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La fabbrica dell' obbedienza : la chiesa e l'incapacità di opporsi degli italiani

Esce in questi gironi per Feltrinelli "la fabbrica dell' obbedienza" di Ermanno Rea giornalista e saggista napoletano, un pamplet molto polemico sul ruolo della Chiesa in Italia , sull' abitudine che ha indotto nel nostro Paese ad accettare di tutto senza opporsi , fino alle vicende degli ultimi giorni.

facciamo seguire una recensione del libro  e un' intervista all' autore

La fabbrica dell’obbedienza. Il lato oscuro e complice degli italiani

Servili, bugiardi, fragili, opportunisti: il mondo continua a osservarci stupito e a chiedersi donde provengano negli italiani tante riprovevoli inclinazioni, tanta superficialità etica e tanta mancanza di senso di responsabilità. Colpa delle stelle? Del clima? Della natura beffarda che ci avrebbe fatti così per puro capriccio? In questo suo nuovo libro, sciolto e affabulatorio nella forma quanto ruvido e penetrante nella sostanza, Ermanno Rea ci guida alla ricerca delle origini stesse della “malattia”, del suo primo zampillare all’ombra di quel Sant’Uffizio che nel cuore del secolo XVI trasformò il cittadino consapevole appena abbozzato dall’Umanesimo in suddito perennemente consenziente nei confronti di santa romana Chiesa. Dopo oltre quattro secoli, la “fabbrica dell’obbedienza” continua a produrre la sua merce pregiata: consenso illimitato verso ogni forma di potere. L’italiano si confessa per poter continuare a peccare; si fa complice anche quando finge di non esserlo; coltiva catastrofismo e smemorante cinismo con eguale determinazione. Dall’Ottocento unitario al fascismo, dal dopoguerra democristiano alla stessa dinamica del compromesso storico, fino alla maestosa festa mediatica del berlusconismo, “Mario Rossi” ha indossato la stessa maschera del Girella ossequioso. Saggio, pamphlet, invettiva, manifesto: un libro di straordinaria lucidità e saggezza, una riflessione che diventa sbrigliata ricognizione storica, atto di accusa, istigazione al pensiero.

http://www.gruppolaico.it/2011/03/02/la-fabbrica-dellobbedienza-il-lato-oscuro-e-complice-degli-italiani/

Intervista di Luigi Idrei a Ermanno Rea, autore di La fabbrica dell’obbedienza. Perché nella patria di Giordano Bruno chi si ribella è solo (Feltrinelli). (da Venerdì di Repubblica del 25.2.11)

“”Dopo Giordano Bruno, solo accondiscendenza e vigliaccheria. È severo e malinconico il giudizio che Ermanno Rea pronuncia sugli italiani. Il suo ultimo libro, La Fabbrica dell’obbedienza (Feltrinelli) non dà speranze. Gli italiani sono un popolo piegato all’obbedienza, alla rassegnazione della coscienza, inutile parlar loro di libertà e di autonomia del pensiero o di responsabilità. L’ultimo grande no pronunciato nella storia del nostro Paese fu quello del frate di Nola mentre bruciava sul rogo di Campo de’ Fiori il 17 febbraio del 1600 nella sua suprema sfida alla Chiesa. Da lì, la rinuncia alla libertà. Dal Concilio di Trento, che nel 1545 diede avvio alla Controriforma, al berlusconismo la strada è stata lunga, ma in realtà nulla è cambiato nell’anima profonda di un popolo che in fin dei conti preferirebbe la schiavitù.

