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Il Capitale del XXI secolo

 


Il capitale nel XXI secolo
L' Amico Edera Rossa ci ha segnalato sulla pagina di repubblica e Progresso il libro di Thomas Piketty "il Capitale del XXI secolo"

Facciamos eguire la recensione apparsa su l' espresso di Uri Dadush , esponente del Thin Tank progresssita  Carnegie Endowment for International Peace e docente in varie università tra cui Haward e la Hebrew University di Gerusalemme 

Come è possibile che un libro di 700 pagine, pieno di cifre, note di chiusura e qualche equazione qui e là diventi negli Stati Uniti un best seller, più popolare su Amazon.com dei gialli o delle storie di spionaggio? Parte della risposta è che “Capital in the 21st century” (Capitale nel XXI secolo) del francese Thomas Piketty è un capolavoro di analisi storica ed economica, un libro che, per ambizione e originalità, può mirare a diventare un classico dell’economia.

Inoltre, il tema – la disuguaglianza di reddito – è un tema centrale in questo momento nella politica americana. Il libro è istruttivo ma intrattiene. Poggia su dati storici assemblati con cura e tratti non solo dalla ricerca di Simon Kuznets e Milton Friedman, ma anche dalle vicissitudini delle élite nel XIX secolo in Inghilterra e Francia, così come descritte nei romanzi di Jane Austen e di Honoré de Balzac.

I messaggi centrali di Piketty sono semplici: guadagnando una parte della popolazione almeno 30 o 40 volte il salario medio e possedendo essa una ricchezza - la combinazione di proprietà immobiliari e attività finanziarie - ancora più distante da quella media, la disuguaglianza di reddito tra le élite e il resto delle persone è da considerarsi storicamente molto alta.
Mentre il 10 per cento più ricco possiede il 60 per cento della ricchezza nazionale, e talvolta addirittura il 90 per cento, il resto della popolazione non possiede praticamente nulla. Il punto è che, almeno negli ultimi due secoli - da quando si dispone di dati affidabili, prima in Francia e poi in Inghilterra, da poco dopo la rivoluzione francese - il tasso di rendimento della ricchezza, che è del 4-5 per cento, ha superato con un ampio margine il tasso di crescita dei redditi nazionali, che si attesta attorno al 2 per cento, con l’eccezione del periodo delle Due guerre e della Depressione tra il 1914 e il 1945.

Poiché i ricchi possono vivere molto bene senza consumare quantità significative della propria ricchezza, ne consegue che la quota del reddito nazionale rappresentata dalla ricchezza e dal reddito che essa genera tenderà ad aumentare. Piketty dimostra che oggi il rapporto tra ricchezza e reddito, che è di circa 6 volte, non è lontano dai record toccati nel 1920, e che il suo crescente peso implica che i redditi siano destinati a diventare in futuro sempre più disuguali.

A complicare le cose, la parte della ricchezza ereditata supera quella guadagnata. Secondo Piketty, una crescente e sempre più estrema disparità di reddito sarebbe incompatibile con la democrazia e il punto di rottura politico potrebbe essere raggiunto presto, com’è accaduto nel passato durante i periodi di estrema disparità.

Piketty sostiene che la risposta politica più efficace sia l’imposizione di una tassa progressiva sul patrimonio e che tale tassa dovrebbe essere applicata a livello globale per evitare l’evasione. Egli riconosce la sua proposta come utopica, ma vi insiste ritenendola necessaria e notando che, peraltro, il momento potrebbe essere arrivato, forse a partire da un accordo tra i Paesi europei.

La tesi di Piketty è accuratamente documentata anche negli argomenti più suscettibili di essere confutati ed è pertanto difficile da attaccare, tranne ovviamente per chi opina senza prendersi il disturbo di leggere attentamente il libro, come purtroppo accade spesso. Quando i trattamenti sono così ampi, è più facile che un dato numero di fatti o di ipotesi sia messo in discussione (lo ha fatto un giornalista del “Financial Times” senza molto successo), ma credo che le principali conclusioni di Piketty saranno difficilmente smentite.

