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IL RISORGIMENTO CONTESO

 

 

 Proponiamo una intervista che Massimo Baioni ha rilasciato all' amico Sauro Mattarelli sul numero di aprile del mensile elettronico "SR il senso della repubblica" supplemento del settimanale di cultura scientifica "Heos.it"

 

 

 Abbiamo avuto già modo di segnalare ai nostri lettori Risorgimento conteso. Memorie e usi pubblici nell’Italia contemporanea, un bel libro di Massimo Baioni, pubblicato per le edizioni Diabasis di Reggio Emilia.

 

 

a cura di Sauro Mattarelli

 

Risorgimento conteso

 

Riportiamo un' intervista che Massimo Baioni ha rilasciato all' amico Sauro Mattarelli e apparsa sul numero di aprile del mensile elettronico  "SR il senso della repubblica" supplemento al settimanale di cultura scientifica "Heos.it" 

 

 

Il tema dell’uso pubblico del Risorgimento si ripresenta periodicamente nel dibattito politico e storiografico italiano. Il momento fondante l’Unità italiana è infatti, a tutt’oggi, oggetto di controversie e polemiche interpretative. Massimo Baioni, affermato studioso e docente di Storia contemporanea all’Università di Siena, autore di testi notevoli come Il fascismo e Alfredo Oriani (1988), La "religione della Patria" (1994), ha accettato di rispondere ad alcune domande su questo spinoso problema.

 

 

 

 

 

La contesa sulla memoria del Risorgimento è riconoscibile come un dato costitutivo del confronto politico nelle varie stagioni dell'Italia unita. Si tratta di un passaggio cruciale, dal quale transitano temi quali la legittimazione delle istituzioni e del potere, l’identità della nazione e quella delle singole formazioni politiche (di governo e di opposizione), le forme della loro rappresentazione simbolica. Inoltre, al ricordo e al racconto del Risorgimento ci si è affidati per lungo tempo come veicolo privilegiato di una vasta operazione di nazionalizzazione e di pedagogia civica e patriottica. In questo senso, specialmente nell’Italia a cavallo tra Otto e Novecento, la comunicazione politica dell’immagine del Risorgimento doveva passare necessariamente anche attraverso luoghi della memoria, commemorazioni, feste, monumenti, musei, nomi di patrioti e di eventi immortalati nelle targhe delle piazze e delle vie cittadine. Per la ricerca storica queste fonti costituiscono un osservatorio prezioso: e consentono di esplorare le diverse idee di Risorgimento e di Italia che si sono misurate sul terreno della lotta politica e culturale.

 

 

 

 

Nell’Italia liberale, così come nel ventennio fascista e poi in età repubblicana, un dato ricorrente del "discorso pubblico" è la necessità di proporre una visione ecumenica, rassicurante, unitaria del Risorgimento, calibrata e dosata diversamente a seconda dei periodi storici, in regime monarchico, fascista, repubblicano. L’osservatorio dei manuali scolastici è esemplare, da questo punto di vista. Oppure si pensi al lentissimo processo di rinnovamento espositivo che ha caratterizzato i musei del Risorgimento, veri e propri luoghi di racconto visivo della storia risorgimentale. C’è molta retorica in questa immagine, certo: perché ne esce una raffigurazione di maniera, in cui i contrasti e le divisioni tra personaggi e progetti sono taciuti o comunque trascurati, per lasciare invece spazio al "provvidenziale" sbocco unitario. Ma non basta evidentemente liquidare l’operazione senza interrogarsi sui motivi che ne stanno all’origine: specialmente nella prima fase, quella di epoca liberale, essa rispose all’esigenza di sopperire alle molte fratture e fragilità del Paese con una pedagogia patriottica di facile comprensione e di forte coinvolgimento emotivo (pensiamo a certe pagine risorgimentali di Cuore). E’ significativo, d’altronde, il fatto che il richiamo il Risorgimento sia affiorato puntualmente in tutti i momenti di svolta della storia nazionale (la Grande Guerra, il Fascismo, la Resistenza e la guerra civile, la Repubblica), a conferma del suo peso decisivo nei progetti di costruzione o di ricostruzione dell’identità nazionale.

 

 

 

 

Il fenomeno esiste e penso non vada sottovalutato: riflette un sentire diffuso in certi ambienti della società italiana, che ha trovato le condizioni per uscire allo scoperto in seguito agli smottamenti dei primi anni Novanta. Di fatto, il dato più desolante mi pare la netta scissione che si è aperta tra i risultati della ricerca storica e il più generale dibattito politico, civile e culturale. Da una parte, molte opere (tra cui il recente Annale Einaudi dedicato al Risorgimento, curato da A.M. Banti e P. Ginsborg) hanno riacceso in ambito storiografico un serio e sano confronto di posizioni, che investe temi, fonti, approcci metodologici; dall’altro lato, le critiche al Risorgimento (cui si affiancano non a caso quelle alla Resistenza) sono fondate su un uso spregiudicato e anacronistico del passato, inquadrandosi in una più generale tendenza a ridimensionare i pilastri fondativi della nostra identità. L’ormai imminente 150° anniversario dell’Unità sarà un banco di prova importante per capire se il Risorgimento e i valori che in esso si sono espressi avranno ancora un "futuro" in questa confusa Italia di inizio millennio. L’incertezza e lo scarso impegno dimostrati finora del governo (rimproverati non a caso anche dal presidente emerito Ciampi) non inducono all’ottimismo, specie se sommati agli umori antirisorgimentali di cui si diceva sopra. Ma è lecito augurarsi che vi sia un’inversione di tendenza: o che altre voci sappiano richiamare alla necessità di salvaguardare, fuori di retorica e aggiornato alle nuove sfide del secolo, un patrimonio di storia e di ideali, di simboli e di memorie che sarebbe rovinoso consegnare all’oblio.

 

Dialogo con Massimo Baioni

 

 

Da alcuni versanti si polemizza su alcune presunte distorsioni della storia del Risorgimento: sulla figura di Garibaldi incombe l’aura di un avventuriero inconsapevole e comunque facilmente influenzabile; il ritratto di Mazzini, oscilla tra l’austero padre della patria, il precursore del nazionalismo (fascista) e il profeta del terrorismo. Infine, cresce un "movimento" antirisorgimentale vero e propria teso a ridimensionare l’importanza di quel periodo storico, fin quasi ad eliminarlo dai testi scolastici, o a proporne una visione non certo favorevole…

 

Nel tuo lavoro evidenzi come si trasformi l’idea stessa di Risorgimento nell’Italia unita, poi, successivamente col fascismo (tema sviluppato in un altro tuo bel libro del 2006: Risorgimento in Camicia nera), e, quindi, nell’Italia repubblicana. Non ti chiedo di individuare le differenze, ma, piuttosto, i punti comuni alle varie interpretazioni del Risorgimento.

 

Cominciamo dal titolo e dal sottotitolo. Perché il Risorgimento è conteso? Da chi? Per quale motivo diventa di vitale importanza il controllo della toponomastica, o la vittoria nella "guerra delle celebrazioni" ?

 

il tema e stato idealmente  proseguito nel dibattito dell' Assozione Mazziniana a Bologna del 30 ottobre 2010

 

http://www.novefebbraio.it/avvisi/manifestazione-dell-ami-di-bologna

 

Alberto Mario , Garibaldi e .... le monache

Alberto Mario , patriota e studioso , fervente federalista , segui Garibaldi nell' impresa dei mille e scrisse il memoriale dell' impresa in "la camicia rossa"

Dalle prime pagine dell' opera traiamo un gustoso episodio sulla permanenza del Generale a Palermo

 

 

In quelle cotidiane peregrinazioni, i più frequentemente visitati furono i conventi femminili che popolano i dintorni della città. La figura leggendaria di Garibaldi aveva accesa la fantasia delle monachepalermitane, le quali ne diventarono santamente innamorate.

