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Dubbi sulle riforme istituzionali

La proposta di legge elettorale frutto dell' Asse Berlusconi Renzi , che per qualche strano motivo bisognerebbe chiamare Italicum (con qualche assonanza ad una terribile strage) più propriamente potrebbe chiamarsi PorcellumII, il perchè lo spiega l' avv Felice Besostri che insieme all' avv Aldo Bozzi è riuscito a portare la legge calderoli in Corte Costituzionale . Avverte però entre breve cambieranno 4 giudici della Corte. Il dubbio che l' Asse Berklusconi Renzi riuscirà a cambiare la maggioranza c'è 

Rodotà e Onida sulle riforme elettorali

"iniziativa laica" riporta due articoli di Stefano Rodotà e Valerio Onida molto critici sull' assetto isituzionale che sta portando avanti il governo Renzi

Rodotà si conjcentra sulla riforma costituzionale , fino a chidersi se le riforme proposte nonvengano a toccare la forma repubblicana dello stato , riecheggiando alcune osservazioni fatte da Maurizio Viroli

L’Italia non sarà più una Repubblica parlamentare?
Formalmente resterà tale, ma ci sarà un accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo e della Presidenza del Consiglio e insieme una depressione di ogni forma di controllo. Non dimentichiamo mai che questa riforma è accompagnata da una proposta di legge elettorale che costruisce una maggioranza artificiale nell’altra Camera: Montecitorio diventerà un luogo di ratifica delle decisioni del governo.
Lei dice: “Si tocca anche la forma di Stato”: cambierà l’equilibrio tra governanti e governati?
L’ultimo articolo della Carta dice che la forma repubblicana non è modificabile. Non vuol dire solo che non si può tornare alla monarchia: si vuol dire che la forma di Stato delineata dalla Costituzione – una delle nuove costituzioni del Dopoguerra, segnata dal passaggio da Stato di diritto a Stato costituzionale dei diritti – è una combinazione tra repubblica parlamentare e repubblica dei diritti. Se si abbandona questa strada, si rischia di uscire dall’art. 139 modificando la forma repubblicana, ritenuta invece un limite invalicabile.

e aggiunge

Di fatto, si sono già modificati i rapporti tra governo, parlamento e partiti. Basta vedere quante leggi per decreto, o le indiscrezioni sulla riforma della Rai.
C’è già una trasformazione del sistema. L’abuso della decretazione ha una lunga storia in Italia, ma il decreto legge è stato impugnato come un’arma, dicendo “è l’unico modo che consente di decidere”. Sulla Rai c’è un punto fermo rappresentato da una sentenza della Consulta che ha esplicitamente detto che la Rai è affare di parlamento e non di governo. Comunque se il controllo parlamentare avrà le caratteristiche derivate dal combinato disposto di riforme e Italicum, quel Parlamento non sarà altro che la prosecuzione dell’esecutivo: la designazione da parte del governo di un amministratore delegato, non troverà nel Parlamento nessuna forma di controllo.
Anche sul Jobs Act, il governo non ha tenuto in considerazione il parere delle commissioni Lavoro contrarie a inserire nel testo i licenziamenti collettivi.
La crescente delegittimazione del Parlamento è evidente. Il tema del licenziamento collettivo non è un fatto marginale, cambia la qualità della disciplina del licenziamento. Il parere delle commissioni non era vincolante certo, ma la domanda è: il governo tiene conto del parere del Parlamento? La risposta è: no.

 

d'altra parte il tema della legge elettorale viene approfondito dal presidente emerito della corte Onida , 

l’aspetto più controverso della nuova legge elettorale in discussione non è quello dei capilista «bloccati» e delle preferenze, bensì il meccanismo di attribuzione del «premio». Al primo turno basterà il 40 per cento, il che vuol dire che il 54 per cento dei seggi potrà andare a un solo partito non scelto e magari fieramente avversato dal 60 per cento dei votanti. All’eventuale secondo turno vincerà chi otterrà più voti, perché le liste in competizione saranno solo le due più votate, in qualunque misura, al primo turno. Ma la competizione sarà falsata dal fatto che tutte le altre liste saranno escluse dal voto; e quindi gli elettori che le hanno scelte al primo turno non potranno esprimere più un voto di lista «libero». La maggioranza assoluta dei seggi potrà andare a una lista che gode della fiducia di una anche ridotta minoranza degli elettori (ad esempio il 25 o il 30 per cento), essendo al secondo turno precluso ogni apparentamento e «vietato» esprimere una scelta diversa da quelle che (magari per pochi voti) sono risultate prima e seconda al primo turno. Inoltre, è possibile che al secondo turno non votino, perché non si sentono rappresentati dalle due liste in campo, molti elettori che pure si erano espressi al primo turno, e che quindi la maggioranza assoluta dei seggi venga attribuita ad una lista che né al primo, né al secondo turno abbia ottenuto la fiducia della maggioranza di coloro che hanno partecipato al voto. Il premio, insomma, sarebbe assegnato anche se la vittoria nel secondo turno (che non richiede alcun quorum di partecipazione) fosse frutto del voto espresso da una parte ridotta dell’elettorato non astensionista, e quindi di una «non maggioranza».
Si dice: ma questa è la logica del «ballottaggio». In realtà è equivoco persino parlare di ballottaggio. Questo, classicamente, è un sistema adottato per eleggere una singola persona (come ad esempio il sindaco, o come il deputato — unico — di un singolo collegio nei sistemi uninominali).

