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IL DIBATTITO NELL'AMI : Economia e sviluppo

Pubblichiamo il secondo documento dell' assemblea AMI di dicembre , sull' economia, che è molto più breve e costruito in chiave problematica . Mettiamo subito a commento il dibattito che sul tema della globalizzazione si è svolto sul gruppo di discussione di Facebook "Repubblica e Progresso" su iniziativa dell' amico Paolo Sassetti. Il dibattito si è svolto in maniera indipendente dal documento, ma ci sembra comunque molto pertinente.

 

 

Genova, 10 dicembre 2011

Gruppo di lavoro : ECONOMIA E SVILUPPO

 

La commissione “economia e sviluppo” riunita oggi 10 dicembre 2011 in occasione dell’Assemblea nazionale A.M.I. in Genova, dopo ampio ed articolato dibattito,

considerata l’attualità e la complessità dei temi trattati, ritiene opportuno formalizzare che la commissione si trasformi da temporanea ed occasionale in “permanente”.

Tutto ciò per meglio sviluppare le tematiche emerse durante il dibattito, al fine di sistematizzarle all’interno dell’articolato delle tesi congressuali future.

 

Qui di seguito illustriamo quanto si propone di approfondire:

 

Rilettura ed estensione in chiave mazziniana dei valori positivi della “globalizzazione”, ovvero valutazione dell’impatto sociale ed economico del fenomeno.

 

Adozione dell’ “impresa etica” e della sua sostenibilità quale strumento del lavoro e della dignità della persona, indipendentemente dal ruolo, dalla funzione esercitata e non ultima dal rispetto della nazionalità.

 

La conoscenza e la consapevolezza come valori fondamentali per una maggiore estensione dei talenti e dei saperi che costituiscono il processo innovativo del progresso mazziniano.

 

Costituzione di un sistema di “rete” che permetta la condivisione di tali principi.

 

L’impresa etica e lo sviluppo sostenibile partecipano, in definitiva, come concreta attuazione e consolidamento dei principi costituzionali, riferimento univoco della vita nazionale politica, sociale e economica.

 

il dibattito su "Repubblica e Progresso" in tema di Globalizzazione

 

PAOLO SASSETTI

Una provocazione ma non troppo. Non sarebbe giunto il momento di discutere senza tabù il dogma del libero scambio con Paesi che fanno dumping sociale?

La Confindustra sostiene che le aziende che producono in nero sul territorio nazionale fanno concorrenza sleale alle aziende in regola.

Invece, nel comune sentire, le aziende che delocalizzano non fanno concorrenza sleale.

Perchè fa concorrenza sleale un'azienda italiana che paga il lavoro in nero 5 euro all'ora e non una cinese che lo paga 2,5 euro all'ora? Solo perché in Cina ci sono condizioni diverse? Certo che ci sono, ma guardiamo alla sostanza.

J.M. Keynes non ecludeva politiche protezionistiche per evitare che la domanda pubblica attivata per sostenere il PIL si scaricasse sulle importazioni anzichè sulla offerta domestica.

Il capitale è mobile, il lavoro no. Il capitale ha un vantaggio enorme sul lavoro. Il concetto è che aree economiche industrialmente (relativamente) omogenee (Europa, USA, Giappone, Canada Australia) dovrebbero porre dazi compensativi su merci industriali importate da Paesi che sfruttano il lavoro (in termini di salari ma anche protezione sociale, normative antiinfortunistiche, norme antiinquinamento, ecc.) in una maniera che sarebbe considerata illegale nei Paesi occidentali. Solo le norme antinquinamento imposte alle imprese occidentali fanno una differenza di costo importante. Accettare tout court merci prodotte inquinando nei paesi emergenti ha una implicazione economica e morale importante .....

 

Temo - anzi sono sicuro - che questo problema ce lo porremo quando sarà troppo tardi, cioè quando la deindustralizzazione sarà ad un punto di non ritorno. E' vero che nei paesi emergenti il costo della vita è più basso e quindi anche i salari sono più bassi. Infatti, non è pensabile mettere dazi tali per cui i prodotti importati costino come quelli prodotti internamente, ma solo sistemi "dolci e moderati" di compensazione parziale e comunque, solo sui prodotti industriali e non su quelli agricoli. Più ci penso e più questa idea che tutto sia lecito nel capitalismo multinazionale mi pare la copertura ideologica per un capitalsimo che vuole fare gli affari suoi senza vincoli ...