Il principale punto critico delle sue argomentazioni è che il rendimento sul capitale potrebbe non restare superiore al tasso di crescita delle economie nazionali per sempre, soprattutto se si espanderà, come egli afferma, il volume del capitale. È una possibilità che Piketty riconosce, ma che considera una prospettiva remota. Come osservatore dei trend economici, personalmente ritengo poco probabile che nell’era del capitale mobile, dei grandi passi avanti dell’information technology e dell’entrata nel commercio mondiale di lavoratori dei Paesi in via di sviluppo, il rendimento sul capitale scenda nel breve periodo.

Così, se, da una parte, si può essere in disaccordo con le ricette politiche di Piketty, dall’altra, la sua analisi è probabilmente corretta e ciò passa ai politici di ogni colore una gigantesca patata bollente.

http://espresso.repubblica.it/senza-frontiere/uri-dadush/2014/06/11/news...

questa invece la recensione del premio nobel Krugman

In un primo momento uno lo prende come uno scherzo di cattivo gusto: i liberal americani si sono innamorati di un intellettuale francese che cita Marx, parla di Balzac e propone una tassa mondiale sulla ricchezza. Se Thomas Piketty non stesse davvero girando le librerie degli Stati Uniti tra una presentazione e l’altra del suo ultimo libro, potreste pensare che un personaggio del genere sia saltato fuori da una delle invettive sbraitanti di Rush Limbaugh.

Ma no, è un personaggio vero. Il Capitale nel ventunesimo secolo, il tomo di 685 pagine di Piketty sulla storia e sul futuro della disuguaglianza ha inaspettatamente raggiunto la prima posizione nella classifica di vendita di Amazon. E il riferimento a Marx nel titolo, è solo il primo.

Il New York Magazine lo ha chiamato un “economista rockstar” e Piketty ha riscosso un certo successo anche a Washington. Mentre si trovava in città per una tappa del suo tour promozionale, Piketty ha trovato un momento per incontrarsi con Jack Lew, ministro dell’Economia, con il Council of Economics Adviser e con il Fondo Monetario Internazionale. Del libro di Piketty ne hanno parlato anche i più importanti e insospettabili media del mondo e questa è stata probabilmente la svolta.

Forse il successo di questo libro non dovrebbe sorprenderci. Piketty, un professore alla Paris School of Economics, è stato probabilmente il più influente teorico della disuguaglianza degli ultimi dieci o quindici anni. Dobbiamo ringraziare lui e i suoi colleghi Emmanuel Saez di Berkeley e Anthony Atkinson di Oxford per le ricerche cha hanno definito la nascita dell’idea dell’1 per cento, l’élite ricca in America e in Europa. Adesso, con questo libro, Piketty ha fornito ai liberal americani un quadro teorico coerente che giustifica il disagio che probabilmente già provavano nei confronti del divario della ricchezza.

In tanti hanno già riassunto il contenuto del Capitale, ma ecco una breve ripassata. Se i precedenti lavori di Piketty si erano concentrati sul profitto – quello che lavoratori e investitori guadagnano – il nuovo libro si concentra sulla ricchezza: quello che possediamo. Usando dati che vanno indietro fino al XVIII secolo, Piketty ha argomentato che quando in un paese la crescita economica rallenta, il profitto generato dalla ricchezza, piuttosto che quello generato dal lavoro, cresce esponenzialmente e aumenta la disuguaglianza. Questo è perché la rendita prodotta dalla ricchezza accumulata ha un valore medio costante di circa il 5 per cento. Se la crescita economica scende sotto quel valore, i ricchi diventano più ricchi. Nel corso del tempo, poi, quelli che ereditano grandi fortune si costruiscono posizioni dominanti nelle relazioni economiche e l’unica cosa che possiamo fare per reagire a questa situazione è votare per delle politiche di redistribuzione. (Qui, infatti, è dove Piketty propone la sua idea di una tassa mondiale sulla ricchezza, anche se forse gli americani, per ora, sarebbero felici anche solo con un aumento delle tassazione sulla rendita finanziaria).