Ogni giorno comparivano alla residenza del Generale copiosi doni di canditi, di cotognate, di buccellati, di bocche di dama, adorni di filigrane, di nastri ricamati e d'ogni qualità di minuti lavori monacali. Una letterina pia, ed anche uno zinzíno erotica, accompagnava il dono. Eccone una: "A Te, Giuseppe, eroe e cavaliere come san Giorgio, bello e dolce come un serafino. Ricordati delle monache di ..., che t'amano teneramente, e pregano santa Rosalia che ti faccia beato nel sonno e nella veglia".

Una mattina visitammo il convento di ..., fuori di Porta Nuova. Le monache, preavvertite, prepararono una colazione coi fiocchi. La paziente industria del chiostro, nella più svariata confezione di dolci, brillò sulla ricca mensa. Castelli di zucchero, torri, tempietti, cupole di zucchero, e nel centro la statua di Garibaldi di zucchero. La mensa aveva l'aspetto di un bazar.

All'eccezione d'alquante attempatelle e di qualche rara vecchia, le monache erano giovani e di famiglie nobili. Ci attendevano nel refettorio, ove fummo condotti dalla badessa, che ricevette il dittatore al vestibolo del monastero.

Entrato questi nel refettorio, le tosate vergini gli si affollarono intorno ansiose e commosse. La fisonomia sorridente e soave del glorioso capitano e i modi compiti del gentiluomo, le ebbero immediatamente affidate. - Come somiglia a nostro Signore! sussurrò una di loro all'orecchio della vicina. Un'altra, nel calore dell'entusiasmo, gli prese la mano per baciargliela; egli la ritrasse, ed ella, abbracciandolo vivamente, gli depose quel bacio sulla bocca. La coraggiosa trovò imitatrici le compagne giovinette, indi le più mature, e finalmente anche la badessa, a tutta prima scandalizzata. Noi si stava a guardare!

Nel corso di un mese si visitarono quasi tutti codesti conventi e gli stabilimenti pii. E non fu sempre argomento di zuccheri e di baci. Il Generale aveva in  mira di penetrare i misteri sin'allora inviolati di quelle antisociali clausure, di scoprire impuniti disordini, ignorati patimenti e di rimediarvi. Molte fanciulle, immolate dall'avarizia dei parenti, o sviate da un passeggero ascetismo, o vinte nella lotta di più umani affetti, trovarono in lui la provvidenza riparatrice.

Mai lo vidi sì profondamente turbato come durante la visita ad un ospizio di trovatelle. Egli udì dal loro labbro la pietosa istoria dei supplizi cotidiani: - Il pane infetto, i cibi scarsi, la mondizia negletta, il non loro peccato rinfacciato.

I volti sparuti di quelle dolorose, le dilatate pupille, le misere vestimenta, spandevano sinistro lume di verità sulla loro patetica eloquenza. Il Generale, in mezzo a quelle poverette che gli si aggrupparono intorno stringendogli le ginocchia, le mani, la spada, piangeva al loro pianto, e veruno  di noi rimase a ciglio asciutto. E quando i guardiani brutali tentarono di scusarsi, uno sguardo terribile di lui li ridusse muti e tremanti. Lasciati due de' suoi aiutanti per investigare e riferire, ei rimontò in sella taciturno

 

 

 http://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/mario/la_camicia_rossa/pdf/la_cam_p.pdf

 

 

L'intolleranza antirisorgimentale

L' amico PasqialeNB ci segnala sulla pagina Fb di Repubblica e Progresso un articolo di "Nuovo Risorgimento per l' Italia" su come le polemiche del vario fornte antirisorgimentale utilizzi non l' ovviamento lecito strumento della critica, ma l'invettiva, l' insulto a limite della intimidazione

Il tentativo di zittire la cultura e di cambiare la storia con la violenza e l’intimidazione

In Italia abbiamo potuto assistere di recente a casi di studiosi che sono stati pesantemente attaccati sul piano personale da stuoli d’anonimi e non , che li hanno insultati od anche minacciati perché “colpevoli” d’aver compiuto ricerche e scritto libri a loro sgraditi.
Nel recente passato era stato assalito verbalmente sulla Rete da gruppi di provocatori il professor Alessandro Barbero, senz’altro uno dei maggiori storici italiani in attività, perché con un suo saggio aveva completamente confutato un’ipotesi, creduta da molti per quanto mai provata, riguardante la fortezza di Fenestrelle. In seguito il medesimo accidente è occorso anche ad Antonella Orefice (studiosa che ha pubblicato opere nelle collane dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e della Società Napoletana di Storia Patria e che è direttore del giornale informatico Nuovo Monitore Napoletano), a causa del suo libro su alcune stragi perpetrate dai seguaci dei Borboni nel 1799. Più di recente, anche l’antropologa Maria Teresa Milicia è stata violentemente contestata per aver ricostruito in modo approfondito la reale storia del medico Cesare Lombroso, che non era per nulla un nemico del Mezzogiorno. Anche il dottor José Mottola, fra gli altri, è stato contestato in modo aggressivo per la sua ricostruzione obiettiva del defunto regime dei Borboni di Napoli. Analogo destino è spettato allo studioso J. Bossuto ed ad altri che non citiamo per brevità.
Queste vicende di storici insolentiti con parole brutali richiederebbero lunghi e laboriosi commenti, specialmente su di certi ambienti sociali e culturali: bastino qui alcune rapide considerazioni.
“Dort wo man Bücher verbrennt, verbrennt man auch am Ende Menschen.” Il poeta tedesco Heine osservò con un verso giustamente celebre che laddove si bruciano libri si finisce con il bruciare uomini: l’intolleranza contro le idee, che non si è in grado di confutare con argomenti razionali, si traduce in ostilità contro le persone che se ne fanno portatrici. Come recita un’altra massima, questa volta di Paul Valery, “Se non puoi demolire un ragionamento, almeno puoi demolire il ragionatore”. L’aggressività sovente è soltanto la confessione d’una debolezza dialettica, poiché può accadere di ricorrere alla violenza verbale o fisica come estrema risorsa per cercare di tacitare una controparte che presenta tesi inconfutabilmente vere. Si possono avere manifestazioni d’intolleranza verso le idee che si metamorfosano in ostilità verso le persone, esattamente come insegnava Heine. Inoltre, coloro che si limitano ad offendere e minacciare in un dibattito scientifico o culturale dimostrano di non avere alcun interesse sostanziale a conoscere e comprendere le tematiche affrontate: il loro obiettivo pare essere appunto quello di “demolire il ragionatore”, non potendo in alcun modo “demolire il ragionamento”. Ogni opera storica, alla pari di ogni altra ricerca scientifica, può essere soggetta ad analisi critica, ma per far ciò bisogna necessariamente conoscerne i contenuti specifici e le tematiche affrontate. Al contrario, esistono contestatori di saggi o teorie che riconoscono di non aver letto i libri di cui negano il valore e di non aver neppure intenzione di farlo. Addirittura può accadere d’imbattersi in provocatori che asseriscono, in un linguaggio sgrammaticato ed in un italiano incerto od infarcito di termini dialettali o volgari, che non solo non hanno letto certi libri e non vogliono leggerli, ma che sono per propria ammissione ignoranti ed orgogliosi d’esserlo: la dittatura immaginata da Orwell in 1984 aveva fra i suoi detti propagandistici anche quello secondo cui Ignorance is strength, “l’ignoranza è forza”. Questa programmata ignoranza nel romanzo orwelliano s’esprime anche nel controllo che il regime totalitario ha sulla storia o meglio sulla storiografia, attraverso la sistematica alterazione della conoscenza del passato. Il Novecento ha visto diversi casi di stati del genere, mentre oggi pratiche analoghe di deformazione intenzionale e massiva della verità storica sono compiute in Occidente da movimenti o gruppi piccoli o piccolissimi, delle più varie tendenze politiche od ideologiche: sono paragonabili a sette nel senso deteriore del termine e si servono per la loro propaganda ed indottrinamento anche e forse anzitutto della Rete informatica. L’attacco personale e la diffamazione possono divenire quindi strumentali al tentativo di colpire le ricerche e le idee portate avanti dagli studiosi assaliti, evitando di confrontarsi sul piano storico nella consapevolezza dell’impossibilità di sostenere un confronto intellettuale.
A titolo di conoscenza, si riportano qui alcuni links che rimandano a “discussioni” atte a mostrare in quale modo alcuni signori, d’idee nostalgiche per passati regimi monarchici preunitari, interpretino l’idea di “dialogo”. Il livello umano ed intellettuale d’alcuni di loro si qualifica da sé dai loro commenti.