.....

In realtà, dietro queste scelte sulla legge elettorale, si rivela la tesi (già vittoriosamente contrastata nel referendum del 2006, ma ancora riaffiorante) secondo cui agli elettori deve rimettersi in sostanza solo la scelta dell’unico leader, capo dell’esecutivo, di cui la maggioranza parlamentare è una sorta di appendice (non a caso si parla di «sindaco d’Italia»). E si rivela l’altro assioma, per cui il sistema politico dovrebbe articolarsi fondamentalmente solo in due partiti, ciascuno dei quali propone un unico leader. Il bipartitismo è (quando lo è: oggi non lo è, non solo in Italia) il risultato della storia, non di una ingegneria elettorale

 

http://www.iniziativalaica.it/?p=24520

Besostri, nubi di incostituzionalità sull' Italicum

Ricorreremo anche contro “l’Italicum”

di Antonella Mascali

L’avvocato Felice Besostri, insieme agli avvocati Aldo, Giuseppe Bozzi e Claudio Tani è riuscito ad arrivare in Corte costituzionale per far esaminare la legge elettorale, il cosiddetto Porcellum, poi bocciato dalla Consulta. Ora sta seguendo passo passo l’iter dell’Italicum e quando lo sentiamo al telefono lancia una provocazione, tanto è arrabbiato per quanto sta accadendo in Parlamento. “Se avessi saputo che la bocciatura del Porcellum avrebbe portato all’Italicum, avrei rinunciato a tutta la fatica per arrivare davanti alla Corte costituzionale e avrei rinunciato all’abolizione della legge”.

Addirittura?
L’Italicum è altrettanto incostituzionale. Per come è concepito il premio di maggioranza e per le conseguenze delle soglie di accesso, anche se ridotte al 3%, provoca una distorsione del principio costituzionale di uguaglianza. È contraddittorio un premio di maggioranza che ti mette al riparo dall’opposizione, inoltre non c’è nessun parametro che colleghi la validità del risultato per il raggiungimento del premio di maggioranza in relazione alla percentuale degli elettori che hanno votato.
Faccio un esempio: se le intenzioni di voto saranno confermate, se andranno alle urne, come è già accaduto in Emilia Romagna, il 35% degli elettori, il partito che avrà il premio di maggioranza perché ha ottenuto al primo turno il 40% lo avrà anche se ha votato solo il 35% degli aventi diritto.

E’ il previsto ballottaggio?
È una presa in giro: non si consente che siano cambiate le alleanze tra il primo e il secondo turno. In questo modo il premio di maggioranza può andare a una lista che al primo turno ha preso il 20% dei voti. E se al ballottaggio, come succede alle amministrative, dovessero partecipare meno elettori, il problema della reale rappresentanza sarebbe acuito.
I fautori dell’Italicum, però, dicono che a parte i capilista bloccati, i cittadini possono esprimere le loro preferenze…
Ma i capilista si possono candidare in 10 collegi, pertanto, potendo scegliere a quali collegi rinunciare, selezionano altri 9 rappresentanti. Solo i partiti più grandi avranno qualche parlamentare espressione della volontà dei cittadini, ma le liste piccole manderanno in Parlamento solo i candidati scelti dalle segreterie. La quota di nominati oscillerà tra il 55 e il 70%, a seconda di quante liste piccole saranno rappresentate. L’Italicum viola anche l’articolo 48 della Costituzione perché non c’è voto personale e diretto. Prima dell’elezione non si sa dove andrà a finire il premio di maggioranza, che premia in misura maggiore chi ha avuto meno voti. Invece, in Germania, il primo partito ha diritto alla maggioranza assoluta solo se gli manca un seggio.

Cosa pensa del Senato formato da consiglieri regionali?
Ne penso malissimo. A questo punto meglio una sola Camera alla tedesca piuttosto che una Camera con il premio di maggioranza, anche se rappresenta una minoranza del Paese e un’altra che non può fare il contrappeso.

C’è già un ltalicum messo in pratica?
Sì, la legge elettorale regionale toscana approvata a dicembre. Evidentemente è un vezzo per i toscani di dare la linea al Parlamento. Prima c’è stato il pre-Porcellum e ora c’è il pre-Italicum. Su 40 consiglieri non più del 10-15% sarà eletto con le preferenze. Contro questa legge, sto per presentare al Tribunale di Firenze un ricorso, firmato da diverse associazioni, per l’accertamento del diritto di votare secondo Costituzione.