 

 

NOVEFEBBRAIO

Ottimo argomento Paolo, provo ad aggiungere alcuni altri aspetti :1) Ford al di là della spiacevolezza dell' individuo, tra l' altro antisemita e filo tedesco) aveva intuito il nesso fra livello di vita dei proprii dipendenti e potenzialità di vendita dei propri prodotti. La globalizzazione ha portato il singolo imprenditore a fregarsene: se dove produco si muore di fame vendo da un'altra parte, il fatto è che se tutti la pensano così alla fine non vende nessuno , è quello che sta succedewndo nell occidente dove negli ultimi decenni le condizioni di vita ( e quindi la capacità di acuisto) della gran parte della popolazione (al contrario degli happy fews) è peggiorata. 2) la globalizzazione ha comportato che i governi nei confronti delle multinazionali hanno a disposizione praticamente solo carote e quasi nessun bastone, le multinazionali abbondanza di bastoni e carote. Ora qualsiasi industria potrebbe dire " licenzio tutti i miei dipendenti se non smantellate la legislazione contro gli infortuni sul lavoro e a protezione dell' ambiente" e produco da un' altra parte " e nessun governo può rispondere “non ti faccio più vendere” , anzi non può neppure rispondere (in teoria) non parteciperai più alle mie commesse pubbliche. Su altri forum ti è stato risposto , ma che ci può fare oramai ?. Bene intanto incominciamo a dirle queste cose forse dei margini esistono ancora

 

 

EDERA ROSSA

quando , parecchi anni or sono, Bertinotti se ne uscì in televisione a dire che non si dovevano importare prodotti che comportavano lo sfruttamento infantile , fu tacitato in nome del libero mercato e del fatto che l'alternativa per quei bambini era di lavorare in condizioni ancora peggiore ( tipo la ricerca di qualcosa di utile tra montagne di immondizie) e probabilmente vi era del vero sia nella affermazione di Bertinotti che nelle risposte che gli furono date.

Oggi sembrano essere gli stessi industriali italiani a porsi il problema delle condizioni di lavoro nei paesi da cui importiamo ( probabilmente un modo per affrontare un tema senza affrontare il problema fino in fondo come invece fa il post di Sassetti)

Mi chiedo però quali potrebbero essere delle risposte possibili senza far saltare il sistema del libero mercato internazionale e mettere in crisi le nostre esportazioni. Non capisco inoltre come sia possibile distinguere i manufatti delle aziende italiane che hanno dislocato dagli altri prodotti di quegli stessi paesi (anche a voler , ma la vedo difficile i, tassare in modo particolare i prodotti delle aziende che hanno dislocato, non rischieremmo di vederli ricomparire sotto altra marca? ) . E come rispondere al rischio, fatto presente da Novefebbraio , di veder fare sempre più ricatti allo stato italiano in nome della concorrenza internazionale , ricatti che comportano il calo delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori dipendenti italiani?

Mah, problemi sempre più difficili. Ma non è che la vecchia idea mazziniana di "capitale e lavoro nelle stesse mani" non rappresenterebbe una grossa novità anche rispetto al modo di affrontare questi problemi?

 

Tutto sommato sarebbero i lavoratori stessi a determinare quanto vi è di indispensabile nella modifica delle loro condizioni e quanto invece possono rifiutar di modificare; anche perchè le condizioni di benessere di un paese non sono date solo dal Pil , ma anche dalle condizioni effettive di vita dei cittadini, dei cittadini in fabbrica compresi.

 

 

 

 

 

Stiglitz : l' austerità globale non ci salverà

Stiglitz L’austerity globale è solo un’illusione

astrazione9

L’austerity globale è solo un’illusione

Tagli e tasse non bastano, come si è visto in Grecia e Spagna. La svolta può venire da forti investimenti in sviluppo e infrastrutture. Ma per la vera ripresa ci vorrà ancora molto tempo

“Questo2012? Temo sarà più debole persino del 2011”.
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, a capo del Council of economic advisers dell’amministrazione di Bill Clinton (e tra i primi sostenitori dell’attuale inquilino democratico della Casa Bianca, Barack Obama, sin dal 2007), inizia l’anno con il Mondo. E parla dell’Europa, ma anche dell’America, della Cina e di che cosa ne sarà della Primavera araba nel Nordafrica. Dopo un 2011 così caotico e confuso, lo studioso che ha lavorato anche come chief economist alla World bank e adesso insegna alla Columbia university, immagina 12 mesi ancora complessi. Però...