http://marioavagliano.blogspot.it/2013/06/quei-massacri-ordinati-dai-borbone.html#comment-form

http://www.storiainrete.com/7223/risorgimento/fenestrelle-e-il-genocidio-inesistente-dei-borbonici/

http://www.laterza.it/index.php?option=com_content&view=article&id=904%3Ai-prigionieri-dei-savoia-la-vera-storia-della-congiura-di-fenestrelle&catid=40%3Aprimopiano&Itemid=101

ANTARES secessionismo ignorante

L' amico Antares prende spunto dalle vicende dei cd Secesionisti Veneti , per ricordare come il gloriosi gironi della Repubblica di Venezia di Manin nulla hanno in comune con i deliri secessionisti

A distanza di quasi venti anni l’ignoranza tenta un nuovo assalto alla Storia.
I Carabinieri del ROS hanno arrestato diversi componenti di una banda armata che voleva ripristinare con metodi paramilitari, sfruttando un ipotetico consenso popolare, la Repubblica di Venezia.
Pochi giorni prima in veneto si è tenuto uno pseudo referendum virtuale che chiedeva a tutti i Veneti se la regione dovesse staccarsi dalla Repubblica Italiana.
Repubblica Italiana vista come il male assoluto e come il Vaso di Pandora che rompendosi ha scatenato il malcontento e il disgusto verso non solo una classe politica indegna e indecente, ma anche un senso di vergogna nell’appartenere a un Paese che, visti i crolli di Pompei, rischia di franare socialmente ed economicamente.
La Repubblica di Venezia fu sciolta da Napoleone Bonaparte nel 1797 durante la sua campagna d’Italia vittoriosa contro gli austriaci, non più ricostituita al termine dell’epopea napoleonica, quello che fu forse una delle più grandi repubbliche marittime dalla storia millenaria, venne data all’impero austriaco.
Durante i moti del 1848 che percorsero come una tempesta l’intero continente, Venezia insorse contro l’opprimente governo austriaco cacciando, nel marzo del 1848, le truppe austriache e proclamando la Repubblica di San Marco. Presidente fu Daniele Manin, che fino a pochi giorni prima era in carcere con il patriota Niccolò Tommaseo e che furono le menti e le mani che condussero per quasi un anno il governo “presidenzialista” della neonata Repubblica.
Nota particolare, come a Milano, Brescia, in Sicilia a Venezia non fu issata la bandiera col leone di San Marco che sventolò fino al 1797, besnì il tricolore unitario, la bandiera simbolo di quel sentimento di italianità che accomunava lombardi, piemontesi, romani e siciliani riuniti in una unica speme.
La Repubblica di San Marco resistette eroicamente agli assalti delle truppe austriache guidati da Metternich, gli austriaci tentarono addirittura di bombardare dal cielo, grazie a palloni areostatici, la città lagunare che rispose all’ affronto col tentativo di far saltare in aria la fregata austriaca “I.R. Venere” grazie a diversi barili di esplosivo.
Dopo svariati mesi di resistenza, Manin vista la quasi impossibilità di proseguire i combattimenti anche per l’imperversare del colera, ottenuta il potere di trattare la resa, dovette firmare a Villa Papadopoli il documento il giorno 29 agosto 1849. Gli austriaci rientravano a Venezia ma ne sarebbero usciti diciassette anni più tardi, dopo la fine della Terza Guerra di Indipendenza.
Basta questa ripassata per spazzare via rigurgiti da lampione di pseudo indipendentismi che non hanno presa se non sulla pancia della gente disposta a farsi abbindolare. Le tribù di suddetti indipendentisti veneti vorrebbero far rivivere i fasti della Serenissima con tanto di doge in un mondo completamente diverso, che non capirebbe certe evoluzioni, ne tantomeno i ragionamenti virtuali di chi sostiene gli stessi.
Intestardirsi nel credere convintamente che la secessione sia la panacea per risolvere i mali nazionali, credendo che una separazione sostenuta da storie di campanile in un mondo globalizzato, non è e non può essere la soluzione. Piuttosto è indispensabile cercare tutti insieme soluzioni concrete per superare i momenti difficili assumendoci le nostre responsabilità e applicando l’articolo 1 della Carta che ricorda come la sovranità appartiene al popolo, ma non nel senso di una pseudo indipendenza come se si trattasse di lasciare un marito violento o una moglie infedele, bensì nel lavorare per cambiare rotta e pretendere una svolta.
La Storia è maestra di vita, ma alcuni sono stati pessimi scolari nell’apprenderne gli insegnamenti. Purtroppo in questi giorni ne vediamo le conseguenze. Peccato che una terra ricca di storia, cultura, tradizione, patrimonio mondiale come il Veneto e nella fattispecie Venezia,che ha regalato all’Italia pre e post unitaria uomini e donne dal calibro gigantesco, possa riconoscere come figli barbari sognanti che sventolano virtuali bandiere di indipendentismo spicciolo e senza senso.

ANTARES

La leggenda del paradiso Borbonico

dal nuovo monitore napoletano

     

L’umiliante arretratezza che i Borbone consegnarono ai governi liberali dell’Italia Unita

“ I numeri sono noiosi, ma quando si contano i soldi, cioè la ricchezza di una società, non si possono sostituire con la fantasia o con la nostalgia”. E' questa una considerazione tratta dal volume di  Antonio Caprarica C'era una volta in Italia, espressa dall'autore nell'analizzare le tristi condizioni di arretratezza di ordine politico, economico e sociale del Regno delle Due Sicilie nel 1860, in rapporto a quelle del restante territorio italiano.

Ed i numeri ci indicano un dislivello tra il Nord e il Sud della Penisola, non solo in termini prettamente economici e sociali, ma in relazione a quello di ordine culturale, specificamente il livello di alfabetizzazione.

Novantanove chilometri di ferrovia decantati con una Calabria completamente priva.

Tali erano le infrastrutture del Regno dei Borbone nell’anno dell’Unità, a confronto degli 850 km di strade ferrate del Piemonte, di 607 del Lombardo- Veneto, di 323 del Granducato di Toscana, i 132 dello Stato pontificio. Il piccolissimo ducato di Parma ne poteva  vantare 99, la stessa cifra dell’esteso territorio delle Due Sicilie. La stessa triste arretratezza si ritrova in relazione alla viabilità ordinaria.

“Anche la tanto vantata industrializzazione-  continua Caprarica - appare tardiva e limitata”. Seguono le cifre che dimostrano  la triste realtà lasciata in eredità allo Stato italiano dai Borbone nel settore della seta filata e tessuta con un misero 3,3% dell’ex Regno borbonico contro l’88% di produzione al Nord e con il rimanente 8.7% nel Centro.

I 70.000 tanto decantati fusi di cotone rappresentano solo un misero 15% rispetto al 43% di Piemonte e Liguria, il 27% della Lombardia e il 7% del solo Veneto.

Nel settore dell’industria metalmeccanica gli addetti sono, nel 1861, 11.177 nell’intera Penisola e di questi il 21% lavorano nell’ex Regno delle Due Sicilie contro il 38% del Piemonte e della Liguria, il 24% del Veneto e della Lombardia.

Un’Italia che deve fare i conti con lo sviluppo della Francia, dell’Inghilterra, della Germania e dell’Austria nella quale il Sud costituisce il fanalino di coda di carattere devastante in relazione ad alcuni indicatori economici, come evidenziato.

Il giovane storico Emanuele Felice,  in un recente studio, “Perché il Sud è rimasto indietro” racconta di come le ragioni dell’immobilismo del Regno borbonico fossero state evidenziate bene dal dissidente Antonio Scaloja, che era stato ministro dell’Agricoltura e del Commercio nel regno liberale del 1848, e poi condannato all’esilio.