Iniziative contro l’Italicum?
Appena sarà approvato ci riuniremo gli stessi che ci siamo battuti contro il Porcellum per ragionare sul ricorso da fare per incostituzionalità della legge.

da il Fatto Quotidiano del 23 gennaio 2015

http://www.felicebesostri.it/2015/01/23/ricorreremo-anche-contro-litalicum/

Besostri : come opporsi al pasticcio istituzionale

La democrazia rappresentativa è in pericolo e si fa poco o niente

Rinaldo Bertolini - La nuova 'conventio' ad excludendum

 

Archi costituzionali

Sta per imporsi un nuovo arco costituzionale, quello che determinerà l'inizio della Seconda Repubblica Italiana in modo effettivo e formale, non semplicemente grazie a leggi ordinarie (elettorali), pratiche di fatto, annunci propagandistici. Questione di qualche giorno.

Il primo, nato nel periodo che va dalla Resistenza al '48, ebbe una gestazione piuttosto lunga rispetto a quanto sembra avvenire ora precipitosamente. Ebbe anche un'estensione parlamentare grandissima: rimasero fuori da questo primo patto ben pochi, sia in termini di rappresentanti eletti che di elettori, e questo in un epoca in cui l'afflusso alle urne era pressochè totale.

La Carta costituzionale che esprime le basi ideali e gli equilibri istituzionali della prima repubblica include anche regole 'rigide' per la sua revisione, ponendosi come legge più forte e stabile di tutte le altre leggi: queste regole permettono cambiamenti solo con un consenso largo (2/3 degli eletti) e l'attuale parlamento si appresta ora a vararli con una maggioranza che è al limite di questa soglia prevista.

Molto è cambiato sul piano della costituzione materiale negli ultimi vent'anni e gli equilibri tra i poteri dello stato hanno sopportato scossoni destabilizzanti: una risistemazione è quindi ineludibile, ma potremmo trovarci, come elettori, a dover valutare un completo rivolgimento dell'impianto della prima repubblica, dovuto alla sinergia di due riforme renziane: iper-maggioritario a liste bloccate in una sola camera elettiva, con un premier al centro del sistema.

Queste riforme, a quanto sembra, consegneranno le chiavi di ogni potere a due soli partiti  (il nuovo arco costituzionale), incluso il potere di garantire gli altri, gli esclusi: garanzia poco credibile. Sarà utile che tutti questi altri provino a contrastare questa linea che, ovviamente, può piacere solo a quanti nei due suddetti partiti si riconoscono proprio senza riserve, dato che essi sono diretti con il pugno di ferro da leadership monarchiche.

Su questo spero che si apra un dibattito vero, in vista di un eventuale referendum confermativo che decidesse se davvero è in questa sorta di repubblica che dobbiamo entrare.

 

Rinaldo Bertolini - Un senato come puro organo di garanzia

Il testo che segue, già pubblicato su Facebook, distingue tra ciò che, forse, è urgente ma può essere reversibile e ciò che invece non è altrettanto reversibile e deve quindi essere impostato sul lungo periodo, deve cioè rimanere come garanzia costituzionale. In termini espliciti: da una parte la governabilità nell'immediato, dall'altra gli istituti che devono produrre e garantire le norme costituzionali nel tempo

  

Urgenze immediate e cautele necessarie

Nelle due precedenti note sulle riforme costituzionali sono stati messi a fuoco alcuni punti critici del nostro sistema politico, in particolare quello di essere a metà strada tra repubblica parlamentare e repubblica presidenziale e quello di avere un parlamento in cui operano partiti che hanno perso la capacità originaria di elaborare il consenso.  Il nostro paese vive così una stagione in cui sembra che singole personalità possano darci la chiave della rinascita politica e della ripresa economica, nel bel mezzo di una crisi epocale che coinvolge tutta la vecchia Europa e si nutre del tumultuoso riassetto del sistema economico extraeuropeo. In un quadro così "complesso" si collocano le urgenze di riforma che sono sotto gli occhi di tutti e anche il Presidente della Repubblica ha ricordato nel suo ultimo messaggio in occasione del 2 giugno. 

Per capire meglio dove si collocano queste urgenze e dove 'no', possiamo confrontare il nostro paese con quello ha realizzato, in modo rapido, molte costituzioni repubblicane, arrivando alla quinta edizione: la Francia, che nella sua storia presenta qualche analogia ma anche molte differenze con il nostro. Quando infatti i francesi hanno precipitosamente realizzato la quinta repubblica di impronta gollista, si trovavano nel pieno di una crisi di identità nazionale, avendo perso il prestigio e la potenza accumulata nell'età moderna e conservata in parte fino all'età contemporanea, lacerati dal processo di decolonizzazione che non avevano avuto il tempo di metabolizzare e quasi sulle soglie di una guerra civile. Noi non siamo in queste condizioni, anche perchè la nostra identità nazionale è da sempre molto composita e soprattutto perchè nessuna guerra civile ora ci minaccia. Tuttavia un elemento ci accomuna alla situazione critica vissuta dalla Francia prima di De Gaulle: la paralisi del parlamento.