Domanda. Professor Stiglitz, America o Europa: chi si riprenderà prima? O chi faticherà di più a uscire dalla crisi?
Risposta. Le due riprese sono collegate. E il problema è che il modo in cui l’Europa sta affrontando il problema del deficit, attraverso un percorso di sola austerity, credo non sia altro che un suicidio. Non risolverà la crisi perché non innescherà un nuovo processo di crescita. Si è visto in Spagna che una politica di austerity non basta, tant’è che l’indomani dell’annuncio del piano di rigore il Paese ha visto un downgrade. E si è visto poi in Grecia. Ormai, credo che tutti abbiamo capito che con l’austerity soltanto la Grecia non si riprenderà mai. Perché dal deal internazionale
siglato nel luglio scorso a oggi, Atene non ha fatto nulla per aiutare la crescita. E per dare una mano allo sviluppo devono essere messi a disposizione fondi per assicurare un’espansione dell’economia. 

D. Come? Facciamo qualche esempio concreto.
R. Per esempio, perché l’European investment bank non potrebbe attivarsi con più piani di investimento nei Paesi in difficoltà? Dalla Grecia all’Italia? Ecco, questo è uno dei modi attraverso i quali credo che l’Europa potrebbe concretamente aiutare la crescita.

D. E gli Usa?
R. Oltreoceano il guaio è il vero e proprio political gridlock, l’empasse politico che porterà allo stesso risultato:
le misure di austerity, di nuovo, finiranno per fiaccare la crescita. Eppure, guardando ai passati 25 anni negli Stati Uniti vediamo come ci sia un enorme deficit nel settore delle infrastrutture, dell’education, dunque ci sarebbero davvero molti grandi progetti che potremmo perseguire, con il risultato di riuscire così a stimolare l’economia. Se, per esempio, il governo aumentasse le tasse dell’l% e questo 1% lo spendesse per la crescita, si avrebbe un ritorno del 2% di pil. Un vero e proprio moltiplicatore. Ma al Congresso non c’è consenso...

D. Il presidente Obama ce la farà a conquistare un secondo mandato alle presidenziali del 2012?
R. La questione è ancora in aria. Perché la situazione finanziaria ed econo nomica del Paese dice che il presidente avrà ancora davanti a sé una stagione molto impegnativa, specie con il tasso di disoccupazione che resterà molto alto. Però è pur vero che, per parte loro, i repubblicani per il momento sembrano incapaci di venire fuori con un candidato davvero forte.

D. Parliamo di Cina, il nuovo Eldorado in un mondo attanagliato dalla crisi. Ma durerà questo boom? O nel 2012 la bolla si sgonfierà?
R. In realtà Pechino ha già fronteggiato più di una bolla in questi anni. Però la differenza rispetto agli Stati Uniti è che l’Impero di mezzo ha molti punti di vantaggio quando si tratta di fronteggiare una bolla. 

D. Per esempio?
R. Per prima cosa, gli Stati Uniti hanno un approccio ideologico. E’, infatti, convinzione di molti professionistcome Ben Bernake e prima di lui (alla Fed) di Alan Greenspan, che le bolle non esistano In seconda battuta, la Cina ha molti strumenti, quelli che offre un’economia controllata, per affrontare una bolla. E cosa ancora più importante, li utilizza. In terzo luogo, la Cina non ha mai permesso un eccesso di leverage e quindi le conseguenze di un’eventuale bolla comunque saranno più controllate. Poi, non dimentichiamo che Pechino ha 3 mila miliardi di dollari di riserve e se ci saranno problemi avrà le risorse per farvi fronte.Per concludere, quindi, direi che può darsi che Pechino abbia nei prossimi mesi una crescita leggermente più moderata, ma sarà comunque sempre una forte crescita.

D. Nel 2011 globale c’è stata la variabile primavera araba. Che ne sarà nel 2012? Tony Blair intervenendo al World business forum di Milano (con main sponsor l’americana Sas, big dei software e servizi) ha detto che il guaio delle rivoluzioni è che si sa sempre quando iniziano ma è difficile dire quando finiranno. Concorda?
R. Assolutamente. E prendendo poi in considerazione Paese per Paese direi che mentre sono molto ottimista per il futuro della Tunisia, sono più preoccupato per quel che sarà nei prossimi mesi in Egitto. Le notizie che arrivano dal Cairo non sono incoraggianti.

D. Nel mondo del 2012 sembra anche esserci un problema di fiducia.
R. Il problema della fiducia, del trust, è reale. Ed è stato alla base di fenomeni come Occupy Wall Street.