Lo stato di decadenza ed arretratezza finì per accentuarsi proprio dopo la reazione che seguì ai moti del 1848.

Il rinchiudersi dei Borbone in un isolamento, non dando la costituzione richiesta dai patrioti napoletani e siciliani, fece sì che l’opinione pubblica internazionale liberale accentuasse la repulsione verso il Regno borbonico a tal punto da far affermare a William Gladstone nel 1851 che il Regno delle Due Sicilie era nient’altro che “ la negazione di Dio eretta a sistema di governo”.

E’, tuttavia, in relazione alla cultura, all’alfabetizzazione che nel Regno borbonico, in quel territorio che aveva i più grandi pensatori apprezzati in Europa e nell’America del Nord, che si rimarca l’estremo stato di arretratezza .

Ci riferiamo in particolare a Antonio Genovesi, a Pietro Giannone e soprattutto al grande Gaetano Filangieri la cui Scienza della Legislazione, pubblicata nel 1780 in sette volumi aveva ispirato la Costituzione degli Stati Uniti.

Il divario tra Nord e Sud risulta umiliante per il Sud in rapporto all’alfabetizzazione.

Nel 1861, nel Mezzogiorno solo 14 cittadini su 100 sapevano leggere e scrivere, mentre nel Centro - Nord si arrivava a 37 cittadini su 100. Il tasso di scolarità ci indicano una situazione persino peggiore, per cui su 100 bambini in età fra i 6 e 10 anni, solo 17 andavano a scuola, mentre nel Centro-Nord la percentuale si attestava al 67%.

Come fa notare Emanuele Felice, dieci anni dopo l’Unità, la situazione migliorò in maniera sensibile e i bambini del Sud che andavano a scuola erano il 35% contro il 75% del Centro- nord, ma con un significativo recupero del livello di alfabetizzazione,  “ nel 1861 al Centro - Nord i due terzi dei bambini - anche quindi la gran parte dei figli delle classi popolari - andavano a scuola: veniva loro insegnato (almeno) a leggere, scrivere e far di conto, vale a dire gli strumenti minimi per stare al mondo, nel nuovo mondo industriale che si annunciava”.

Precisamente nel Piemonte e in Lombardia il 90% dei bambini erano scolarizzati e anche i più poveri potevano usufruire dell’istruzione di base.

Nel Regno borbonico l’istruzione era stato un privilegio di pochi delle classi agiate a tal punto che solo il 5% degli analfabeti mandava i figli a scuola.

Di tale miseria” morale”, non solo economica – conclude Emanuele Felice - “non è affatto vero che nel nuovo regno appena formatosi non vi fosse preoccupazione”.

Al contrario, in conseguenza del processo di unificazione nazionale il problema del divario culturale fra Nord e Sud fu sentito ed affrontato nelle sedute parlamentari dei governo liberale italiano, sia dagli scranni della Destra storica che da quelli della Sinistra storica.

http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1407:l-umiliante-arretratezza-che-i-borbone-consegnarono-ai-governi-liberali-dell-italia-unita&catid=85:storia-del-risorgimento&Itemid=28

 

 

ANTARES : risorgimento e il costo della piemontizzazione

L’occasione per il mio intervento su questo sito arriva da una discussione aperta su Facebook, all’interno del Comitato “Repubblica e Progresso” che mostrava le atrocità commesse dai briganti all’ indomani dell’ Unità d’ Italia. Sarebbe meglio dire piemontesizzazione della penisola perchè seppur uniti da un unico ideale, ovvero l’unità del bel paese il metodo condotto per raggiungere il fine ha prodotto disastri ed è visto come una vera e propria piemontesizzazione.

Taccio sui plebisciti truffa organizzati soprattutto al sud Italia su cui ho avuto modo di parlare tempo addietro ed entro nel merito della questione. Lo statuto albertino concesso (si badi bene al termine) da Carlo Alberto di savoia solo dopo moltissime lusinghe e suppliche fu esteso a tutto il neocostituito Regno d’Italia ed è il primo passo che va verso una piemontesizzazione più che una unità politica, amministrativa e legislativa. Gli altri stati pre unitari avevano avuto la Carta,seppur per brevi periodi e prima che taluni sovrani –Ferdinando II, che affermava “Costituzione uguale rivoluzione”- la ritraessero spergiurando sulla parola data. Nulla a che vedere con la Costituzione della Repubblica Romana del 1849.
Il nuovo stato avrebbe avuto bisogno di una nuova Costituzione che fosse la sintesi di ciò che di buono c’era nelle altre costituzioni pre unitarie, ovviamente apportando le modifiche e le migliorie necessarie e adeguando gli articoli al nuovo assetto.

Lo stesso sovrano fu più che altro una forzatura e per due buone ragioni: Vittorio Emanuele II era già re di sardegna dal 1849 e continuò a mantenere lo stesso ordinale anche dopo l’Unità d’Italia quando tutti sapevano che nessun “regno d’Italia” aveva avuto un altro Vittorio Emanuele. La creazione del nuovo stato unitario imponeva non solo di cambiare ordinale ma di assumere un altro nome, Vittorio Emanuele II all’anagrafe possedeva anche i seguenti nomi: Maria, Alberto, Eugenio, Ferdinando, Tommaso, uno di questi, escluso per ragioni sessuali Maria, sarebbe andato più che bene. Nulla di male se Vittorio Emanuele II re di sardegna fosse salito con il nome di Alberto o Ferdinando I re d’Italia.
Ovviamente da repubblicano avrei auspicato una svolta repubblicana laica con sullo sfonda quello che di eccellente aveva prodotto la Repubblica Romana.

Un altro fenomeno che indica la piemontesizzazione della penisola è da ricercarsi nel fatto che in tutto il territorio nazionale furono imposti le forze armate del regno di Sardegna e inseriti nei pubblici uffici moltissimi piemontesi o comunque politici di origine settentrionale, anche le frasi di rigurgito nei confronti di moltissimi politici piemontesi nei confronti del sud italia e dei suoi abitanti può essere un sintomo da leggere come una conquista più che un processo unitario.

Per quanto riguarda le atrocità commesse dai briganti meridionali esse non sono inferiori a quelle commesse dai soldati piemontesi  durante il decennio che va dal 1861 al 1870. Per esempio l’eccidio e il saccheggio di Pontelandolfo e Casalduini furono compiuti con crudeltà all’indomani dell’eccidio commesso, non dai briganti che infestavano la zona, ma per spontanea decisione degli stessi abitanti di Pontelandolfo che trucidarono un distaccamento di soldati giunti in città per fermare le attività dei “fuoriusciti”. Dunque la propaganda neoborbonica che dipinge esclusivamente come barbari i piemontesi è faziosa anche se in parte condivisibile se si limita a osservare come il banco di Napoli e Sicilia fu saccheggiato all’arrivo dei piemontesi e di Garibaldi e di come i savoia si appropriarono di tutti i beni (anche privati) della dinastia borbonica mai rimpianta, al pari, esclusi i Borbone parma, di quanto era avvenuto altrove.

Anche l’inno non fu modificato ma semplicemente imposto: la marcia Reale suonata già durante il regno di Sardegna, fu estesa a tutto il territorio nazionale. Guai a fischiettare “Il canto degli Italiani”:  in una strofa Mameli, scrisse “Siam tutti Balilla....” Balilla era il ragazzo della Repubblica di Genova che diede il via alla rivolta contro gli austriaci nel settecento e da qualche anno Genova aveva subito una spaventosa ritorsione per essersi ribellata ai Savoia nel 1849, i suoi abitanti furono sottoposti a saccheggio, sterminio, deportazioni e molti reclusi in stanze buie costretti a bene la propria urina.

Gli anni trascorsi ormai permettono di osservare le cose seriamente e a mente lucida e tutto ciò non può che far emergere la verità che in realtà l’Unità d’Italia fu solo una bandiera per allargare un altro regno che cesso di esistere non appena raggiunse il suo scopo il regno di Sardegna guidato dal re galantuomo Vittorio Emanuele II re di Sardegna ma “ovviamente” anche re d’Italia.