Il nostro problema è, come noto, quello del bicameralismo perfetto, o meglio paritario, difetto originario del nostro sistema istituzionale da cui non abbiamo avuto conseguenze negative finchè il mondo dei partiti politici godeva di buona salute, mentre ora è diventato lo strumento per creare occasioni di intralcio alla maggioranza, facendo prevalere interessi particolari o addirittura tentando imboscate all'esecutivo in carica, in ogni caso allungando oltre misura l'iter delle leggi di cui il governo ha bisogno per l'efficacia della propria iniziativa o addirittura per l'ordinaria amministrazione.  E' evidente la necessità di eliminare per prima cosa questo vistoso difetto istituzionale, intervenendo poi anche sul problema dei costi (e degli sprechi) della politica e  su quello della semplificazione della pubblica amministrazione.

E' indispensabile anche arrivare presto ad una soluzione per quanto riguarda la oppure le leggi elettorali: possono infatti essere diverse a seconda degli organi, se questi organi ovviamente sono diversi per funzioni attribuite, senza confusione e sovrapposizione sterile di compiti. Se è però necessario affrontare con rapidità alcune questioni, è meglio non precipitare il resto, permettere cioè che le altre riforme istituzionali abbiano un corso più lento. Per uscire dall'impasse in cui ci troviamo è necessario e sufficiente privare il senato di ogni potere che possa interferire con l'azione del Governo, cioè privarlo del potere di legittimare/delegittimare l'Esecutivo (cosa che avviene con le votazioni sulla 'fiducia', con l'approvazione del  bilancio e con ogni altra legge che comporta oneri di spesa). Non è necessario invece privarlo di altre competenze e, soprattutto, non è necessario escludere la sua elezione diretta.

Cosa rimarrebbe ad un senato cui fosse tolto il potere di ingerirsi nelle questioni di governo? Proprio la possibilità di realizzare con ponderatezza non solo le leggi costituzionali che potrebbero rendersi necessarie in futuro, ma anche la legislazione civile e penale, la riforma degli ordinamenti giudiziari, le questioni relative alle relazioni internazionali e, naturalmente, il raccordo tra l'amministrazione centrale e quelle regionali.  Non occorre sia numeroso, anzi: è noto infatti che la nostra costituzione fu elaborata da un gruppo abbastanza ristretto di rappresentanti del popolo, cui l'Assemblea Costituente aveva affidato il compito. Il problema non è il numero, ma l'autorevolezza dei membri di quest'organo e, soprattutto la loro rappresentatività, che deve essere il più possibile corrispondente al paese reale.

La Camera di Deputati, liberata da competenze non legate alle esigenze di governo, potrebbe essere formata mediante leggi elettorali che sacrificano la proporzionalità alla governabilità, ma un Senato riformato che non avesse più voce in capitolo nelle questioni di governo e spesa dovrebbe essere eletto proporzionalmente senza alcun inconveniente per la stabilità e la governabilità. Non ci sarebbe alcun problema se la camera alta elettiva non avesse una maggioranza stabile e rappresentasse in modo fedele la variegata costellazione di orientamenti che per tradizione dà vitalità politica al nostro paese. Non avendo risorse da amministrare tale camera sarebbe poco corruttibile e sarebbe ambita solo da coloro che si occupano di riformulare le regole.  Al contrario, se questo compito fosse affidato a un organo eletto con un sistema fortemente maggioritario e ad un senato non elettivo, ci esporremmo al rischio che introducano cambiamenti istituzionali permanenti voluti da maggioranze ristrette e che, nei casi peggiori, coinciderebbero con aggregati incoerenti di votanti estemporanei attratti da singoli leaders.

R. Bertolini Democrazia e Partiti

 

L' amico R Bertolini prosegue la sua riflessioni sulle prospettive di riforma elettorale e tocca il tema del rapporto fra Democrazie e Partiti .  Repubblica e Progresso non nasconde la propria visione legata alla versione "buona" dei partiti (quella dell' art 49 cost per intenderci) e il progressivo sparire della possibilità della versione buona mentre si combatte quella cattiva spaventa abbastanza Si deve considerare anche  il ruolo della moderna comunicazione che permette sempre più il rapporto diretto fra leader e "popolo" riducendo il ruolo dei corpi intermedi istituzionali e non , d'altra Dahendorf qualche anno fa aveva visto in questo la crisi se non della democrazia delle assemblee democratiche .