D. Anche lei è stato tra i ragazzi di Zuccotti Park. O sbaglio?
R. Sì, sono stato tra loro e posso dire che hanno la comprensione della maggioranza degli americani, non sono stati per nulla una fronda isolata.

D. Nel 2008, per iniziativa del presidente francese Nicolas Sarkozy, lei
ha presieduto la Stiglitz-Sen-Fitoussi Commission che ha individuato nuovi indici da prendere in considerazione per valutare il reale stato di salute di un Paese e soprattutto della sua popolazione. Al di là del pil. E mai come dopo 12 mesi di profonda crisi come questi, il vostro monito sembra di attualità.
R. Sì, oltre al pil, per capire l’effettivo stato di salute di un Paese, bisogna
guardare all’indice di Inequality come a quello di Sostenibilità. Prendiamo la disuguaglianza: anche se il pil Usa del 2009 risulta in crescita, la verità è che l’income (il reddito) di una famiglia media è rimasto quello del 1997. Ed è rimasto fermo con orari di lavoro divenuti invece sempre più massacranti, che hanno effetti devastanti anche sulla struttura familiare.

D. E l’indice di sustainability? Come funziona?
R. Per capirlo basta pensare al fatto che prima della crisi è vero che il pil era in crescita ma stavamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità, il tasso di risparmio era zero e si spendeva il 110% di quanto si disponeva. Ecco che cosa intendo quando parlo di indice di sostenibilità di una buona economia. Che però ha anche un altro risvolto: la sostenibilità è, infatti, collegata e intaccata dal global warming, che purtroppo in questi mesi di crisi è stato meno al centro dell’attenzione. E poi c’è il crescente divario tra poveri e ricchi.

D. Complice la crisi, anche la guerra alla povertà a livello globale forse ha subito un rallentamento?
R. A proposito di povertà, a livello globale, direi anzi che negli ultimi vent’anni c’è stato un enorme miglioramento. Per quanto questo possa sorprendere. La spiegazione è semplice: è merito principalmente della Cina, dove milioni di persone sono uscite dall’indigenza. In India il processo sta invece avviandosi solo ora, mentre in Africa la situazione resta critica. Ma sono fiducioso che nonostante la crisi anche lì la situazione possa migliorare.

D. Dunque, riepilogando, se questo 2012 sarà più fragile e complicato dei mesi che ci lasciamo alle spalle, quando ne usciremo da questa devastante crisi economica che sta tenendo in scacco il mondo?
R. Ottimisticamente, a Washington si stima che per il 2017 la situazione possa essersi ristabilita. Credo in realtà si tratti di uno scenario molto roseo, e dire che dagli inizi della grande crisi a dicembre 2017 saranno dieci anni tondi! Di certo, immagino che per il 2017 sarà impossibile una ripresa molto forte.

Intervista di Enrica Roddolo 

Il Mondo  6/1/2012

http://www.fondfranceschi.it/cogito-ergo-sum/l2019austerity-globale-e-so...

 

il progetto di de -Globalizzazione di Montebourg (PSF)

Come ci segnala un amico forumista di Politica in rete il candidato alle primarie Ftrancesi che risultò terzo qualche mese fa  , Arnaud Montebourg, aveva  espresso critiche alla Globalizzazione con qualche similitudine a quanto espresso dall' amico Sassetti

(dal sito di Montebourg, con una traduzione non professionale , ma accettabile)

La sfida non è di ritirarsi dietro i nostri confini, come dietro una linea Maginot.
E 'nella creazione di un nuovo sistema di negoziazione basato su regole universali di tutela dell'ambiente e rispetto delle norme sociali e sanitarie. Intorno a questo programma, il nord (per proteggere la sua industria e i suoi lavoratori da abusi antisociali) e il sud (per fornire migliori salari ai propri lavoratori per consentire loro di acquistare, la produzione in quei paesi è oggi esclusivamente per la esportazione) possono essere riconciliati.
La guerra economica globale non è un destino inevitabile.
Il modello di de-globalizzazione mira a curare la malattia della concorrenza sfrenata. La corsa verso il basso dei salari e l'ambiente è un suicidio collettivo.
De-globalizzazione significa stabilire una nuova prassi di protezione delle frontiere.
Il confine non solo per proteggere ma anche per operare un cambiamento .
Domani, i confini d'Europa, faranno in modo che i prodotti importati debbano solo pagare i costi ambientali e sociali definiti da accordi bilaterali. Si tratta di una forma di condizionalità per l'ingresso di prodotti.

http://www.arnaudmontebourg2012.fr/le-projet/echange-international