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Maurizio Viroli : intransigenza e coscienza morale

Maurizio Viroli presenta da Augias il suo ultimo libro "l'intransigente " ripercorre alcuni momenti della storia d'Italia  ( tra cui quelli che difinisce i più sciagurati della storia unitaria : il fascismo e il berlusconismo : i due fenomeni hanno notevoli differenze , ma un dato comune la cedevolezza degli avversari

S.Mattarelli: l'intransigenza contro la frode di "colpa di tutti

L'amico Sauro Mattarelli ci offre un' ampia e profonda riflessione a proposito del tema dell' ultimo libro di Viroli, collegandonsi col tentato inganno per cui "tutti sono colpevoli e quindi nessuno è colpevole "

dall' editoriale di "Il senso della Repubblica nel XXI secolo"      n. 04   Aprile 2012.

Sull’intransigenza perduta
Riflessioni a margine del libro di Maurizio Viroli
Per questa volta il tradizionale editoriale viene svolto attraverso la lettura di un libro. Il testo in questione è L’intransigente, di Maurizio Viroli. A spingerci a questo passo non sono tanto le strane recensioni  pubblicate qua e là, che abbiamo avuto occasione di scorrere; quanto, piuttosto, la cronaca, il coro di lamenti che si è levato, unitamente a una forte dose di ipocrisia, sul tema della corruzione in politica, della necessità di rigenerare i partiti, di controllarne i finanziamenti. Sono vent’anni che se ne parla, tra una crisi e l’altra, tra un provvedimento e l’altro. Invano. Al momento in cui scriviamo queste note non si rilevano novità, né speranze di una via d’uscita.
Abbiamo parlato di ipocrisia perché negli ultimi decenni non sono mancate  le analisi, le prese di posizione. Il fatto è che, immancabilmente,   tutte le persone che si sono preoccupate di denunciare concretamente questo andamento  sono state etichettate con il marchio del “facile moralismo”, oppure dell’ingenuità politica, o, ancora, con la ragione che “con simili argomenti non si vince”, “non si va da nessuna parte”. In alcuni casi, pochi ma eclatanti, contro il “Giordano Bruno”  di turno, è stata predisposta una vera e propria  fatwa che ha portato emarginazione, calunnie, ritorsioni, minacce, controdenunce in modo che all’opinione pubblica, al popolo dei teleutenti,  non sfuggisse il fatto che “siamo tutti colpevoli” e che quindi nessuno può scagliarsi contro la casta perché la classe di governo non fa altro che rispecchiare difetti italici che ci appartengono geneticamente da millenni, senza alcuna  speranza di riscatto. Il messaggio  è stato di rassegnarsi, cercando, magari, di entrare a far parte della casta stessa o, nell’impossibilità, di accettare di buon grado il ruolo, “non disonorevole”, dei servi, dei buffoni, dei cortigiani del potente di turno. Spiegare come sia conciliabile questo atteggiamento mentale con la libertà e con la democrazia è argomento che lasciamo alla riflessione del lettore. Da parte nostra non possiamo che ribadire che se esiste indubbiamente un fondo di verità per quanto riguarda gli antichi vizi italici, non si può certo scordare che  la storia del progresso  e della crescita civile della nostra penisola ha sempre coinciso con i momenti in cui ci si è opposti con fiera intransigenza e determinazione alla rilassatezza dei costumi, alla rassegnazione, al servilismo, al familismo, al clientelismo, al furto più o meno legalizzato e organizzato.
Nei mesi scorsi, commentando i provvedimenti duri assunti dal governo Monti per rimettere in carreggiata la nostra economia, abbiamo sottolineato come nessun tecnicismo economico, nel lungo periodo, potrà essere efficace se non sarà accompagnato da  segnali di rinascita morale del Paese. Nessun imprenditore saggio e onesto, italiano o straniero,  potrà infatti investire nel paese dei “furbi”. Abbiamo nel contempo sottolineato come fatto inspiegabile che una autentica maggioranza (che taglia trasversalmente la diade “destra-sinistra”) si sia formata  a sostegno del “partito dei furbi”, dei corruttori, dei ladri, degli evasori. Un’assurdità, perché se la maggioranza si iscrive a questo “partito” non si sa poi quali debbano essere le vittime predestinate: i tartassati, i borseggiati, i raggirati se non gli stessi membri di questa strana coalizione. Perché nell’epoca del “furbismo” istituzionalizzato i veri furbi non possono essere che pochissimi, potentissimi, in numero sempre più esiguo, dato che questa prassi fa letteralmente svanire  le risorse (economiche oltre che morali) e piomba il Paese in un sistema ove i poveri (in tutti i sensi), i pavidi,  costituiranno la maggioranza “silenziosa”, succube, impossibilitata perfino a scegliere de facto (per ora anche de iure) la classe dirigente.