Rea, la storia dell’effetto rimbambimento della Chiesa sul carattere degli italiani non è nuova. Ma possibile mai che sia tutta colpa dei preti? Che Santa Romana Chiesa sia ancora padrona delle nostre anime?
“Perché, le risulta che la Chiesa abbia mai allentato la morsa? Le faccio un esempio fresco fresco”.
Si accomodi.
“Prenda il caso Marrazzo. Abbiamo un amministratore pubblico, e pure di sinistra, che va con i trans, e fin qui fatti suoi. Poi comprende lo scandalo pubblico, ammette e si dimette, benissimo. E poi che fa? Scrive una lettera al Papa per riconoscere i suoi errori. Che c’entra il Papa? Magari uno si sfoga con un amico, magari anche un prete, d’accordo, ma perché la lettera pubblica al Papa? Perché si deve sapere che io sono un pentito, piango e mi flagello, per evitare il rogo, perché l’ultima istanza è la Chiesa. Eccola l’Inquisizione, ancora dentro di noi”.
Guardi che ci sono esempi anche più freschi.
“Ah, certo. Berlusconi è uno che appena può corre anche lui dal Papa. Ora siamo al caso Ruby, ma quando venne fuori la storia di Noemi Letizia, Berlusconi fece i salti mortali per farsi vedere con Benedetto XVI. A Palazzo Chigi passano ogni giorno al microscopio le parole del segretario di Stato Vaticano. È il ripetitivo riconoscimento di un’autorità superiore, quella che gestisce reati e peccati in un sol colpo. Pecca pure, tanto ci sono io che posso farmene carico e perdonarti. Un’idea che non ha nulla a che vedere con il concetto di responsabilità. Non siamo nemmeno capaci di peccare in santa pace”.
Lei descrive anche Silvio Berlusconi come interprete secolare della cappa di obbedienza che ci ha instillato nel cuore la Chiesa.
“Io credo che questa mentalità italiana votata all’obbedienza, che nasce con la Controriforma, abbia generato vittime, ma anche carnefici, o per dirla con meno crudezza, gestori. Mussolini, per esempio. Oggi anche Berlusconi”.
Sempre i preti tra i piedi? Questo fa di noi una democrazia imperfetta?
“Senza dubbio. Tutte le democrazie occidentali sono influenzate dalla religione. Che perfino Obama negli Stati Uniti debba trattare con formazioni e gruppi di ispirazione religiosa è cosa nota. Ma il cattolicesimo italiano ha qualcosa di più vigoroso e pervasivo”.
Eppure qualche frattura laica nella nostra storia c’è: Porta Pia, i bersaglieri, il Risorgimento.
“Non si tratta di vere rotture, ma solo di inevitabili compromessi. Dopo Porta Pia, la Chiesa rinuncia all’ostracismo nei confronti della nazione, accetta l’idea che si formi uno Stato vagamente laico, ma sempre entro certi limiti. La sostanza profonda non muta. Continua la guerra della Chiesa contro la formazione di una cultura e di una coscienza italiana davvero laica. Cos’altro sono le battaglie del Vaticano per i finanziamenti alla scuole cattoliche?”.
Ma ci sarà pure stato, e ci sarà, qualcuno capace di puntare i piedi.
“Non è solo Giordano Bruno la bandiera del no. Penso ad Antonio Gramsci incarcerato. A quei dodici professori che rifiutarono il giuramento di fedeltà al Fascismo, nomi da incorniciare e venerare in una teca, al partigiano che, torturato a morte, non rivela i nomi dei suoi compagni, alla guerra di Liberazione, un momento eroico in cui questo popolo sa anche combattere per una buona ragione. Simboli che purtroppo si vanno sfocando”.
Allora non stiamo messi poi così male.
“Di speranze nel breve periodo ne vedo poche. Ma certo, non siamo mica tutti uguali. Parliamo pure, per esempio, dei tanti voti che riesce a mietere il signor Berlusconi, ma parliamo anche dei tantissimi voti che non ha mai avuto e che non avrà mai”.
Perché, lei pensa che a votare Berlusconi sia tutta gente che non sa dire no?
“Penso che in buona parte siano voti di chi è stato educato e condizionato a regalare compiacenza alla figura di Berlusconi, nelle sue ricchezze, nelle sue ostentazioni, nell’uomo che ci butta in faccia continuamente il suo cattivo gusto e il suo denaro. Un popolo che avesse un senso più acuto della propria dignità se ne sarebbe liberato da un pezzo, come ci fanno osservare spesso all’estero”.
E invece?
“Invece sopportiamo lo stillicidio continuo di volgarità, di aggressività becera di un uomo che ritiene di poter comprare tutti, voti, coscienze, parlamentari, donne, ragazze. Io ho 84 anni e ricordo qualità ormai fuori mercato: la sobrietà, la serietà, il senso dell’onore”.
Vorrei fermarla prima che Giuliano Ferrara la legga e organizzi una manifestazione antipuritana in un teatro qui sotto casa sua.
“Che le devo dire? Penso che sarebbe meglio non citare Giuliano Ferrara. È un testimone di come l’intelligenza umana possa inutilmente degradarsi”.
Torniamo ai no che ci sono. Quello, di pochi giorni fa, delle donne italiane in piazza, per esempio.
“Un no entusiasmante. La dimostrazione che, nonostante tutto, esistono in questo Paese risorse straordinarie, probabilmente più nel mondo femminile che in quello maschile. Le donne hanno più energie, perché sono state più schiave. E il momento del risveglio può essere grandioso. Sono loro che possono per prime liberarsi di una visione gerarchica del mondo”.
Preti permettendo, naturalmente.
“La Chiesa non lo permetterà mai. Non può”.
Come lo vedrebbe lei un nuovo esilio avignonese?
“Non mi faccia dire cose difficili. Io ho solo scritto un libro che un commentatore ha definito una istigazione al pensiero”.
Roba eversiva.
“Ah certo, istigare al pensiero è quanto di più eversivo si possa immaginare”.
Lei non dà prospettive. Non possiamo nemmeno aggrapparci a Cavour con il suo “libera Chiesa in libero Stato”?
“Temo di no, a meno che non si voglia correggere in “troppo libera Chiesa in poco libero Stato”".
Lei è un mangiapreti.
“No. Non li digerirei”. “”

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