Alcuni hanno sostenuto che non dovremmo essere nervosi quando parliamo di disuguaglianza perché le élite globali sono sono formate da gente che ha lavorato e da ricchi che la loro ricchezza se la sono guadagnata: hanno meritato i loro spropositati stipendi con le loro eccellenti abilità tecniche e il loro talento negli affari. A questa posizione, il libro di Piketty offre una semplice ma netta risposta: sarà anche vero che i ricchi di oggi hanno lavorato per la loro ricchezza, ma quelli di domani non avranno il bisogno di farlo. Già oggi, sostiene Piketty, i ricchi guadagnano più dalla rendita della loro ricchezza che dal loro lavoro. Proprio come gli spietati e spregiudicati uomini d’affari della fine dell’Ottocento avevano lasciato spazio a quella generazione di ricchi ereditieri magistralmente descritta nel Grande Gatsby, i CEO e gli amministratori di hedge found di oggi produrranno una generazione che, messa semplicemente, avrà vinto alla lotteria della nascita.

Nella sua positiva recensione del Capitale sulla New York Review of Books, Paul Krugman, ha scritto che «Piketty ci offre una teoria unificata della diseguaglianza, che integra in un’unica cornice, crescita economica, distribuzione dei guadagni tra lavoro e ricchezza, e distribuzione della ricchezza e del guadagno tra individui. Questa è la ragione della grande attenzione generata dal libro. I conservatori hanno da sempre avuto una teoria piuttosto semplice e intuitiva per spiegare le loro scelte economiche: il libero mercato sistemerà tutto. Adesso i liberal, invece che parlare fumosamente della loro lotta per la classe media, hanno un appiglio per sostenere che stanno lottando contro l’altrimenti inevitabile ascesa dei nuovi Hilton.

Il Capitale cambierà il dibattito politico anche in un altro aspetto, meno evidente, nella misura in cui si concentra sulla ricchezza e non sul guadagno. Le discussioni sul guadagno possono essere delle sabbie mobili, in parte perché agli americani non piace l’invidia verso uno stipendio meritato con il duro lavoro e in parte perché è difficile decidere cosa dovrebbe essere considerato guadagno. Se si cominciano a contare le spese per le assicurazioni mediche e i sussidi per fare la spesa, come alcuni fanno, il famoso 1 per cento non domina più così nettamente.

Ma con la ricchezza è un’altra storia. Agli americani non piace l’idea degli aristocratici, c’è un motivo se quando un politico si candida alle elezioni cerca di farsi fotografare nella fattoria con la sua famiglia piuttosto che in un costoso resort caraibico. Inoltre, con i buoni spesa del governo e con l’assicurazione sanitaria non si possono mettere via risparmi e quindi solo la ricchezza accumulata, che include quello che ci resta in banca tolte le spese per vivere, è un buon indicatore di chi vince nel lungo periodo.

Questo è quello su cui dovremmo lottare. Che la teoria unificata di Piketty sia corretta o meno, quello che conta è che il suo lavoro ha spostato il dibattito nella giusta direzione.

http://www.ilpost.it/2014/04/23/capital-in-the-twenty-first-century-thomas-piketty/

Il precariato negli USA va a gettoni del telefono

 

Sul numero 1074 (24 ottobre 2014) di Internazionale un interessante articolo del New Yorker sulle lotte sindacali dei dipendenti dei Fast Food e delle grandi catene di distribuzione negli USA . Si perchè nella delle libertà individuali i più grandi datori privati (Walmart e Mc Donald) hanno creato si milioni di posti di lavoro , ma sottopagati , part time , con turni sempre mutevoli e forniti all' ultimo momento. :

 

Quasi tutti i lavoratori (di Mc Donald) prendono il minimo salariale, che a New York è di 8 dollari all’ora (poco più di 6 euro), senza benefit aggiuntivi. .. Ad aggravare il problema della retribuzione bassa in una città dove il costo della vita è altissimo, c’è il fatto che quasi tutti lavorano part-time. E nessuno sa con certezza quando lavorerà nella settimana successiva

 

I giovani e meno giovani dipendenti per difendersi non hanno scelto , come sostiene Ichino, la strada di sbattere orgogliosamente la porta perchè un sistema di collocamento privato permette di trovare un altro impiego . Ma hanno scelto il vecchio sistema , da gettone telefonico di aderire ad un sindacato , affrontando il pericolo del licenziamento (negli USA non c'è l' art 18)

 

Il Service employees international union (Seiu), il secondo sindacato più grande degli Stati Uniti, sta iniziando in silenzio la campagna di reclutamento nei fast food.