Il ruolo dei partiti dalla prima repubblica ad oggi (o ieri sera)

 

Il nostro paese ha subito nel corso di settant'anni un'evoluzione che ha portato i partiti, che sono stati i benemeriti fondatori e arbitri della Repubblica, a essere ostacolo al buon governo e, forse peggio, impotenti aggregati nelle mani della loro leadership. Per comprendere le caratteristiche originarie del nostro sistema politico ed il ruolo che in esso questi partiti hanno avuto e quello che hanno ora, è utile un raffronto con l'altro stato che, dopo essere arrivato all'unità come noi solo nella fine dell' '800, ha vissuto nel  '900 una vicenda paragonabile alla nostra, quella di attraversare la turbolenza del regime dittatoriale: la Germania.

 

L'origine della nostra costituzione, come si sa, è proprio nei partiti, ovviamente quelli nati dalle forze che hanno collaborato alla Resistenza: con la partecipazione alla lotta resistenziale infatti le forze politiche che si coagularono in essi erano naturali candidate a guidare la ricostruzione istituzionale. Nella fase costituente il punto di equilibrio tra le formazioni di tendenza social-comunista e quelle nate dalla convergenza di cattolicità con liberal-democrazia fu trovato, come si sa, dal gruppo politico-intellettuale che aveva la sua guida in Dossetti, ma le espressioni di queste molteplici linee continuarono a presentarsi come soggetti organizzati, anche in forma di netta contrapposizione, al centro del sistema. Del fatto che i partiti abbiano messo se stessi al centro della prima repubblica si ha una riprova nella non-realizzazione delle norme che avrebbero dovuto regolarli assoggettandoli alla legge: si è creato così il sistema politico in cui essi, in parlamento, si sono legittimati reciprocamente come partiti di governo e partiti di opposizione, impersonando la sovranità stessa attribuita al popolo ("nelle forme e nei limiti della Costituzione", art.1).

 

In Germania invece i partiti, pur essendo di ispirazione analoga ai nostri, non potevano rivendicare con altrettanta forza l'iniziativa di ricostruzione dello stato e quindi fu direttamente il Parlamento, più di essi, a godere fin dall'inizio di una centralità assoluta, maggiore che da noi e garantita dalla "Legge Fondamentale" tedesca. E' noto il meccanismo della fiducia costruttiva che dà certezza e stabilità agli esecutivi in Germania, ma non si è abbastanza sottolineato che questo tipo di fiducia ha il suo cardine nel rapporto tra Parlamento ed Esecutivo, non nella contrattazione fra partiti, mentre da noi proprio in questa contrattazione nasceva - nasce - e poi si logorava il prestigio (insieme alla funzionalità) dei governi. L'espressione partitocrazia ha cominciato ad aver corso solo da noi e non risulta che sia utilizzata in Germania, dove più alto è il prestigio delle istituzioni, non tanto per il 'senso dello stato', come si dice, attribuibile ai tedeschi, ma perchè, essendo l'origine dei loro partiti  secondaria e più debole rispetto a quella dei nostri, nella Repubblica Federale Tedesca essi non hanno mai avuto in mano le chiavi della sovranità.

 

I nostri partiti per lento logoramento hanno perduto la capacità di guardare agli interessi delle parti sociali rappresentate e, anzichè contrastare il particolarismo della società civile, hanno moltiplicato gli elementi di corruzione fisiologicamente presenti in quest'ultima, degradandola insieme alle nostre istituzioni, oltre a precipitare se stessi nello stesso gorgo.  Non era così ovviamente in origine, quando essi rinascevano, dopo un ventennio, dalla vicenda purificatrice della lotta al nazifascismo. Dopo essere stati  protagonisti di una stagione benemerita nella ricostruzione, perchè rappresentavano le varie identità culturali sottese alla società civile, non solo sono stati contagiati dalla corruzione estendendola anche all'apparato statale, ma coll'impallidire della tensione ideale si sono svuotati di partecipazione, hanno perso il contatto con la loro base sociale e ora devono puntare su forme nuove di coinvolgimento del loro 'pubblico': infatti questo non è più tutto garantito da aderenti o simpatizzanti, ma è da 'pescare' ovunque nel momento elettorale grazie all'affidamento a leader carismatici.

 

Dopo Berlusconi (in tandem con Bossi) e dopo Grillo, che hanno raccolto egregiamente l'esigenza degli elettori di trovare 'la persona giusta' su cui fare la propria scommessa politica, adesso anche per quanto riguarda il partito democratico i commentatori politici, vedendo in Renzi il catalizzatore del successo elettorale del PD, usa l'espressione "renzisti" per quei suoi elettori che non sono riconducibili al riferimento al partito, così come è stata utilizzata quella di "berlusconiani" e di "grillini". E' il fenomeno della "personalizzazione", che sposta dai partiti all'elettorato il potere di 'investitura' (esercitato nel momento del voto effettivo o in quello delle 'primarie'), contribuendo a renderli  sempre più vuoti simulacri di ciò che erano nel dopoguerra, riducendo cioè la forma-partito ad un nome privo di collegamento con una base sociale e debole nel corpo organizzativo storicamente rivolto alle mediazioni utili a canalizzare il consenso.