Il libro di Viroli, così come l’altro libro che lo ha preceduto, La libertà dei servi, edito anch’esso da Laterza, costituisce una denuncia dello stato delle questioni italiche. È un’invettiva contro  la tragica, diffusa,  disponibilità al facile compromesso, all’arte di arrangiarsi e di accordarsi, in barba a principi che costituiscono il caposaldo della vita democratica e la condizione essenziale per l’esistenza stessa della Repubblica. Perché un elogio dell’intransigenza? L’autore spiega che, contrariamente a quanto si vuol far credere, essere intransigenti, non vuol affatto dire sostenere forme di  fanatismo o di intolleranza, ma è, invece,  la condizione spesso necessaria per aprirsi al dialogo vero, favorire la giustizia, l’emancipazione, il senso civico. Viroli propone una breve storia “a scelta ragionata” dell’intransigenza: da Machiavelli al Risorgimento, dall’azionismo alla Resistenza. Un filo conduttore non  esaustivo, ma chiaro, ben comprensibile:  Mazzini, Gramsci, Ginsburg,  Rosselli, Croce, Parri, don Milani...  
“Immaginiamo – scrive Viroli – l’obiezione dei sacerdoti dell’italica religione del cinismo, che ha quale sua suprema divinità la meschinità dell’animo: ‘ma furono tutti degli sconfitti, perché seguire il loro esempio?’ È verissimo che non videro trionfare gli ideali per i quali lottarono, che molti di loro soffrirono carcere e confino e che alcuni furono barbaramente assassinati. Bisogna però intendersi, una buona volta, su cosa vuol dire essere sconfitti. Nella lotta politica e nella vita, come in guerra, lo sconfitto è chi si arrende al nemico e depone le armi. Sconfitta completa e irreversibile è quella di chi si arrende senza condizioni e abbandona ogni proposito di rivincita. Nessuno degli uomini che ho citato si è arreso. Furono delusi, forse degli illusi, ma non degli sconfitti.”
Sulle potenzialità dell’intransigenza è emblematico il caso storico che Viroli riporta citando Salvemini, secondo il quale, dopo il delitto Matteotti, “se un leader politico si fosse alzato in Parlamento e avesse apertamente accusato Mussolini di essere il mandante dell’assassinio, il governo non avrebbe superato la crisi. Nessuno si levò.” Seguì, come noto, il “Ventennio”.  Una considerazione che richiama, malinconicamente e drammaticamente, un altro episodio analogo, riferito da Bettino Craxi durante un interrogatorio effettuato dall’allora  magistrato Antonio Di Pietro. Craxi, in quella occasione,  ricordò che “parlando di fronte alla Camera dei deputati a ranghi completi” disse: “Se c’è qualcuno in quest’aula, in merito agli illeciti finanziamenti a tutto il sistema politico e partitico, in condizione di affermare il contrario si alzi e lo giuri senza che i fatti lo possano definire spergiuro”. “Si è alzato qualcuno?” chiese allora Di Pietro. E Craxi rispose: “In quel momento non si è alzato nessuno!...”
 Per quella mancanza di intransigenza, che ha avvolto un’intera classe politica eletta evidentemente non da cittadini ma da sudditi, oggi viviamo ancora con il cancro della corruzione ormai trasformato in metastasi. D’altronde, quale sussulto morale ci si poteva attendere da chi ha accettato che autori di svariati reati, personaggi che insultavano il tricolore e lo stato, irridendo all’Europa; figuri che  si abbandonavano a  considerazioni  razziste o  a vizi di ogni genere, confondendo  la libertà con la licenza, salissero ai massimi vertici dello Stato, mentre,  per moralità, non avrebbero dovuto ricoprire alcuna carica pubblica, ma  essere esposti alla pubblica riprovazione e, in molti casi, al giudizio della legge?
Sono stati irrimediabilmente  bollati come ingenui,  anacronistici o come “campioni dell’antipolitica”  i pochi che hanno denunciato la menzogna elevata a prassi quotidiana, il populismo dilagante e l’irrisione della virtù  (politica) e del  disinteresse. Si è persino tentato di riscrivere la storia del Risorgimento e della Resistenza  per affermare la nuova filosofia, più in sintonia coi tempi moderni. Sono state riabilitate le pagine più ingloriose della storia della Chiesa cattolica e posti in disparte gli esempi di cristiani integerrimi; sono state sopportate  con compatimento e con l’indulgenza che si deve alla senilità le considerazioni dei vari Ugo La Malfa, Carlo Azeglio Ciampi, Oscar Luigi Scalfaro, Norberto Bobbio.  È ovvio che sia intervenuto il declino. È sconfortante che si colga, egoisticamente, solo l’aspetto economico di questa crisi e non la sua causa più profonda, etica, anche da parte di quei ceti che avrebbero tutto l’interesse a difendere coi denti i valori che costituiscono il fondamento della Repubblica.