ANTARES

Risorgimento e fedi non cattoliche

Dalla pagina Facebook "italia libera e civile" cogliamo questa bella segnalazione su un aspetto del risorgimento poco noto : l'impegno a favore delle fedi non cattoliche , tratto da sito il nuovo monitore napoletano

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Durante la breve esperienza della gloriosa Repubblica Romana del 1849, tra i principi fondamentali della Costituzione di tale Repubblica vi è il settimo che recita: “ Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici.”

Tale fu lo spirito del glorioso Risorgimento, ossia lo spirito liberale che la libertà di culto è un diritto di ciascun uomo, una totale libertà che nessuna autorità ecclesiastica o civile può non riconoscere.

La conquista dello stato laico in cui nessun credo religioso può arrogarsi di detenere la verità, soprattutto nell’ambito dello stesso cristianesimo, fu un percorso duro a cui le gerarchie ecclesiastiche della Chiesa cattolica si opposero in alleanza soprattutto con quei regimi assolutistici che si arrogavano il diritto di nominare cardinali e vescovi.

In Italia solo con il glorioso Risorgimento il rapporto tra mondo cattolico e altri culti cristiani non cattolici acquistò il suo giusto rilievo sul piano culturale e quello politico.

Grandi speranze si accesero di una riforma religiosa per un’evoluzione del cattolicesimo in senso evangelico quale tolleranza e rispetto per i culti cristiani non cattolici.

Nuclei di evangelici italiani, parte collegati ai Valdesi e parte in forma di “ Chiese libere” resistettero alle persecuzioni dei regimi cosiddetti “ sanfedisti” che avevano fatto propria l’alleanza fra Trono e Altare.

Grazie ai principi della Rivoluzione francese e della età napoleonica, in Italia i cristiani non cattolici poterono iniziare ad ostentare la loro libertà di culto. In particolare i Valdesi erano stati sempre in prima linea a fianco dei repubblicani contro i reazionari sanfedisti che pretendevano che ci fosse in Italia una religione di stato cattolica.

Ciò avvenne nel corso della breve ma rilevante stagione delle Repubbliche sorelle in Italia alla fine del settecento.

Tuttavia possiamo considerare il termine ideale dell’Età napoleonica e l’inizio di quella risorgimentale nel momento in cui gli italiani prendono coscienza gradualmente che l’Italia dovrà essere uno Stato laico con una “Libera Chiesa in Libero Stato”.

E’ il momento dell’incontro delle posizioni di Alessandro Manzoni e Raffaello Lambruschini con quelle di Mazzini, Garibaldi e Cavour.

Allorchè il filosofo cattolico Lammenais fu condannato per la sua posizione critica nei confronti dell’alleanza Trono- Altare, Giuseppe Mazzini , scriverà :

“Il primo tra Voi che, commosso dai pericoli di una crisi europea, leverà lo sguardo dal Vaticano a Dio, e ne trarrà direttamente la propria missione – il primo tra Voi che, consacrandosi apostolo dell’umanità, raccoglierà le sue voci e, forte di una coscienza illibata, inoltrerà con il Vangelo alle mani tra le moltitudini incerte, pronunciando la parola Riforma – quegli avrà salvo il cristianesimo, ricostituito l’unità europea, spento l’anarchia e suggellata una lunga concordia tra la società e il sacerdozio”.

Tra i più valorosi combattenti della libertà religiosa per i cristiani non cattolici vi fu il bergamasco Giovanni Morelli.

Figlio di svizzeri trapiantati in Italia, aveva dovuto recarsi in Germania per i suoi studi universitari in quanto protestante.

All’indomani del 1849 Giovanni Morelli scriveva: “ La riforma religiosa è urgente, perché fino a che esisterà la Roma leonina, non si può parlare d’indipendenza italiana “.

Colui che ebbe a cuore il diritto dei cristiani non cattolici fu Cavour  che, nel gennaio 1854, fece presentare dal Ministro di Grazia e Giustizia del governo sabauda Rattazzi un “Progetto di modificazione e di aggiunte al Codice Penale“ che potesse accogliere le istanze degli evangelici in maniera da favorire gradualmente l’incontro fra cattolicesimo e protestantesimo.

Il progetto Rattazzi costituiva comunque un timido passo in avanti riguardo alla libertà di professione del culto religioso, in quanto attenuava parzialmente le pene previste dagli articoli 164 e 165 del Codice penale che punivano con la reclusione “chi attacchi direttamente o indirettamente la Religione di Stato con princìpi ad essi contrari.”

Infatti lo stesso statuto albertino del 1848 prevedeva ancora la religione cattolica quale “sola religione di Stato.”

Cavour metterà in campo tutta la sua abilità per il suo sogno di “Libera Chiesa in Libero Stato”. Fondamentale, tuttavia , si rivelerà l’apporto di statisti ed intellettuali quali Silvio Pellico, Massimo D’Azeglio, Alessandro Manzoni, Vincenzo Gioberti, Antonio Rosmini, Marco Minghetti, Bettino Ricasoli, Giovanni Lanza, i quali parteciparono ai movimenti risorgimentali opponendosi all’intolleranza religiosa verso i cristiani non cattolici, non condividendo le linee ufficiali della Chiesa e delle gerarchie ecclesiastiche.

A Firenze nel 1860 “il Monitore toscano “ di Bettino Ricasoli ebbe a scrivere:

“ I vescovi hanno scelto una mala via che è tanto contraria alla loro missione evangelica in quanto nuocevole agli interessi della religione… Il governo sa che tutelare la dignità, la sicurezza, la tranquillità dello Stato anche contro i ministri di Dio, se i ministri di Dio diventano soldati del Papa Re”.

Camillo Benso Conte di Cavour nel suo memorabile discorso alla Camera dei Deputati del 25 marzo 1861, che possiamo compendiare con “ Libera Chiesa in Libero Stato e Roma capitale“ dichiarò con chiare parole:

“ Perché noi abbiamo il diritto, anzi il dovere di chiedere, d’insistere perché Roma sia riunita all’Italia? Perché senza Roma capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire".

Cavour non poté assistere al suo sogno in quanto morì pochi mesi dopo, ma furono i suoi successori della Destra liberale a mettere in atto le sue volontà.

A coloro che ancora rimpiangono nei presenti anni il potere temporale della Chiesa, ricordiamo che alla vigilia dell’apertura del Concilio Vaticano II, l’allora arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Battista Montini, in una conferenza tenuta in Campidoglio davanti al presidente della Repubblica Antonio Segni e al presidente del consiglio Amintore Fanfani: disse:

“Proprio dopo la fine del potere temporale, il papato riprese con inusitato vigore le sue funzioni di maestro di vita e di testimone del Vangelo”.

http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1316:gli-ideali-del-risorgimento-per-la-liberta-di-culto-dei-cristiani-non-cattolici&catid=85:storia-del-risorgimento&Itemid=28

Il neoborbonici e la sanguinosa fine della repubblica partenopea

 

 
 
 
Due amici su facebook hanno di fronte al fiorire di posizioni antirisorgimentali e neo Borboniche ha voluto ricordare la crudelissima repressione della repubblica partenopea d aparte delle bande sanfediste e borboniche .
 
 
ClaudioC
Due testimonianze forti delle atrocità commesse in Calabria, Puglia, Molise e Basilicata dall'esercito dei sanfedisti, costituito da mercenari albanesi, contadini del luogo ed avanzi di galera liberati per l'occasione dal cardinale Ruffo con la promessa di un lauto bottino di guerra.
Altamura, ad esempio, venne sottoposta ad assedio e a causa dell’intenso cannoneggiamento, dovette soccombere. Non vennero risparmiati vecchi, donne e bambini; alcuni conventi di suore furono profanati e la città venne data alle fiamme e saccheggiata dalle truppe sanfediste. Le stesse stragi si ripeterono ad Andria e a Trani e Gravina venne saccheggiata e data in premio ai mercenari.
Altre stragi o fucilazioni sommarie si registrarono nei decenni successivi. Un caso esemplare: nel Cilento, definito dalla polizia borbonica la “culla del ribellismo meridionale”, nel 1829 i fratelli Patrizio, Domenico e Donato Capozzoli, tutti e tre patrioti, catturati, furono fucilati a Palinuro e le loro teste mozze portate in giro nei paesi vicini per servire da monito alle popolazioni.