 

E' quindi la crisi dei partiti, che sono stati la matrice della nostra Costituzione, a suggerire un suo ripensamento, soprattutto se si vuole salvare il fondamento parlamentare su cui essa è imperniata.  Potrebbe essere il compito di questa (e spero anche della prossima) legislatura: occorre accompagnare questo compito con un dibattito il più largo possibile e lasciar decantare le urgenze che sollecitano ogni capo dell'esecutivo.

Rinaldo Bertolini da facebook

 

L' amico Bertolini ha aggiunto per noi una postilla proprio sulle assemblee democratiche

Per quanto riguarda Dahrendorf forse occorre utilizzare la sua previsione critica sulla decadenza delle Assemblee per ricostruire un parlamento nuovo, in cui i cittadini scelgano davvero i loro eletti. credo inoltre  che occorra separare la scelta del presidente del Consiglio da quella della rappresentanza parlamentare, cose che il porcellum ha legato e che anche l'italicum mantiene E vorrei mantenere il Presidente della repubblica come eletto dalle camere A LORO GARANZIA

 

Rinaldo Bertolini Le riforme striscianti

Con l' autorizzazione dell'interessato riportiamo un'interessante analisi che  Rinaldo Bertolini ha postato su Facebook  sui rivolgiemnti istituzionali che stiamo vivendo

Semper reformanda

Tra repubblica parlamentare e repubblica presidenziale

 

Semper reformanda  si diceva della Chiesa, si diceva cioè che doveva essere sempre riformata: lo si è detto dal 1600 nel senso che bisognava continuamente restituirle la forma originaria, perchè la corruzione sempre la poteva offuscare. Nel contesto civile e politico del 1700 e del 1800 l'espressione "riforma" ha acquisito poi un secondo significato, quello di attribuire forme nuove e più evolute allo stato, e si utilizza oggi sia per leggi ordinarie che costituzionali.

 

La nostra Carta è stata definita "la più bella del  mondo", che è come dire 'difficilmente migliorabile', almeno secondo chi ha contribuito a crearla e si è alimentato degli ideali che hanno posto, nella Resistenza, le condizioni su cui edificare la repubblica sulle ceneri della monarchia e del fascismo. Tuttavia essa ha subito trasformazioni non da poco, tant'è che l'espressione "Seconda Repubblica" è diventata di uso comune, proprio per indicare il cambiamento prodotto, come noto, dall'impatto che le nuove leggi elettorali hanno avuto sul nostro sistema dei poteri.

 

Ci siamo così gradualmente abituati a meccanismi che premiano le maggioranze, concepiti per dare a queste più forza e capacità di governo sacrificando il criterio della rappresentanza proporzionale, ci siamo anche abituati a vedere i partiti stretti in coalizioni per vincolare così le loro alleanze dopo le elezioni, ci siamo infine abituati alla figura del 'candidato premier', più precisamente detto 'capo della coalizione', per consentire all'elettore di aderire alla proposta di un nome per il futuro Presidente del Consiglio.

 

Altri cambiamenti sono stati introdotti, in particolare quello dovuto all'istituzione delle Regioni, ma quelli prodotti dalle leggi elettorali sono senza dubbio i più influenti sul sistema politico, anche se non hanno il rango di riforme costituzionali: infatti le leggi elettorali sono in grado di modificare il funzionamento di tutta l'architettura dei poteri previsti da una costituzione.  Non essendo in Italia norme costituzionali, queste leggi possono essere modificate con facilità, come leggi qualsiasi (di recente abbiamo visto che sono state più volte rimaneggiate), ma hanno tuttavia un peso identico a quello delle "riforme costituzionali", quelle leggi cioè che prevedono un iter molto lungo e complicato, oltre ad un'alta maggioranza in Parlamento. In altri stati invece le leggi elettorali sono inserite nelle rispettive costituzioni e possono godere del rango e delle garanzie che tutelano i più grandi cambiamenti istituzionali.

 

Quasi senza accorgercene, abbiamo quindi assistito a trasformazioni di fatto del nostra Costituzione, avvicinandoci a forme di tipo presidenzialistico senza tuttavia rendere chiaro questo mutamento: il vertice dell'esecutivo infatti gode ora di una notorietà, di una presa sull'opinione pubblica assai maggiore di quella consueta nella nostra cosiddetta "Prima Repubblica", complice anche il 'personalismo' che sempre più pervade il rapporto tra classe dirigente e elettorato.  A questa trasformazione non corrispondono maggiori poteri formali del Presidente del Consiglio, ma questi supplisce alle difficoltà ricorrendo al voto di fiducia o alla decretazione, bypassando gli ostacoli che il Parlamento oppone alla sua azione.