 

A. Pendola : l'intransigenza da Mazzini all' azionismo

Segnaliamo con molto piacere un ampio e documentato intervento dell' amico Agostino Pendola sull' intransigenza Mazziniana ed Azionista in occasione di un convegno nel dicembre 2011 per il trentennale della morte di Ferruccio Parri . L'intervento di Pendola è molto significativo e con l'autorizzazione dell' autore lo riproduciamo integralmente , ma consigliamo la lettura degli interi atti del convegno al link qui riportato

http://www.circolocalogerocapitini.it/eventi_det.asp?ID=363

L'intransigenza: da Mazzini al partito d'azione
Agostino Pendola

Esattamente dieci anni fa un giornalista di solide tradizioni laiche, che ora scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera, Antonio Carioti, dedicava un libretto agli azionisti, dal titolo emblematico “Maledetti azionisti”. Con il sottotitolo: Un caso di uso politico della storia.
L'autore si rifaceva a recenti (recenti del 2001) polemiche, di origine più giornalistiche che politiche, verso il partito d'azione e i suoi maggiori esponenti, cosicchè un partito che è passato nella storia italiana come una meteora è stato trasformato dai suoi critici in una sorta di capro espiatorio per la gran parte del male che ha sofferto l'Italia repubblicana. Quasi come se – scriveva – a dominare la vita politica italiana negli ultimi cinquant'anni fossero stati gli ex-azionisti, e non i partiti di ispirazione socialista e cattolica.
É certamente una impostazione, quella esposta nel libro, da condividere, anche se alcune caratteristiche degli azionisti, che nell'Italia del 1944/45, ma anche oggi, ci possono sembrare aliene, hanno una solida presenza nella storia italiana almeno degli ultimi centocinquat'anni. Per cui è probabile che le polemiche contro gli azionisti, cinquant'anni dopo il partito d'azione, in realtà siano prese di distanza contro ciò che rappresentava, che esprimeva.
Una caratteristica fondamentale dell'azionismo è stata senz'altro l'intransigenza. Basta leggere il testo programmatico pubblicato sul primo numero dell'Italia Libera nel gennaio 1943. In pieno regime fascista, si chiede semplicemente la repubblica, un governo stabile, una magistratura indipendente. E poi divisione tra Chiesa e Stato e Federazione Europea. A questi principi il partito resterà fedele nei mesi successivi, in particolare dopo l'8 settembre, reclamando la repubblica e la presa del potere da parte delle forze antifasciste, fino ad essere spiazzato nella primavera del 1944 dall'arrivo in Italia di Togliatti con la svolta di Salerno. L'intransigenza istituzionale portò i suoi frutti dopo la Liberazione di Roma, con l'ascesa al governo di un uomo dei CLN, Bonomi, e l'affermazione che il sistema istituzionale sarebbe stato deciso alla fine del conflitto. Fu quindi soprattutto anche grazie all'insistenza con la quale gli azionisti hanno chiesto un rinnovamento istituzionale che alla fine siamo arrivati alla repubblica.
É certamente per questo motivo che, anche dopo la fine del partito, nel 1947, l'intransigenza è stata associata alla parola azionista, nel bene e nel male.
Ma da dove arriva questa intransigenza? É forse una tradizione estranea all'Italia, come qualche oppositore vorrebbe farci credere, una tradizione forse protestante, o invece nel paese del compromesso e del trasformismo c'è sempre stato qualcuno per il quale l'ascoltare o meno una messa è ben più importante di cingere una corona, come scriveva tanti anni fa Benedetto Croce?