Tutto è cominciato con lo sciopero del 29 novembre 2012. Circa duecento lavoratori provenienti da una quarantina di fast food di New York si sono dati appuntamento all’alba davanti al McDonald’s di Madison

avenue. Gridavano “Hey, hey, what do you say, we demand fair pay” (‘Ehi, ehi, cosa ne dite, pretendiamo una paga giusta’).....Ci sono stati comizi, sit-in e una marcia sino a Times square.

Il New York Times ha parlato della “più grande ondata di iniziative dei lavoratori nella storia dell’industria del fast food”.........La protesta si è allargata sino agli stati del Midwest: centinaia di lavoratori dei fast

food sono scesi in piazza a Chicago, St. Louis, Kansas City e Detroit. Nell’estate del 2013 i lavoratori di sessanta città degli Stati Uniti, anche nel sud tradizionalmente ostile ai sindacati, hanno organizzato giornate di scioperi e cortei con un messaggio comune: 15 dollari e un sindacato. A dicembre le

città coinvolte erano diventate più di cento.

A quel punto anche la politica ha cominciato a interessarsene.....Di fronte all’esplosione della protesta,

le grandi catene di fast food sono apparse impacciate e spiazzate. La tradizionale difesa

d’uicio delle loro paghe da fame – cioè che i dipendenti sono in maggioranza giovani, lavorano part-time e vogliono solo guadagnarsi i soldi per la benzina – ormai non funziona più. Quasi tutti i dipendenti sono adulti: l’età media è di 28 anni. Più di un quarto di loro ha figli. Da quando è cominciata la recessione economica, nel 2009, spesso i cosiddetti McJobs sono gli unici posti di lavoro disponibili

 

 

L'articolo continua raccontando qualche cedimento di alcune catene , qualche città ha imposto salari minimi ,e come si dice , la lotta continua .

Quello che è interessante è una notizia, come è noto da noi si propaganda la possibilità di sostituire le tutela dentro la azienda con una serie di provvidenze di welfare che aiuti il dipendente di fronte a scelte unilaterale del datore di lavoro . Negli stati uniti è così

Queste le conseguenze

 

Lo studio congiunto delle università di Berkeley e dell’Illinois, commissionato da Fast food forward, (un organizzazione sindacale dei lavoratori dei fast food) ha rivelato che i lavoratori americani dei fast food ricevono quasi sette miliardi di dollari all’anno in assistenza statale.

Secondo gli attivisti si tratta di una sovvenzione diretta all’industria del fast food.

 

Secondo gli attvisti infatti le grandi catene possono tenere cosi bassi salari e cosi disarticolanti condizioni di lavoro perchè i lavoratori stessi sono aiutati dal welfare pubblico

 

Significa, in pratica, che i contribuenti finanziano i grandi manager del settore. Secondo Demos, un centro studi progressista, tra il 2000 e il 2013 i guadagni dei dirigenti del settore del fast food, a valore costante

del dollaro, sono quadruplicati. Oggi, in media, i grandi manager si mettono in tasca quasi 24 milioni di dollari all’anno.

 

L'apartheid di Matteo

"Il presidente del consiglio dei ministri si preoccupa che vi siano cittadini di serie A) e serie B) :

22.446.000 lavoratori, tanti ne stimava a fine luglio il rapporto trimestrale dell’Istat, i «garantiti», quelli che stanno in «serie A» insomma, sono meno della metà. Tra lavoratori a tempo pieno e lavoratori a tempo parziale parliamo di 14,56 milioni di lavoratori (di cui 11,98 milioni a tempo pieno). Ma di questi almeno 4 milioni e 108mila, il 34,52% dei lavoratori full time, lavora in imprese con meno di 15 dipendenti e quindi come tali vanno classificati di B perchè non beneficiano delle tutele legate all’art. 18. Immaginando una quota analoga anche tra i part-time alla fine in prima classe ne restano «appena» 9 milioni e  491mila.  