 

Si è quindi sempre più profilata una tensione tra il potere esecutivo del Governo e il potere legislativo (e di controllo) proprio delle Camere. L'unico potere che non è stato intaccato dagli slittamenti prodotti dalle leggi elettorali è quello del Presidente della Repubblica, che peraltro è stato costretto a dirimere situazioni sempre più incerte e instabili, svolgendo un ruolo di supplenza, pur rimanendo nell'ambito previsto dalla nostra Costituzione. Siamo, forse, in mezzo ad un guado? Occorre decidere se inoltrarci verso una forma di stato diversa da quella prevista dalla nostra Costituzione, oppure se mettere l'ancora a quella forma di stato  che, se pur offuscata, è ancora attuale sulla carta, quella che ha solo nel Parlamento il suo centro propulsore. E' importante che anche noi elettori prendiamo coscienza del punto di svolta e sappiamo seguire le discussioni in proposito.

 

Si tratterà infatti di decidere in che senso la nostra Carta è da riformare, se cioè si dovrà procedere verso una nuova forma di stato o si dovrà restituire al nostro stato la forma che ha perduto.

L'intervento di Walter Tocci sulle riforme istituzionali

Waler Tocci , senatore PD ha svolto durante la discussione nella commissione affari istituzionali del Senato sulla riforma della camera Alta un ampio e approfondito interventoi critico nei confronti della proposta Renzi.

Il livello della critica ci sembra molto alto e si consiglia la lettura integrale , vorremmo qui sottolineare un'osservazione che fa giustizia di una degli slogan più in voga presso gli autodefiniti riformisti

"È un falso storico il mantra mediatico delle riforme bloccate da venti anni. Mai come nella Seconda Repubblica sono state apportate tante revisioni alla Carta e purtroppo si sono rivelate tutte fallimentari, come riconoscono oggi gli stessi proponenti. Dal Titolo V oggi criticato da tutti, allo jus sanguinis del voto all'estero mentre si nega il voto ai figli degli immigrati, al pareggio di bilancio di cui già si chiede la deroga, alla modifiche del 138 naufragate insieme alle Larghe Intese, agli assalti tremontiani contro gli articoli 41 e 42 sul valore sociale dell'impresa, fino alla riscrittura della seconda parte bocciata dai cittadini.

Se si è sbagliato per venti anni a cambiare la Costituzione ci vorrebbe sobrietà e soprattutto capacità di apprendere dagli errori, invece si alza il tiro con una revisione ancora più radicale. La nuova classe politica ha sostituito la vecchia guardia ma curiosamente vuole attuarne la logorata agenda di politiche istituzionali. 
Il senso della misura sarebbe necessario anche in seguito alla sentenza della Corte sul Porcellum. Alcuni studiosi come Alessandro Pace ne deducono un divieto di modifica costituzionale per il tempo che rimane alla legislatura. Si può pensarla diversamente, ma certo non si può ignorare il paradosso della più profonda riscrittura della Carta che sarebbe approvata proprio dal Parlamento segnato da un vulnus di natura elettorale."
 

P.Sassetti : il pasticcio istituzionale

 

L' amico paolo Sassetti sulla pagina FB di Repubblica e Progresso sottolinea la retorica con cui Matteo Renzi affermò che le riforme costituzionali debbono essere condivise, da qui la giustificazione del patto del Nazareno. D'altra parte fino a qualche giorno fa Forza Italia ripeteva ossessivamente per voce di Brunetta e Romani che il testo dell'Italicum approvato alla Camera non poteva assolutamente essere modificato, pena la caduta degli accordi del Nazareno. .

Il 25 aprile Berlusconi, con una giravolta a 180 gradi, ha detto che è una legge incostituzionale. Una volta tanto ha detto una cosa giusta. Ma con quale coerenza! Probabilmente ha intuito che non sarebbe Forza Italia il partito che andrebbe al ballottaggio col PD. Renzi – continua Sassetti - si è rivelato un pivello nel fondare la strategia delle riforme costituzionali sull'accordo con un notorio baro. “Ora si trova con un progetto di riforma che non è condiviso dall'opposizione di FI e M5S e nemmeno dalla minoranza PD. Che vuol fare? Inaugurare la nuova stagione delle riforme costituzionali imposte da una minoranza? Perché su questo lui oggi è minoranza nel Paese. “

Per fortuna Renzi - conclude il nostro amico - ha dichiarato che, se non riesce a fare le (cosiddette) riforme, lui lascerà la politica. Sarà di parola?