Senza risalire a Giordano Bruno, che rifiutò una abiura che gli veniva facilmente offerta in cambio della vita e preferì il rogo per non rinnegare ciò che aveva scritto e detto, ma partendo dall'Unità d'Italia, possiamo trovare esempi di persone e di gruppi per il quale la fedeltà alle posizioni è ben più importante dell'utilità del momento.
Partiamo da un esempio, un esempio famoso, e non sempre citato, Giuseppe Mazzini.
Dopo qualche apertura alla monarchia dei Savoia, Mazzini, nella seconda metà degli anni Sessanta, ritornò al suo indomito repubblicanesimo, e vi ritornò con evidenti difficoltà tra i suoi seguaci, in parte sensibili alle sirene garibaldine, dove il repubblicanesimo non era un elemento fondativo, in parte sensibili alle sirene del radicalesimo che si andava formando nella sinistra liberale. Il documento più interessante di questa intransigenza si trova nella lettera che Mazzini, nel dicembre 1864 inviò a Crispi. Il siciliano, già collaboratore del genovese, combattente dei Mille, cospiratore, nel 1864 iniziava un percorso che lo avrebbe portato, un ventennio dopo, alla presidenza del consiglio.
Lo iniziava con una lettera data alle stampe e ampiamente diffusa, dove il leit-motiv era una frase, ripetuta ad effetto: “La monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe”. Una frase che – nella lettera è evidente – è frutto del concretismo, diremmo oggi, del momento. Crispi comprende che i Savoia, conquistata l'Italia, non se ne andranno tanto facilmente, anzi, non se andranno affatto. Convivere con la monarchia è quindi una necessità per chi non voglia chiudersi in una opposizione che non avrebbe portato da nessuna parte. Crispi non salta subito sul carro della monarchia, prende solo atto, in quel momento, che la repubblica è un'utopia. Resta ancora diversi anni nel solco del garibaldinismo, sarà presente nel movimento per il ricongiungimento di Roma all'Italia che si concluse a Mentana nel novembre del 1867.
Ma è interessante la risposta, anch'essa molto pubblicizzata, di Mazzini. E' una risposta dove il concretismo del momento è assolutamente assente, Mazzini non sarà mai una persona che si “adatta”. E nella lettera si trova la teorizzazione dell'opposizione intransigente: “L'Italia nascente ha bisogno di fortificarsi acquistando conoscenza dei propri doveri, della propria forza, della virtù del sacrificio, della certezza del trionfo che è nella logica”, contro la teoria degli interessi concreti che invece propone Crispi. L'Italia nascente ha bisogno di uomini che incarnino in sè il vero, che lo predichino, lo pratichino, fino alla tomba, contro uomini che giurano e spergiurano, che tagliano la verità a spicchi, che sono pronti a transigere. L'Italia deve stimolarsi alla gloria e all'onore. “La monarchia, tal quale oggi l'abbiamo, ci corrompe”.
Mazzini non transì mai alle sue idee: negli anni seguenti, in particolare nel 1869 e ancora nel 1870 cercò di approffitare dello scontento popolare per la fiscalità (la tassa sul macinato) organizzando sollevazioni a Genova, a Pavia, in Lunigiana.
Le sollevazioni furono poco più di una turbativa all'ordine pubblica, ma intanto in Italia si delineava una visione alla quale non eravamo ancora abituati: l'oppositore intransigente, che non si piega alla necessità del momento per difendere il suo credo.
Un esempio che avrebbe avuto seguito ancora prima del marzo 1872, quando Mazzini si spense a Pisa.