Quei massacri ordinati dai Borbone

 
di Mario Avagliano
 
 
Il patriota Luigi Settembrini così descriveva nel 1847 il Regno delle Due Sicilie: «nel paese che è detto giardino d’Europa, la gente muore di vera fame e in istato peggiore delle bestie, sola legge è il capriccio». E Carlo Pisacane, in una lettera a Giuseppe Fanelli, uno dei pugliesi dei Mille, affermò che anche il Sud aveva dei doveri tremendi perché “ha sul collo una di quelle tirannidi che degradano chi le sopporta”.
Gianni Oliva nel suo recente saggio Napoli e la Sicilia: un regno che è stato grande (Mondadori), ha invece sostenuto che dal 1734 al 1861 il Mezzogiorno visse un grande fervore intellettuale e di rinnovamento sociale, non negando però che il regime borbonico si distinse per la sua opera di repressione dei patrioti.
Ma chi furono davvero i Borbone? Sovrani illuminati, mecenati del progresso, costruttori di un Mezzogiorno moderno e avanzato, oppure regnanti dispotici e illiberali, pronti a sopprimere ogni anelito o aspirazione alla democrazia e alle riforme, anche ricorrendo a mercenari e banditi? 
Un nuovo lavoro di Antonella Orefice, Termoli e Casacalenda nel 1799. Stragi dimenticate (Arte Tipografica Editrice, pp. 101, euro 12), appena pubblicato, fornisce nuovi elementi a chi propende per la seconda tesi, proponendo la ristampa anastatica di due manoscritti dell’epoca che parlano delle stragi avvenute nel febbraio di quell’anno in due città del Molise che, durante i mesi della nascente Repubblica Napoletana, furono devastate dalle orde sanfediste del cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria, al quale i Borbone, per tentare di arginare il fenomeno rivoluzionario, avevano affidato il duro compito della repressione.
L’esercito del cardinale, sbarcato il 7 febbraio in Calabria, si macchiò di efferati delitti nella sua avanzata verso Napoli (che occupò nel mese di giugno). Gli omicidi in primo piano in questo libro sono quelli dei fratelli Brigida, due giovani patrioti che furono trucidati, assieme ad altri compagni, a Termoli, e quello di Domenico De Gennaro, un giudice di Casacalenda che aveva sostenuto le idee repubblicane.
Le storie sono narrate nei dettagli: la strage di Termoli, da un testimone oculare dei fatti, Teodosio Campolieti, e quella di Casacalenda, da padre Giuseppe La Macchia, il parroco del paese, che fu anche protagonista dei fatti.
Gli elementi che accomunano i due memoriali sono essenzialmente tre: i patrioti vittime di tradimenti ed inganni, la devastazione dei luoghi, e la pietas cristiana invocata sia per i vincitori che per i vinti, nel memoriale su Termoli, dalla madre dei fratelli Brigida, ed in quello su Casacalenda, dal sacerdote La Macchia.
Si tratta, insomma, di due testimonianze forti delle atrocità commesse in Calabria, Puglia, Molise e Basilicata dall'esercito dei sanfedisti, costituito da mercenari albanesi, contadini del luogo ed avanzi di galera liberati per l'occasione dal cardinale Ruffo con la promessa di un lauto bottino di guerra.
Altamura, ad esempio, venne sottoposta ad assedio e a causa dell’intenso cannoneggiamento, dovette soccombere. Non vennero risparmiati vecchi, donne e bambini; alcuni conventi di suore furono profanati e la città venne  data alle fiamme e saccheggiata dalle truppe sanfediste. Le stesse stragi si ripeterono ad Andria e a Trani e Gravina venne saccheggiata e data in premio ai mercenari.
Altre stragi o fucilazioni sommarie si registrarono nei decenni successivi. Un caso esemplare: nel Cilento, definito dalla polizia borbonica la “culla del ribellismo meridionale”, nel 1829 i fratelli Patrizio, Domenico e Donato Capozzoli, tutti e tre patrioti, catturati, furono fucilati a Palinuro e le loro teste mozze portate in giro nei paesi vicini per servire da monito alle popolazioni.
Il libro della Orefice segue quello precedente, Il Pantheon dei Martiri del 1799,  e i manoscritti proposti nel libro provengono dallo stesso fondo archivistico di Mariano D'Ayala, con annessa trascrizione e note introduttive della Orefice, dello storico fiorentino Luigi Pruneti e dell'avvocato Mario Zarrelli.
I fratelli Brigida e Il giudice Domenico De Gennaro sono tre dei tanti patrioti oscuri e sconosciuti del Mezzogiorno che tra la fine del Settecento e la seconda metà dell’Ottocento animarono le lotte riformiste contro i Borbone e il Risorgimento italiano. Spiega la Orefice: “La mia vuole essere una risposta a chi,  negli ultimi tempi, sta tentando un revisionismo storico sul Risorgimento, santificando i briganti e considerando traditori del regno i nostri martiri del 1799. Dai memoriali traspare la vera natura di quanti combatterono per il Borbone, perché lo fecero e da quanto vero "amore per la terra" furono mossi. Come sempre ho lasciato parlare i documenti, quelli veri, quelli scomodi”.
 
 
 
 
 
 
Cancellate e distruggete gli atti dei processi , lo vuole O RE,,, La infame circolare del braccio destro di satana , il cardinale Ruffo , nella quale si chiedeva di distruggere gli incartamente dei processi ai patrioti napoletani . Perche ? (Pasquale NB)

1799 - Per ordine di "sua maestà" far sparire tutte le carte dai processi e dagli archivi

Nessuno doveva più ricordare. Tutto doveva essere messo a tacere.

La Repubblica Napoletana ed i martiri del 1799 dovevano essere sottratti alla memoria dei posteri.

Per la loro rarità, i documenti dell’epoca, sfuggiti al rogo della censura borbonica, sono divenuti dei veri e propri oggetti sacri; nonostante, infatti, la brevità della parabola temporale, nonché la feroce repressione, la Repubblica Napoletana segnò la storia del Meridione indelebilmente e, più in generale, quella dello sviluppo della democrazia in Italia.

 

Questa la trascrizione dell’ordine emanato dal Cardinale Ruffo il 18 settembre 1799. Di seguito pubblichiamo il documento originale.

 

 

 

 

Alla Curia per la pronta esecuzione.  Ill.mo sign. Da sua Eminenza il Cardinal Ruffo si è comunicata a questa Reale  Seg.ria di Stato e all’Ecclesiastica.

La sua  risoluzione al tenor seguente = Avendo rassegnati al Re la Rapp.a di S. Em.za al ‘17 dello scorso Agosto relativa alle decisioni fatte nel tempo della papata Rivoluzione dai Tribunali della Capitale e al Regno a nome della corrutta sedicente Repubblica Napoletana;

S. M. ha risoluto, e comanda che le decisioni proferite secondo le leggi formate dal preteso Governo Provvisorio, o secondo lo spirito degli infami principi democratici , tanto dagli antichi Magistrati quanto dai giudici novellamente eletti dalla sedicente Repubblica, o per effetto dei di lei imbrogli, restino del tutto nulle e si abbiano come non fatte =

 

Volendo poi S.M. far uso della sua Clemenza ed Autorità, si è degnata e viene in accordare una sanatoria a quei decreti, decisioni ed ordini emanati a tenore delle leggi Monarchiche vigenti nel tempo della invasione de’ Francesi.