l' AMI sulle riforme istituzionali

La posizione dell'Associazione Mazziniana Italiana sul Senato

La riforma del Senato è un tema ricorrente della storia costituzionale italiana. Anche ai tempi della monarchia, quando la Camera Alta era di nomina regia, si discusse a lungo su come conferire al Senato una diversa base rappresentativa, senza tuttavia approdare a nulla. All'Assmblea costituente, da un lato il monocameralismo era minoritario, dall'altro le opzioni diverse, da quella regionalista a quella neo-corporativa, furono avanzate con molta timidezza. Ne è venuto fuori un bicameralismo sostanzialmente perfetto, a parte la diversa soglia d'età dell'elettorato sia attivo che passivo, di cui da subito si cominciarono a denunciare i ritardi e le disfunzioni. É paradossale che oggi i tempi della riforma si stringano senza richiamare quel dibattito, ma soltanto sulla spinta di trovare un rimedio ad un sistema elettorale che produce un parlamento a doppia maggioranza magari risparmiando sui cosiddetti costi della politica.
Della spinta riformatrice va senz'altro colto l'obiettivo essenziale di concentrare il rapporto fiduciario e di snellire il procedimento legislativo, ma non per questo essa va presa per buona in tutte le sue componenti. Innanzitutto, non si vede perché rinunciare al principio elettivo. Solo per risparmiare come se le elezioni fossero i famosi ludi cartacei di cui si parlava nel ventennio? Attenzione a non confondere i costi della politica con i costi della democrazia! D'altra parte, un'assemblea di secondo grado sarebbe così poco rappresentativa da risultare inutile. Non convince poi per niente l'idea di puntare sulle regioni e le autonomie locali. Si rischia o di accrescerne i poteri o di farne un mero pennacchio. Lasciando da parte un modello che non ci appartiene e che è ormai un detrito storico dell'ubriacatura federalista di marca leghista fortunatamente ormai esauritasi, sarebbe piuttosto il caso di partire dal chiedersi a che cosa possa servire oggi per l'Italia una Camera Alta e come essa possa integrarsi con la Camera dei deputati che verrebbe fuori dal nuovo sistema elettorale in una visione integrata della rappresentanza politica nazionale. Considerata largamente superata l'antica impostazione della Camera di ripensamento della legislazione anche a causa del sempre crescente spazio rivendicato dalla legislazione europea, quel che oggi mancherebbe all'Italia, avendo invece incentrato sulla Camera dei deputati il rapporto fiduciario e quindi la formulazione dell'indirizzo politico della maggioranza, è un Senato delle garanzie costituzionali, vale a dire un'assemblea elettiva a cui affidare funzioni di riequilibrio rispetto alla maggioranza parlamentare uscita dal confronto tra le coalizioni. Il nuovo Senato, che potrebbe essere composto da cento membri eletti con la proporzionale pura in un collegio unico nazionale con voto di preferenza, assicurerebbe in tal modo un diritto di tribuna a tutte le forze politiche senza scalfire la governabilità e conserverebbe una dimensione nazionale della rappresentanza, mentre la nuova legge elettorale prevede collegi molto piccoli per la Camera dei deputati. Questa complementarietà, resa finalmente possibile dalla concentrazione in una sola camera del rapporto fiduciario con il Governo, si esprimerebbe in modo sostanziale sul piano delle funzioni che il nuovo Senato dovrebbe assolvere:
a) voto a maggioranza dei due terzi delle riforme costituzionali, salvo ricorso a referendum;
b) elezione dei giudici della Corte costituzionale, dei componenti del CSM e di tutte le autorità indipendenti di spettanza del Parlamento;
c) richiamo delle leggi approvate dalla Camera in tutte le materie riferibili a principi costituzionali, con possibilità di proporvi emendamenti e di chiederne una seconda votazione da parte della stessa Camera, entro il tempo limite di un mese;
d) controllo dell'attuazione delle leggi al fine di proporne eventuali modifiche all'altro ramo del Parlamento, a cui dovrebbe essere assicurata una sorta di corsia privilegiata;
e) potere di inchiesta parlamentare attivabile su richiesta di un terzo dei componenti.
Un siffatto Senato delle garanzie avrebbe non solo il merito di razionalizzare il sistema parlamentare nazionale, ma anche quello di far tacere tutte le critiche di plebiscitarismo che si vanno levando da più parti, oltre a quello di ricondurre nel più tradizionale alveo le funzioni del Presidente della Repubblica, da tempo chiamato a ruoli di supplenza che non sono gestibili nei tempi lunghi senza conseguenze sgradevoli. Non avrebbe invece molto senso riservare ad una camera priva del potere fiduciario le materie regionali e locali che sono invece strettamente legate alla funzione di governo che deve restare responsabile difronte alla sua maggioranza parlamentare.
A questo punto, per il bene del Paese, occorre uscire dalla semplicistica contrapposizione tra fretta e rinvio alle calende greche. Non si smonta un sistema bicamerale con un colpo d'accetta, soprattutto quando si può arrivare comunque rapidamente ad una soluzione migliore, solo che si affronti il problema obiettivamente e non come uno slogan. Ha ragione chi vede un freno alla ripresa dell'Italia nella vetustà dei gangli istituzionali ma, per non far peggio, ci si deve muovere in un'altra direzione logica rispetto a quello imboccata.

Mario di Napoli
Presidente nazionale
dell'Associazione Mazziniana Italiana