Giovanni Spadolini, in una sua famosa opera degli anni sessanta,1 annotava che all'indomani dell'Unità d'Italia l'intransigenza dei mazziniani superava quella di Mazzini stesso. Se infatti il Genovese in più occasioni (il 1848, il 1860) poteva anche ammettere una qualche collaborazione con la monarchia per il fine della guerra all'Austria e la liberazione delle parti d'Italia ancora sotto il dominio di Vienna, per i suoi più fedeli seguaci l'avversione verso la Monarchia doveva continuare senza se e senza ma. Di questa fiera opposizione se ne facevano portavoce persone come Maurizio Quadrio, che dirigeva un suo giornale, e questa sarà una posizione che risulterà maggioritaria nel movimento repubblicano e mazziniano negli anni dopo la morte del Maestro. Movimento che, a partire dall'Unità, ma a Genova già dal 1850, esplicava la sua attività principale nelle Società Operaie di Mutuo Soccorso.
Nate sulla scia della dottrina mazziniana dell'educazione degli operai, della fratellanza e del reciproco aiuto, le Società si diffusero rapidamente da Genova in tutta Italia. Ogni centro grande e piccolo aveva le sue Società dove artigiani, operai, piccoli commercianti si riunivano, organizzando corsi di alfabetizzazione, versando una quota mensile con la quale soccorrere i soci ammalati, le vedove. Le Società operaie erano anche una grande scuola politica. Nel 1871, a Roma, i delegati di 135 Società sottoscrissero il Patto di Fratellanza. Non è la nascita di un partito politico: i repubblicani restarono orgogliosamente fuori della lotta parlamentare, del resto, ben pochi di loro in quel momento avevano i requisiti per votare.
Lasciarono la partecipazione elettorale ai radicali, tra di quali si ritroveranno naturalmente molti garibaldini (come Bertani, un solo nome) e si attestarono su un orgoglioso astensionismo.
Questo astensionismo è importante per il movimento operaio di ispirazione democratica, ha lasciato il segno. Imposero, i repubblicani, un certo stile di lotta politica, un disdegno, un disprezzo e un'indifferenza per le cariche, l'onestà, il disinteresse, lo spirito di sacrificio. E' uno stile repubblicano che nasce nell'Italia di fine Ottocento, che fruttificherà lentamente negli anni a venire.
Neanche la riforma elettorale di Depretis del 1882, con la quale circa il 2 per cento della popolazione arriverà al diritto di voto, ricordiamo che per votare bastava aver compiuto il ciclo scolastico obbligatorio (la seconda elementare), oppure dimostrare (per la professione che si svolgeva o con altra documentazione) di sapere leggere e scrivere, convinse il movimento a partecipare direttamente alle elezioni.
Sarà un'intransigenza che verrà rosa dall'arrivo dell'internazionalismo anarchico e socialista, che via via si affermò in Italia.
Ma più che per la concorrenza del socialismo l'intransigenza mazziniana ebbe fine con il cambio generazionale dei suoi dirigenti, all'inizio degli anni Novanta. Chi aveva inalberato il vessillo dell'astensionismo scompariva ad uno a uno dalla scena italiana. Erano i reduci delle insurrezioni mazziniane, gli ufficiali delle campagne garibaldine, che a poco a poco venivano a mancare. Il loro posto venne preso da giovani provenienti dalla provincia. Ricordiamone uno, Arcangelo Ghisleri, che declinava il repubblicanesimo con Cattaneo piuttosto che con Mazzini, che opponeva Pisacane a Marx.
L'intransigenza terminò nel 1895, vent'anni dopo il Patto di Fratellanza, quando a Bologna nascerà il Partito Repubblicano.