A qual uopo vuole e comanda la M.S. che si commetta alla R.Camera di Santa Chiara, perché proponga i mezzi da operarvisi per togliere dai Processi tutte le carte  confacenti: la qual norma deve essere ancora eseguita per le scritture di simile natura esistenti negli Archivi ed altri luoghi pubblici, ed anche per le scritture dei privati che ne vogliono far uso in Giudizio.

 

La suddetta R. Segreteria Ecclesiastica lo partecipa di tal ordine  a E.S.V per l’intelligenza della curia di Napoli, e alla congregazione Apostolica delegata per l’uso che conviene per la corrispondente esecuzione. Palazzo 18 settembre 1799.

http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1236%3A1799-per-ordine-di-qsua-maestaq-far-sparire-tutte-le-carte-dai-processi-e-dagli-archivi&catid=64%3Aarticoli-sul-1799&Itemid=28

 

 

ANTARES la menzognera rivalutazione dei Borbone

 La pubblicità televisiva ci ricorda che domani 17 marzo ricorre il 152° compleanno dell' Unità d'Italia. Anzi sarebbe meglio di una incoronazione di un re sabaudo all'indomani della "piemontesizzazione" dell'Italia,perchè di ciò si tratta. Vittorio Emanuele II, che continuò a chimarsi tale anche dopo che l'italia era stata unita,si pose in capo una corona stabilendo in maniera quasi unilaterale, (il parlamento non potè che appprovare una situazione di fatto) che l' Italia non avrebbe avuto, per i prossimi 85 anni, la possibilità di scegliere la forma istituzionale del nuovo stato.Alla vigilia delle celebrazioni per i 150 anni numerosissime sono state le voci di dissenso e protesta per quello che da moltissimi nel sud Italia è vista come uno stupro politico, una violenza perpetrata da italiani verso altri italiani e, per certi "legittimisti borbonici" di una spoliazione ingiusta fatta a un sovrano legittimo.
Se ormai sappiamo quale catastrofe abbia rappresentato la monarchia sabauda soprattutto nel meridione d'Italia, si finge o si vuole naascondere quale catastrofe secolare sia stata la monarchia borbonica duosiciliana.Al pari dei loro parenti piemontesi, i borbone non sono stati certo teneri verso i loro sudditi nel corso della loro secolare presenza a Napoli. Basta ricordare la caccia all'uomo (e alla donna) scatenatasi con Ferdinando I dopo la Prima Restaurazione, per poi citare i moti repressi nel sangue nel Cilento e il bombardamento di Messina del 1848-49 proprio mentre i futuri "usurpatori" sabaudi saccheggiavano Genova, l'antica repubblica marinara.
Eliminate le zone economicamente più produttive del Regno borbonico (Napoli,Palermo,Caserta) il resto del sud affogava tragicamente nella miseria: pochissime strade,quasi tutte non pavimentate ridotte a qualcosa di meno di mulattiere, niente ospedali, scuole pubbliche, e cosa che risaltava agli occhi era il latifondo tirannico che governava (quello si egemone) indisturbato.
Decine di famiglie nobili proprietari di migliaia di ettari di terreno affittati a uomini senza scrupoli in cui marcivano migliaia, anzi milioni di individui non dissimili dalle bestie da soma.
Regno senza diritti, senza costituzione, una c'era stata ma Ferdinando II l'aveva ritirata con la stessa celerità con cui aveva finto di concederla dopo i tumulti del 1848, nessun piano economico che smovesse il regno e concedesse migliore esistenza ai suoi sudditi.Un contadino alla giornata guadagnava meno di tre euro attuali al giorno, e solo quando c'era la possibilità di lavorare. Con tali briciole quell'uomo doveva sopravvivere insieme alla prole, alla moglie, alla sua famiglia di origine e anche con eventuali sorelle nubili. Per rendere un idea l'allora duca di calabria Francesco aveva un patrimonio personale di 12 milioni di ducati che calcolati in euro attuali formano la inimmaginabile cifra di 240milioni di euro di oggi. Anche solo una parte di quel patrimonio,investito in opere sociali e pubbliche avrebbe innovato e fatto progredire mezzo Paese. Se aggiungiamo il fatto che il Regno di Napoli al momento dell'annessione aveva quasi 450 milioni di ducati, possiamo cercare di immaginare che anche solo la metà di quel "patrimonio" avrebbe certamente migliorato moltissimo la vita di contadini,allevatori e di tutti i lavoratori e di quella zona dell'italia in particolare.
Da una dinastia che era capace di capire solo l'equazione "Costituzione uguale rivoluzione" non ci si poteva aspettare nulla,il progresso era limitato alle città dove risiedeva la corte, il resto era campagna da latifondo tenuta in mano da uomini divenuti feroci aguzzini.
Allora tanto la propaganda "nazionale" quanto quella "borbonica" facciano un esame di coscienza: l'Unità d'Italia è stata condotta in maniera dissennata con aiuti esterni (Inghilterra) su questo non c'è dubbio, come non c'è dubbio che al Paese la monarchia sabauda (nella fattispecie al sud) abbia ingigantito solo il male latente,ma tale, esisteva nel meridione ai tempi dei Borbone che, se da un lato avevano fatto di napoli e provincia una città all'avanguardia, tenevano nascosti (non tanto bene) i loro scheletri negli armadi fatti di stragi,governi autoritari e assoluti e buffonate religiose, quelle buffonate in cui molti si affidarono per salvare la vita di ferdinando II assalito dalla setticemia nel 1859 e di cui i medici non avevano capito la gravità.
Per quanto riguarda il suo successore Franceschiello aveva anch'egli il suo lato oscuro: quando un ministro gli presentò la lista degli attendibili (ovvero personaggi sospettati di essere liberali) egli esclamò che voleva solo tre liste; quella degli uomini da condannare all'ergastolo, quelli da mandare in esilio e quelli da sbattere in prigione fino a nuovo ordine. E non fu tanto tenero con i suoi ex connazionali lucani all'indomani dell'attentato di Passannante ai danni di Umberto I nel 1878 in visita a Napoli(lucano appunto): quella era terra di comunisti partigiani,anzi di partigiani comunisti ebbe ad affermare. Dunque inutile sbandierare il passato di una dinastia che come tutte le altre ha commesso errori ed orrori,perchè non si vuole guardare il presente. Evidentemente qualcuno evita di dire come stavano le cose da una parte e dall'altra della barricata e la nostalgia canaglia ritorna.
ANTARES.

RISORGIMENTO AL FEMMINILE ?

 

RISORGIMENTO AL FEMMINILE ? La presentazione del libro su Margaret Fuller ha portato un interessante confronto nel gruppo Repubblica e Progresso di FB

Ha esordito l' amica RossellaP : Personalmente, ritengo che negli ultimi tempi la storiografia sul Risorgimento stia dando troppo peso e spazio alla storia di genere, alle "eroine" risorgimentali. In questi giorni a Napoli ho assistito ad un interessante convegno che intendeva raccontare il Risorgimento in termini nuovi, tenendo sempre a mente la questione dello stato-Nazione ma inserendolo all'interno del contesto imperialista (impero asburgico- imperialismo coloniale britannico) in cui pur si formò. Allargando quindi lo spazio di prospettiva, non più solo eurocentrica, ma tenendo conto anche ad esempio come la questione del diritto internazionale, delle libertà civli e politiche si ponesse in zone quali l'India, il Messico, attraverso un patriottismo sicuramente atipico rispetto a quello dei Romagnosi, Cattaneo, Gioberti, Mazzini..

Ci sono molte sfumature sulle quali riflettere e sinceramente questa storia di genere ha un po' rotto.; In molte occasioni, penso ad esempio alle celebrazioni per i 150 anni dell'unità d'Italia,(cinematografiche - presentazioni di saggi- convegni ecc) emergevano sempre le figure di queste eroine, per carità che sono segmenti comunque da tener presente ma che a mio modesto avviso non aiutano la rilettura del Risorgimento dopo la grande stagione della storiografia azionista(penso a Galante Garrone). Il mio commento si può capire meglio se dichiaro una certa avversione per la microstoria che dopo la stagione di Ginzburg in Italia ha prodotto una certa segmentazione storiografica davvero esorbitante (storia dei consumi, ecc. ) Sono per il lungo periodo , mentre spesso si gioca molto sugli stereotipi. Io spero che la ricerca storica possa muoversi su un terreno neutrale, andando oltre le dicotomie maschile-femminile.