Tutto il resto è seconda classe, effetto «apartheid», come lo chiama Renzi. Serie B, se non peggio. Dai 3 milioni e 144mila disoccupati (compresi gli 891mila giovani) ai 3,5 milioni di inattivi (su un totale di 14,3) che vorrebbero/potrebbero anche lavorare ma non trovano o non cercano più.  

 

 

Per risolvere il problema di questo apartheid si propone di "rimodulare" le tutele contro i licenziamenti illegittimi. Sia chiaro il contratto a tutele crescenti può essere una buona ipotesi , l'approccio che ripropone la contrapposizioni fra ultimi e punultimi della scala sociale , fa però temere sviluppi simili a quelli che si è visto per le pensioni , indicate come la colpevole causa delle scarse risorse degli altri istituti di welfare, sono state saccheggiate senza che ne beneficiassero altri struemnti di poltica sociale , ma per coprire voragini di bilancio che qualcuno aveva proposto di coprire con una patrimoniale .

A questo proposito ci permettiamo di suggerire al presidente del consiglio anche un altro apartheid , tra tutti quei 22.000.000 di lavoratori e i 203.200 italiani con ricchezze finanziare sopra il milione di dollari (erano 175.800 del 2012). , negli anni della massima crisi , in cui a tutti ( si fa per dire) sono stati richiesti sacrifici il numero dei “milionari “italiani è incrementato di una percentuale maggiore che nel resto d' Europa. Forse anche questo è un tipo di apartheid , fra chi ha sofferto fino all' inverosimile la crisi, e chi si è arricchito , che è da considerare.

Ricordiamo infine che in sudafrica l'aparthied è terminato concedendo ai neri , ai meticci e agli indiani gli stessi diritti dei bianchi . Non si è pensato di realizzare l'uguaglianza trattando tutti da "negri".

http://www.lastampa.it/2014/09/17/italia/politica/la-sfida-contro-lapartheid-dei-lavoratori-di-serie-b-nMRBHWuN8C8z7LO0KZhnKI/pagina.html

http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2014/06/18/crisi-sempre-piu-ricchi-nel-mondo-italia-decima-paperoni-aumento_LwZOHu1hzd4wUDs0vsbyYP.html?refresh_ce

L' Austerità affonda l' Italia

La fondazione Bertelsmann importante centro studi tedesco certifica quello che l'esperienza empirica di qualsiasi persona in buona fede sa già: questi anni di riforme all' insegna dell' austerità hanno distrutto le capacità di inclusione sociale in Italia ed altri paesi europei "le rigide politiche di austerità portate avanti durante la crisi, e le riforme strutturali miranti alla stabilizzazione economica e dei conti pubblici, hanno avuto nella maggior parte dei casi, nei paesi in cui sono state varate, effetti negativi sulla giustizia sociale".

Ormai il 12, 4 % della popolazione italiana è sotto la soglia di povertà , il doppio di qualche anno fa .

E sono anni che i "riformisti" ci dicono che lo smantellamento del welfare era a faovre degli ultimi della scala sociale 

http://www.repubblica.it/economia/2014/09/15/news/germania_bertelsmann-95786787/

NicolaR: Economisti e politici

Prima di arrivare al nucleo centrale del mio intervento, permettetemi alcune brevissime e succinte analisi.

All'epoca dei miei studi universitari di economia politica - ormai circa 4 decenni fa - imparai da testi americani che gli economisti elaboravano le loro teorie (che poi gli fruttavano magari il Nobel) dall'analisi minuziosa e articolata dei comportamenti complessivi dei grandi capitani d'impresa o delle grandi società di capitali.