Altri vent'anni passarono e l'Italia entrò nel grande conflitto europeo. Alla sua fine, in una città che dopo il 1870 era sembrata periferica nella cultura e nella politica, a Torino, venne alla luce un nuovo intransigente: Piero Gobetti. Di Gobetti molto è stato scritto e detto, spesso incompreso in quell'ossimoro della Rivoluzione Liberale. L'intransigenza gobettiana è culturale e non politica, Gobetti non scese mai nell'agone politico, eppure è importante nella storia degli intransigenti italiani perchè è anche dal suo esempio, dai suoi scritti, che si sviluppò, durante il ventennio fascista, una opposizione minoritaria, ma che tuttavia ritroveremo nel 1942 tra gli elementi che portarono alla nascita del Partito d'Azione.
In Gobetti l'intransigenza è elevata a valore incrollabile al mondo, come scrisse in un famoso articolo (L'elogio della ghigliottina) sulla sua rivista già a fine novembre del 1922. Una intransigenza che nasce dallo scontro tra le classi sociali, a sua volta fondamentale per la rinascita dell'Italia. Gobetti non risparmiò nessuno: i vecchi liberali che avevano governato l'Italia, i radicali, gli stessi repubblicani e i socialisti.
La torinesità di Gobetti non è un caso: Torino era l'unica città europea, avrebbe scritto un giorno, con le sue industrie, la sua classe operaia, dalla quale si aspettava la rigenerazione dell'Italia. A Torino era sorta la Fiat, in quel momento la più grande fabbrica italiana, l'Olivetti, nel 1917 Torino si era sollevata contro le difficoltà della guerra. A Torino l'Ordine Nuovo avrebbe portato le nuove idee bolsceviche in Italia.
Ma l'intransigenza si sarebbe mostrata in particolare contro il fascismo, che era, scrisse Gobetti, l'autobiografia della nazione. Una nazione che rinuncia alla lotta politica, che crede nel trionfo della facilità, che crede nella collaborazione tra le classi. Noi attendiamo - scrisse ancora nel famoso articolo del 1922 – le persecuzioni personali, perchè dalle sofferenze rinasca uno spirito.
Negli anni seguenti, anni difficili, segnati dai sequestri prefettizi e dalla violenza squadrista, Gobetti delineò con la propria attività, con il suo atteggiamento di fronte al fascismo montante, il percorso dell'intransigente. Che non si piegò mai alle minacce e alle violenze, che continuò, fino all'ultimo, a sperare che in Italia potesse sorgere un movimento rigeneratore. Sappiamo che non fu così, e Gobetti lo visse sulla sua persona, abbandonando Torino per Parigi dove si spense nell'inverno del 1926.
Ma il suo esempio, l'esempio di chi non si piega, continuò in un gruppo di giovani che, in altre circostanze, avrebbero scritto l'intransigenza in un manifesto politico.
Scesa sull'Italia l'ombra del regime fascista, la bandiera dell'intransigenza sarebbe stata sollevata da un giovane proveniente da una famiglia le cui tradizioni si intersecavano la storia italiana, Carlo Rosselli.
Era nato infatti nella casa pisana dove si era spento, il 10 marzo 1872, Giuseppe Mazzini, ma era anche imparentato con Ernesto Nathan. Oggi questo nome dice poco, ma Nathan fu un grande democratico, un radicale, dove era arrivato dopo una militanza mazziniana. Sindaco di Roma negli anni dieci del Novecento, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, Nathan incarnava, per i suoi tempi, il politico progressista.
Rosselli già nel 1924 aveva pubblicato un giornale clandestino antifascista a Firenze, il cui nome era un programma “Non Mollare”; fu un'esperienza breve, presto stroncata dalla polizia con arresti e condanne, che però delineava quella che sarebbe stata la sua azione negli anni successivi.
