incapacità monarchica di gestire la Nazione.

Da Mazziniani dobbiamo batterci per riaffermare la nozione di Popolo, che non può diluirsi nella cittadinanza titolare di diritti, perché in tal modo si dimenticano i doveri. Da Mazziniani dobbiamo ricostruire la Repubblica impegnandoci per gli obiettivi fondamentali che sono stati indicati nel manifesto programmatico, ma soprattutto promuovere una riflessione nell’opinione pubblica per salvaguardare la democrazia costituzionale e la scelta europea, a cominciare dai seguenti principi:

1.La politica non è una cosa sporca ma la più nobile espressione morale.

2.Il Parlamento, non è un covo di ladri, ma il garante della libertà di ogni singolo cittadino.

3.Lo Stato si moralizza riducendo la burocrazia e combattendo il corporativismo e non demonizzando il pubblico né criminalizzando il profitto.

4.Il disboscamento dei privilegi a tutti i livelli deve rapidamente riaprire ai giovani le vie dello studio e del lavoro, ampliando al tempo stesso i diritti civili.

5.L’Europa è la sola speranza per l’Italia da concretare non solo accettando i sacrifici, ma progettandone il futuro. Ancora una volta, dobbiamo ripetere che l’Italia si salverà solo grazie alla rinascita della politica. Negli ultimi decenni,abbiamo avuto non troppa politica, ma troppo poca! Tanto che gli spazi istituzionali, complici i promotori degli attuali sistemi elettorali nazionali e locali, sono stati riempiti da soggetti non solo inadeguati, ma sostanzialmente privi di legittimazione rappresentativa (liste elettorali composte dai padroni del partito, della coalizione, del movimento).

Ci siamo illusi che bastasse riformare la legge elettorale o peggio modificare la Costituzione per indurre un’evoluzione del sistema politico, che fosse in grado di governare una società post-moderna, dimenticando che invece solo l’educazione e la coscienza, individuali e collettive, possono determinare una selezione efficiente della classe politica e portare alla moralità politica.

La sottrazione al corpo elettorale della scelta dei propri rappresentanti ha accentuato il sentimento di estraneità verso il cosiddetto palazzo portandolo ad un punto ormai talmente critico da poter essere di non ritorno.

L’Italia è in una così grave crisi che appare senza uscita non solo per la corruzione e l’inadeguatezza della classe politica, ma anche e soprattutto perché quest’ultima ha fatto scelte sbagliate di governo ovvero non ne ha proprio fatte rinviando i problemi.

Ma come uscire oggi dalla crisi? Occorre prendere atto che le elezioni non hanno dato un risultato di governo e che hanno semplicemente perpetuato gli irrisolti equilibri della precedente legislatura, dal momento che non si sono presentate offerte politiche nuove. Occorre prepararle e ci vuole tempo. I partiti devono probabilmente scomporsi e ricomporsi per consentire alla maggioranza riformista che esiste nel Paese, ma è divisa nei vari poli, di esprimersi elettoralmente. Non sembra che da questo Parlamento possa venire fuori quella serie di riforme di cui abbiamo bisogno. Non basta improvvisare una lista pescando qua e là. Ci sembra invece che da tutte le parti ci si prepari ad una nuova campagna elettorale che rischia di essere altrettanto disastrosa, se non cambia appunto, e radicalmente, l’offerta politica. Già prima della nascita dell’ultimo esecutivo, abbiamo chiesto un governo di salute pubblica in cui i capi di tutti i partiti si assumessero direttamente responsabilità ministeriali per riformare la legge elettorale e riavviare l’economia, oltre che per onorare gli impegni europei ed internazionali. Ne ribadiamo la drammatica necessità per non tornare a votare al buio, o meglio al chiarore della vittoria di Cinque Stelle.

La conclusione è davanti agli occhi di tutti con la conquista della centralità della scena politica da parte del Movimento Cinque Stelle che spaventa non solo per il consenso raggiunto ma anche per quello maggiore che potrebbe in futuro ricevere. Questo successo era naturalmente prevedibile anche perché in linea con analoghe esperienze di altri paesi europei, ma non in queste proporzioni e con queste ricadute.

 

Giuseppe Cotta

Socio isolato AMI Nazionale

 

Fonti: www.associazionemazziniana.it