L' amico Edera Rossa ha ripreso il tema della figura femminile : Eppure, quelle storie d'amore , non di rado anomale rispetto alla società dell'epoca, contribuiscono a farci intendere come il risorgimento, come non di rado accade per i grandi sconvolgimenti storici, sia stato per molte persone anche occasione per pensare di poter avere una vita privata diversa da quella a cui sembravano destinate, occasione per rompere tabù religiosi, sociali e familiari. E poi non è che J.Whithe o la Pace siano semplici apostrofi rosa all'interno della storia di quegli anni. Conosco veramente poco la figura della Di Lorenzo ; ma la sua storia credo sia anch'essa indicativa di un intrecciarsi tra desideri di libertà pubbliche e personali; e significativo è l'atteggiamento di Mazzini che ne difende le scelte , a ricordarci come anche per lui la famiglia avesse senso non come patto formale , ma come comunità di affetti. Certamente l'esposizione puramente di genere di quei fatti può dare un certo fastidio, ma sembra che questo sia un quasi inevitabile contrappeso alla mancanza di una storia altrimenti distratta su certi temi e su certe presenze

E credo che la possibilità di altre libertà trovino spazio nei grandi sconvolgimenti politici, mi viene da pensare al Settembrini od al bel racconto di un piccolo uomo del risorgimento, ma grande scrittore, Carlo Collodi, che con il suo scimiottino color di rosa sembra quasi auspicare che siano i figli a scegliersi i genitori. Ed a proposito di immagine femminile e politica armata , ricordo una anziana repubblicana che , parlando della difesa della sede di Treviso dall'assalto fascista , affermava di sentirsi come una donna del risorgimento quando assieme ad altre repubblicane preparava bende e medicazioni. Anche in Luigi Meneghello vi è una visione di giovine donna che apre un portone per aiutare i partigiani e lui la vede trasfusa nell'immagine di una giovine infermiera del risorgimento ; Ma , in realtà, questa rappresentazione è ormai frutto di una certa autoironia frequente nell'autore , segno che nel giro di meno di vent'anni ( dalla difesa delle sedi riunite alla resistenza) era ormai cambiata un'epoca. ed una visione del ruolo femminile.

Chi scrive invece ha voluto riprendere il tema dell' eccesso di eurocentrismo nella narrazione del risorgimento : MarcoC. Molto importante la riflessione di Rossella sulla necessità di un interpretazione non eurocentrica del risorgimento . E' una cosa che avrei voluto affrontare partendo da uno degli esempi più clamorosi , Carlo Pisacane , patriota e socialista che come riassume wikipedia "Nel 1847, a Parigi, ... si arruolò nella legione straniera francese come sottotenente e partì per l'Algeria, dove era da poco stata domata la guerriglia antifrancese capeggiata dall'Emiro ‘Abd el-Qader. Quell'esperienza indusse il giovane Pisacane a riflettere sui vantaggi della tattica imprevedibile della guerriglia contro un esercito regolare ancora di stampo post-napoleonico, abituato ad agire secondo schemi fissi." Mentre contribuisce a reprimere la voglia di libertà di un popolo ( con la pelle di un colore diverso) trae insegnamento per la liberazione del proprio di popolo . Magari alcuni degli amici potranno integrare con più documentazione . Ma così è molto stridente. Un pò come il ruolo di un democratico come Giovanni Amendola che come ministro delle colonie nel primo dopoguerra , che non seppe dare nessun segno di discontinuità

 

Invece  sulla figura di Margaret Fuller registriamo una interessante riflessione dell' amico ClaudioC : Molto si è scritto su Margaret Fuller negli Stati Uniti, poco in Italia dove il suo nome è noto a una ristretta cerchia di studiosi. Eppure è un personaggio straordinario, che ha amato il nostro paese come una seconda patria, condividendo con passione le istanze di riscatto e di libertà per cui allora tanti giovani combattevano e morivano.
Gli autori hanno approfondito diversi aspetti delle vicende degli ultimi anni della giornalista americana con particolari inediti anche relativi alla famiglia Ossoli. Il racconto si intreccia continuamente con la storia dell'Italia e, pur basandosi in gran parte su citazioni dai reportage e dalle lettere della Fuller, o su documenti d'epoca, vuol mantenere un andamento discorsivo e di facile lettura. Potrà rendere più popolare questa donna moderna di 150 anni fa, fragile e combattiva, amante della cultura classica e impegnata al tempo stesso sui temi politici e sociali, sempre schierata dalla parte dei più deboli in nome dei diritti fondamentali di dignità e di giustizia? Anche oggi, forse oggi soprattutto, in tempi di ideali da recuperare su diversi versanti ha molto da dirci.

MARGARET FULLER , femminista nella repubblica romana

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Margaret Fuller , intellettuale di Boston , scrittrice , femminista ,corrispondente del New York daily Tribune , visse attivamente le vicende della Repubblica Romana e ce ne ha lasciato una vivida testimonianza , riprodotta in una recente opera  :“Vi scrivo da una Roma barricata “di Mario Bannoni e Gabriella Mariotti  Edizione: 2012 Conosci per scegliere

 

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Il libro inizia con la cronaca di questa tragedia del mare ricostruita su un documento dell'epoca, il servizio che un inviato della Tribune manda a caldo al giornale di cui la Fuller era stata tra i principali redattori. Poi, a ritroso, ripercorre la vita in Italia della giornalista, dal suo primo arrivo a Genova nel marzo del 1847, alle tappe successive a Napoli e a Roma, la Roma dell'inizio del pontificato di Pio IX, il papa liberale. Il Tour prosegue poi nell'Italia centro-settentrionale ma sempre, per lei, con la nostalgia della città eterna che l'ha incantata, dove non può non tornare. Lo fa, cambiando i suoi programmi, proponendosi un soggiorno di almeno sei mesi e contando sugli introiti dei reportage che invia regolarmente al giornale di New York: politica, note di costume,arte, paesaggi naturali, incontri con intellettuali e patrioti.
A Roma ritrova anche il giovane marchese Giovanni Angelo Ossoli, conosciuto nella primavera precedente. Ed è amore, benché vissuto tra mille perplessità: lui molto più giovane, poco colto, ingenuo, non una solida spalla su cui appoggiarsi soprattutto quando arriva un'inaspettata gravidanza. Una gravidanza troppo trasgressiva anche per l'evoluta, femminista Margaret Fuller, rischiosa per il marchesino Ossoli al quale può comportare l'ostracismo da parte della sua famiglia rigidamente papalina. Margaret si allontana da Roma, sono mesi di solitudine tra l'Aquila e Rieti. Poi la separazione dal bambino, lasciato a balia, per la necessità di tornare a Roma a riprendere il suo lavoro di giornalista, al riparo da chiacchiere e condizionamenti. Ma a Roma stanno accadendo ora quegli eventi straordinari che la democratica Fuller auspicava. Dopo il declino e la fuga del papa un'Assemblea Costituente proclama la Repubblica, Mazzini è a capo del governo. Le minacce delle potenze cattoliche filopapali non tardano, ma in prima fila è la stessa Francia repubblicana che attacca e assedia Roma. Il marchese Ossoli è a combattere sulle mura, Margaret ad assistere i feriti negli ospedali con il Comitato organizzato dalla Belgioioso. I suoi reportage diventano drammatici servizi da inviata su un campo di battaglia. Dopo l'inevitabile capitolazione della città, Margaret e Ossoli lasciano definitivamente una Roma occupata dai Francesi e di nuovo in mano ai clericali. Con il bambino passano alcuni mesi a Firenze, quindi, fra mille dubbi e oscuri presentimenti di morte, il ritorno in patria.

il resto della recensione con anche una anteprima

http://www.cpseditrice.it/v1.php

un commento

http://www.italiasera.it/Pagine/23Gennaio2013/7.pdf