Il confino a Lipari, l'avventurosa fuga a Parigi in motoscafo via Tunisi, ma soprattutto la nascita del movimento Giustizia e Libertà, nel 1929.
Il nome era un programma, la conciliazione del socialismo e del liberalismo, con una accentuazione del primo. Ma Giustizia e Libertà fu soprattutto un rinnovamento delle forze politiche italiane, che anche grazie ai loro tatticismi, alle loro divisioni, avevano permesso l'affermarsi del fascismo. Fu un movimento essenzialmente volontaristico, di azione contro il fascismo e le forze che lo avevano aiutato nella conquista del potere. “Esistono in Italia uomini e gruppi isolati che hanno conservato dignità, coerenza e capacità di lotta. Dalla giovane generazione sono sorte energie ricche di infinite promesse”.
E' un appello ai giovani che ricorda da vicino il Mazzini che poneva come limite il quarantesimo anno per gli iscritti alla Giovane Italia, conscio che solo nei giovani si trova l'energia per la lotta.
Anche Rosselli parla ad una minoranza, “alla minoranza più audace”, come scrisse nel 1930, ma è anche intransigente, perchè vuole imporre l'unità di tutti gli antifascisti che vogliano agire per la repubblica, la democrazia e la libertà.
Con queste premesse, Rosselli non ebbe vita facile neanche tra i partiti italiani all'estero, ancora divisi, incapaci, ad eccezione dei comunisti, di agire in Italia. Rosselli portò la sua testimonianza in Catalogna nel 1936, allo scoppio della guerra civile spagnola, e i suoi discorsi notturni dalla radio di Barcellona, lo resero famoso, forse troppo. “Oggi in Spagna domani in Italia” terminava così forse il suo più conosciuto.
Il suo attivismo, la sua capacità di creare gruppi all'interno del nostro Paese, venne preso molto sul serio dal fascismo italiamo, che l'anno seguente ne decretò la fine fisica con l'attentato che gli sarebbe costato la vita assieme al fratello. Il fratello Nello, che alla politica aveva preferito gli studi su Mazzini .
Quando nel 1943 l'Italia Libera, il giornale del partito d'azione, pubblicava i punti programmatici che abbiamo visti all'inizio, quando nei mesi e nei pochi anni successivi gli azionisti portarono sulla scena politica italiana la lezione dell'intransigenza, non solo nella lotta politica, ma anche nella lotta fisica contro il nazi-fascismo, e noi ora siamo nel centro di Genova, a poche decine di metri da dove alcuni di loro pagarono con la vita il loro impegno, sappiamo che essi appartenevano a una lunga e gloriosa tradizione di un'Italia minoritaria, la tradizione dell'intrasigenza.
 

EDERA ROSSA Viroli gli intransigenti e i repubblicani

 

Mi stupisce che nell' elenco degli intransigenti citato nella intervista non vi sia  nesssun nome di repubblicano, neanche di chi come Eugenio Chiesa non tardò un attimo ad accusare, in piena camera, mussolini di complicità per il delitto Matteotti . Certamente Parri e Calamandrei possono essere considerati di formazione mazziniana (il padre di Calamandrei fu anche deputato per il Pri) ; ma tra i repubblicanidel passato a cercare gente dalla schiena diritta non si da certamente una gran fatica. Ma occorre leggere il libro per capire quali sono stati i criteri adottati da Viroli; sol oche ogni tanto farebbe piacere che i repubblicani dell'esilio e della lotta non fossero ricordati solo dai convegni dell'Ami ( e fra non molto a venezia ricorderemo De Logu ) . Comunque Viroli è una delle persone che più è riuscita a far passare valori repubblicani al di fuori dei nostri ambienti; e con questo libro certamente continuerà a farlo.