Erano quindi due gli elementi essenziali del loro operare: osservavano a tutto campo i comportamenti dei PRODUTTORI; ed elaboravano le loro teorie solo DOPO che i comportamenti dei produttori avevano dispiegato i loro effetti.

Oggi mi sembra che accada l'opposto: gli economisti non guardano più i produttori ma quasi esclusivamente i prodotti finanziari e i meccanismi per moltiplicare i guadagni da capitale; e inoltre elaborano le loro teorie sulla creazione di leggi e meccanismi che permettano guadagni immediati (calcolati ormai su base trimestrale se non mensile) delle società finanziarie globali.

Lo sviluppo tecnologico dell'infinitamente piccolo ha permesso/costretto di scaricare il costo unitario di prodotto quasi esclusivamente sui salari - talchè la produzione viene spostata nei paesi a minor basso costo di manodopera.

La conseguenza è stata che i Paesi a vocazione tecnologica innovativa (essenzialmente gli USA e pochi altri) hanno mantenuto un alto livello di reddito derivante dall'invenzione incessante di tecnologia - mentre le Nazioni "intermedie" (come l'Italia e in genere l'Europa e non solo) si sono ritrovate col sedere per terra: con eccessivi costi unitari per prodotto e in assenza di capacità tecnologica e innovativa adeguata, tale da far recuperare il gap con i bassi salari delle Nazioni con minor costo del lavoro.

Lo spostamento dell'asse economico dai produttori ai possessori dei titoli finanziari ha determinato due conseguenze abnormi:
a) il drenaggio della ricchezza dalla massa della popolazione ai possessori di titoli finanziari;
b) una massa enorme di capitali che non trova alcuna corrispondenza con l'economia reale e quindi col valore della ricchezza reale.
Questa ultima condizione ha determinato la crisi - che ormai possiamo definire strutturale - che attanaglia l'Europa dal 2009 E CHE NESSUN ECONOMISTA HA AVUTO LA CAPACITA' NE' DI PREVEDERE NE' DI IMMAGINARE. Mentre lo spostamento della ricchezza dai produttori ai possessori di titoli finanziari ha determinato l'esplosione dei rigurgiti razzisti/fascisti/ribellisti ormai in tutta europa.

Se la situazione è quella sopra tratteggiata per sommi capi, alcune delle domande che io mi pongo e sottopongo anche alla vostra attenzione sono:
a) come mai la categoria degli economisti (ma non solo: vedansi le ipotesi di PIL a +0,8% che tutti gli organismi internazionali pronosticavano per quest'anno all'Italia e alla UE) E' STATA DEL TUTTO INCAPACE di avere anche il lontano sentore della crisi da "carta moneta virtuale" che avrebbe attanagliato le economie avanzate?
b) chi è stato INCAPACE di fare prevedere cose così eclatanti, ha la credibilità necessaria per imporre politiche economiche agli Stati per accordargli i prestiti di cui abbisognano per non fallire?
c) le misure che predicano e impongono di adottare (riduzione del deficit, diminuzione delle spese statali e quindi dei servizi, liberalizzazione del mercato del lavoro, riduzione dei salari ecc) sono davvero LA STRADA UNICA per uscire dalla crisi?

Ma altre e forse ben più corpose domande derivano da quelle di cui sopra:
aa) è concepibile adottare misure economiche considerando la Nazione (le persone che vi abitano, la loro cultura, esigenze, storia ecc) esclusivamente come destinataria neutra di decisioni che invece ne modificano le prospettive di vita dei suoi abitanti?
bb) è sicuro che non vi siano altre misure utili ad uscire dalla crisi che non siano solo quelle del mero pareggio contabile imposto con tutti i mezzi e a tutti i costi?
cc) è possibile avere un governo dell'economia che tenga conto non solo del guadagno del capitale (spesso solo virtuale) ma anche del "guadagno" in qualità di vita degli Uomini e Donne che compongono una Nazione?
dd) e poi la domanda finale: non sarebbe il caso che la Politica ritrovi il suo ruolo e sia essa a guidare le sorti delle Nazioni - e non gli economisti che hanno come unico obiettivo il guadagno immediato dei capitali che amministrano?

Nicola